
Ultimo giorno per questa edizione di Art Basel Paris, chiusa in anticipo sotto la minaccia dalle proteste e dei possibili attacchi. Ed ecco che qualcosa non torna, riprendendo il pensiero di Hans Haacke: l’arte non riscatta il capitale; solo lo rende tollerabile
Parigi. C’è qualcosa di profondamente sintomatico, quasi una messinscena perfettamente orchestrata dal cinismo della storia, nel vedere l’imponente silhouette di vetro e acciaio del Grand Palais stringersi dietro una cortina di barriere anti-sfondamento. Fuori, le piazze della Ville Lumière sono scosse da proteste studentesche contro lo smantellamento della scuola pubblica, cortei sul costo della vita e rabbia sociale. Dentro, sotto le volte Belle Époque appena restaurate, va in scena Art Basel Paris, il sancta sanctorum del mercato transnazionale, dove gallerie corazzate espongono capolavori da cento milioni di dollari, come il Modigliani blindato portato da Pace DiDonna Schrader.
Due mondi antitetici eppure legati a doppio filo dallo stesso ecosistema economico si guardano a distanza di sicurezza, separati dai checkpoint della polizia stradale. Da un lato il disagio reale di chi manifesta dicendo che “non si può continuare a versare champagne finanziando i carri armati con i bilanci della sanità e dell’istruzione“; dall’altro, il collezionismo speculativo che brinda alla “resilienza del mercato“, mentre fuori si rimuovono preventivamente le sculture pubbliche — come l’opera monumentale di Alicja Kwade su Avenue Winston Churchill — per paura che i sanpietrini della rivolta ne saggino la consistenza materiale.
Parigi, insomma, val bene una mostra, a patto che sia militarizzata. Questa presunta conflittualità del contemporaneo perde ogni sua pretesa eversiva non appena varca la soglia dei padiglioni. Diventa chiaro, camminando tra gli stand, che l’arte contemporanea non è lo specchio della frattura sociale, ma il suo collaterale più lussuoso. È la stessa logica che da anni stringe l’asse tra Parigi e Milano, dove le grandi fondazioni private (Vuitton, Prada, Cartier) ridefiniscono l’urbanistica e il gusto, trasformando il dissenso estetico in un asset finanziario e i musei in giganteschi uffici di pubbliche relazioni per fondi sovrani e multinazionali del lusso.
Tutto questo ci riporta direttamente a una conversazione cruciale avuta anni fa sulle pagine de il manifesto con Hans Haacke. Il pioniere della Institutional Critique lo aveva già formalizzato con algida precisione: il museo, la fiera, la galleria non sono mai stati spazi neutrali. Sono centrali elettriche del consenso ideologico. Quando Haacke svelò i legami tra i finanziatori del Guggenheim e lo sfruttamento immobiliare nei ghetti di New York, o quando mise a nudo gli interessi dei colossi del tabacco e del petrolio dietro i consigli di amministrazione dei musei, sollevò il velo sul grande inganno del contemporaneo. L’arte non riscatta il capitale; lo estetizza, lo ripulisce, lo rende tollerabile.
Oggi, mentre il Grand Palais sperimenta brevi lockdown precauzionali per l’avvicinarsi dei cortei, la lezione di Haacke risuona più attuale che mai. La conflittualità di cui si riempiono la bocca i curatori nei loro comunicati stampa patinati è una messinscena innocua, un “dissenso controllato” acquistabile in comode rate o con transazioni offshore. Quella vera, quella che fa paura, si ferma ai cancelli presidiati dai gendarmi. L’arte d’avanguardia ha smesso di assediare il potere: oggi è il potere che si è asserragliato dentro l’arte, lasciando fuori tutto il resto.
Postilla. La chiusura anticipata sotto le volte del Grand Palais non è una questione logistica, ma la definitiva demistificazione dello Spettacolo. Quando il mercato globale dell’arte è costretto a dichiarare il coprifuoco e a evacuare i suoi simulacri per paura della convergenza politica di studenti e lavoratori precari, la finzione dell’autonomia culturale si azzera di fronte alla critica radicale dell’economia della merce. La fiera, per una volta, svela la sua vera natura: non un luogo di cultura, ma un mero magazzino doganale fortificato.
Ed è proprio in questo cortocircuito che si consuma il capovolgimento del dispositivo: il fine settimana, il tempo sottratto al lavoro e sacrificato sull’altare dell’ordine pubblico, doveva essere il tempo del “vero pubblico”. Quello rigorosamente escluso dalle derive esclusive delle anteprime VIP, ma cinicamente invitato a consumare passivamente l’evento sborsando tariffe d’estorsione ideologica — 47 euro per un singolo ingresso giornaliero senza diritto di rientro, 120 euro per il brivido democratizzato della Vernissage o fino a 130 euro per il feticcio del pass permanente.
Il feticismo della merce-arte capitola davanti al rifiuto del lavoro precario e alla riappropriazione dello spazio urbano. Questa ritirata precipitosa è l’ammissione di un fallimento strutturale: la cultura ufficiale non può più contenere la vita autentica, può solo spennarla attraverso la biglietteria, temerla nelle sue espressioni di rottura e, infine, blindarsi a difesa del capitale. Sbarrando le sue porte, l’istituzione non protegge l’arte: firma in calce la propria liquidazione



