
Con Handle with care, la sesta biennale svizzera del territorio mette al centro un’architettura che ripara, ascolta e fa spazio all’esistente
“Quello che si costruisce rimane”. La dichiarazione di Filippo Lombardi, capo del Dicastero dello sviluppo territoriale della Città di Lugano, condensa lo spirito di Handle with care, Biennale Svizzera del territorio organizzata dall’Istituto Internazionale di Architettura di Lugano sotto la direzione di Ludovica Molo. La rassegna ticinese, arrivata alla sua sesta edizione, ha trasformato la cura da concetto astratto a pratica architettonica militante, in aperta alternativa a un modello di intervento ancora troppo spesso fondato sulla demolizione, sulle nuove costruzioni e sul consumo di suolo.
Il territorio viene finalmente letto come un ecosistema stratificato e complesso, fatto di architetture, vie fluviali, economie, abitudini e dove i nuovi interventi devono entrare in risonanza con ciò che esiste. All’architettura contemporanea si chiede di accettare la fragilità dei contesti e di riportare il progetto alla scala reale dell’abitare, mettendo al centro la vita la vita quotidiana delle persone, i bisogni che cambiano nel tempo e la natura come soggetto attivo a cui ridare spazio.
Il fondovalle ticinese come laboratorio di scoperta. Oltre il mito bucolico
A Bellinzona la riflessione parte da un’indagine fisica ed esplorativa. Dalla stazione di Giubiasco, la passeggiata urbana promossa dalla biennale ha attraversato aree industriali, nuovi quartieri, spazi pubblici e zone di rinaturazione fino al Bagno pubblico, restituendo l’immagine di una città in continua metamorfosi. Mettendo in relazione dinamiche che spesso attraversiamo distrattamente, ha mostrato come la crescita della zona, favorita dalla posizione strategica lungo l’asse nord-sud, porti con sé opportunità economiche e nuove esigenze abitative, ma anche una forte pressione sulle aree verdi, interrogativi sulla riconversione delle aree produttive e sui servizi di prossimità.

La passeggiata ha fatto emergere insieme i segnali dell’espansione e la sua complessità, mostrando come la cura del territorio richieda di leggere le diverse trasformazioni nel loro insieme, senza risolvere un problema alla volta a scapito dell’equilibrio complessivo. Questo sforzo di lettura sembra scontrarsi però con un deficit di autorappresentazione, come sottolinea Maarit Ströbele, urbanista e presidente dell’associazione Metropoli Svizzera. Secondo cui gli svizzeri continuano a pensarsi come un “paese fatto di paesi”, mentre la realtà è quella di un territorio ormai urbanizzato, anche se non ovunque allo stesso modo.
Occorre allora ripartire dall’ascolto di chi abita i luoghi, per capire quali condizioni rendano un quartiere accessibile e inclusivo. Lo conferma la lunga genesi del centro di quartiere incontrato lungo il percorso, ricostruita da Cristina Bocchi, presidente della sezione ticinese della Federazione svizzera degli urbanisti. Ne emerge un’idea di cura come ascolto. Resistenze locali, petizioni, coinvolgimento degli abitanti e tempi lunghi non sono necessariamente un fastidioso rallentamento, e possono diventare occasioni per far emergere esigenze e correggere le scelte iniziali. Perché, come ricorda Bocchi, un progetto calato dall’alto non funziona.
La casa come infrastruttura sociale e il rischio del Care-washing
Il rapporto tra spazio e relazioni si fa ancora più evidente nella dimensione domestica. Alla tappa dedicata all’abitare, la Cooperativa Radice ha raccontato un modello in cui la casa è una responsabilità condivisa prima ancora che una proprietà individuale. Vivere in una cooperativa d’abitazione significa organizzare insieme alcuni aspetti della vita quotidiana, con forme di mutuo aiuto che vanno dalla spesa per una persona anziana a qualcuno che si occupi dei bambini in caso di necessità.

La dimensione collettiva, però, non si esaurisce dentro l’edificio, è anche una presenza attiva nel quartiere, con spazi aperti e attraversabili che nel tempo potranno accogliere servizi di prossimità. È un modo di intendere l’abitare che mette in discussione la separazione rigida tra privato e pubblico e misura la qualità architettonica anche sulle relazioni che riesce ad attivare.
Una prospettiva affine attraversa il lavoro di Anna Puigjaner, docente di Architecture and Care all’ETH di Zurigo e cofondatrice dello studio MAIO di Barcellona. Che ha introdotto la sessione Care from the Front. Nel progetto 110 Rooms, a Barcellona, le stanze hanno dimensioni simili e nessuna funzione predefinita, così la casa può cambiare insieme a chi la abita; la cucina, di solito relegata ai margini, diventa il centro da cui si accede a tutto il resto. Con la ricerca Kitchenless City la riflessione esce dalla casa: se il lavoro di cura non può ricadere solo sulle famiglie, in una società che invecchia, è la città a doverlo condividere con spazi e servizi collettivi.
Ne emerge un’idea di cura come responsabilità condivisa, un compito che l’architettura può aiutare a distribuire tra vicini, quartiere e città, purché si traduca in spazi e servizi concreti e non resti soltanto una parola. Puigjaner mette in guardia proprio dal rischio del care-washing, che riduce la cura a un’etichetta rassicurante. Come è già successo con il green-washing, lasciando il lavoro di cura nascosto tra le mura domestiche e sulle spalle di poche persone, spesso donne.

Il paesaggio come spazio condiviso: la coesistenza tra infrastrutture e natura
Se la casa è il luogo in cui si costruiscono le relazioni quotidiane, il paesaggio è quello in cui la cura deve misurarsi con una pluralità di forme di vita. A Bellinzona, il caso della Saleggina rende evidente la complessità di questa convivenza. Tra la città e Giubiasco, un’area verde rimasta finora pressoché libera da abitazioni è interessata da due trasformazioni importanti: il progetto del nuovo ospedale regionale e la rivitalizzazione del fiume Ticino. Le due operazioni rispondono a esigenze differenti, ma insistono sul medesimo territorio.
La sfida consiste nel farle dialogare, affrontando questioni che riguardano la perdita di superfici verdi, la pressione edificatoria e la permanenza degli usi agricoli. L’idea di un ospedale inserito in un parco e aperto verso l’acqua suggerisce una possibile integrazione tra infrastruttura sanitaria e paesaggio. Resta però decisivo il modo in cui il progetto saprà confrontarsi con l’equilibrio complessivo dell’area. Poco oltre, lungo le rive già rinaturate del Ticino, la trasformazione assume una forma diversa.
Nuove anse e strutture modificano il corso dell’acqua, diversificano gli ambienti e favoriscono la presenza di specie differenti. Al tempo stesso, il fiume torna a essere uno spazio accessibile e riconoscibile nella vita della città. Ne emerge un’idea di cura come convivenza. Capace di tenere insieme funzioni diverse, la città e il suo paesaggio, le persone e le altre forme di vita che lo abitano.

Agire sull’esistente
Intervenire sui luoghi significa mettere in relazione forze diverse, superando i confini tra discipline e ruoli. La questione è capire con quali strumenti farlo. È stato questo il filo conduttore degli interventi all’Istituto di Ricerca in Biomedicina (IRB), ultima opera di Aurelio Galfetti. Dedicati alle scelte che determinano il futuro dei paesaggi edificati e non. Raimund Rodewald, biologo e per oltre trent’anni alla guida della Fondazione svizzera per la tutela del paesaggio, è partito dagli strumenti già disponibili, dalle leggi alla pianificazione territoriale. Preservare un paesaggio, ha spiegato, non significa sottrarlo a ogni cambiamento. Ma riconoscerne i valori, stabilire che cosa meriti di essere tramandato e assumerne la responsabilità nel tempo.
Martina Voser, paesaggista e docente all’ETH di Zurigo, ha mostrato come anche un’infrastruttura possa diventare uno strumento di rigenerazione. Il caso è quello di Bondo, in Val Bregaglia, dove dopo la frana del Pizzo Cengalo del 2017 sono state realizzate nuove opere di protezione. Oltre a mettere in sicurezza il paese, gli interventi sono stati calibrati sulle caratteristiche del luogo, con dighe che riprendono i giardini terrazzati della valle, mentre percorsi e spazi accessibili rendono le opere di difesa luoghi attraversabili e vissuti da persone, piante e animali. La sicurezza diventa così parte di una strategia più ampia, capace di integrare esigenze umane, qualità paesaggistica e condizioni favorevoli alla vita.
L’intervento di Oliver Burch, giovane architetto zurighese, sposta la domanda su che cosa meriti di restare dal paesaggio al patrimonio costruito. Di fronte a edifici obsoleti, la demolizione è spesso la risposta più immediata, anche quando esistono margini per recuperarli. Con il collettivo 8000.agency, Burch propone invece di partire dall’esistente, considerandolo una risorsa da reinterpretare. Ne è un esempio il lavoro svolto a Davos, dove tra il 2023 e il 2024 il collettivo ha contribuito allo sviluppo della strategia con cui il Comune intende affrontare il problema della mancanza di prime case; il progetto cerca nel tessuto urbano le possibilità per ricavare nuovi alloggi senza estendere le zone residenziali.

Una forma di responsabilità
È la parola agency, presente nel nome del collettivo, a racchiude un significato centrale nel concetto di cura e indica senza dubbio capacità di agire sulla realtà. Ma anche il margine d’azione che ciascun soggetto può conquistare all’interno di un sistema di regole e vincoli. Per Burch, l’architetto non deve necessariamente attendere un incarico per intervenire, può prendere l’iniziativa, costruire alleanze e battersi per salvare un edificio destinato alla demolizione. L’agency diventa così una forma di responsabilità che precede il progetto commissionato. Significa, altresì, riconoscere che l’architetto non è l’unico soggetto a determinare il destino dei luoghi; abitanti, comunità e altre forme di vita partecipano alla loro evoluzione.
Ne emerge un’idea di cura come abilità di agire, di prendere posizione, di individuare possibilità dove sembrano esserci soltanto vincoli. E riconoscere le molteplici presenze da cui dipende la vita di un luogo.
Progettare dalle risorse dei luoghi
La sessione Care from the Front ha portato la riflessione sui territori marginali, dove progettare significa anzitutto riconoscere le risorse e le competenze già presenti. Xu Tiantian, fondatrice dello studio DnA di Pechino, opera nelle aree rurali della Cina con piccoli progetti. Puntuali ma capaci di innescare cambiamenti più ampi nel tempo. I suoi interventi valorizzano le economie locali, le tradizioni produttive e la memoria delle comunità, coinvolgendo chi quei luoghi li abita.
Sull’isola di Meizhou, meta di un intenso turismo religioso, per esempio, alla richiesta di un museo ha risposto con un sistema diffuso di interventi legati alla pesca, all’acquacoltura e alla tutela della costa. Anziché concentrare i visitatori in un unico edificio, il progetto mette in rete attività e luoghi esistenti, facendo del territorio stesso il protagonista del racconto. Partire da ciò che è già disponibile, senza imporre soluzioni estranee al contesto, è anche il principio che guida il lavoro di Pascual Gangotena, dello studio Al Borde di Quito. Nei suoi progetti, questo approccio si confronta con la scarsità di risorse, intesa non come un limite da mascherare, ma come una condizione che invita a distinguere ciò che è necessario da ciò che non lo è.

Se Xu Tiantian attiva le risorse economiche e culturali dei territori rurali, Gangotena valorizza i materiali, le tecniche costruttive e le competenze locali. Facendo della partecipazione una componente essenziale del progetto. Esperienze lontane per contesto e cultura, ma accomunate dalla convinzione che l’architettura acquista significato quando parte dalle risorse di un luogo e dal dialogo con chi lo abita.
Avere cura è potere
Dalle rive del Ticino alle isole della costa cinese, la biennale del territorio declina il concetto di cura senza darci una formula preconfezionata. Invita a riflettere sul fatto che prendersi cura non significa conservare tutto. Ma rendere possibile una trasformazione che non cancelli le risorse, le relazioni e le forme di vita da cui un territorio dipende. È qui che la cura diventa la pratica militante evocata in apertura, senza farsi dottrina, come presa di posizione da rinnovare ogni volta che si interviene su un luogo.
Un compito difficile che richiede attenzione, tempo e capacità di costruire alleanze. Ma proprio per questo, come ricorda la biennale, la cura è un atto di resistenza che ha in sé il potere di generare un cambiamento. Fino al 28 novembre il parco di Villa Saroli, a Lugano, ospita le dieci Action selezionate tra 246 candidature internazionali. Installazioni, performance e interventi che portano il tema Handle With Care nello spazio pubblico.



