31 Ottobre 2026 10:47

Da Torino: Le vie di Artissima sono (in)finite

Lo stand di Matteo Lampertico ad Artissima 2026
Breve riflessione non a caldo, non a freddo, ma alla giusta temperatura sulla strada intrapresa da Artissima 2026

Bianco, giallo, celeste, verde. No, non è “strega comanda colore”, ma la nostra testa che grida vendetta – persino più dei piedi – dopo ore passate a vagare tra le coloratissime vie che regolano il traffico di Artissima 2026. Un traffico bello sostenuto, da ora di punta, come ogni anno e come si conviene a una fiera dai numeri buoni. Ma un traffico che passa anche, e qui viene il bello (o il brutto, dipende) per strade già battute e ribattute, di quelle che puoi percorrere tranquillamente con la guida autonoma inserita. Tanto di guidare per davvero chi ne ha più voglia?

Il problema, sempre ammesso che di problema si tratti (una fiera in fondo si basa sul mercato prima ancora che sulla critica) è che l’acqua ad Artissima te la regalano pure (gli sponsor elargiscono vantaggi per tutti) ma se cerchi un artista che possa placare la tua sete di stupore sai già qual è il tuo destino: la bocca asciutta. Perché per levarsi quella sete non basta veder sbucare il sempre buon Marcello Maloberti, o i grandi classici che vanno da Giulio Paolini a Mario Ceroli, da Michelangelo Pistoletto a Ettore Spalletti (il prezzemolino di questo 2026) o giù di lì. E nemmeno la perfetta combine tra tecnica e poetica di lavori come quelli di Keisuke Shirota per Maki Fine Arts, l’olio su tela tra narrazione molto terrena e astrazione aulica di Mirko Baricchi per Cardelli e Fontana o l’istallazione di Zilvinas Kempinas di cui vi abbiamo parlato qui.

 

Mirko Baricchi da Cardelli e Fontana

Forse è solo che le regole del gioco non sono mai cambiate, così come non siamo mai cambiati noi, che ogni anno andiamo in fiera aspettandoci d’incappare in chissà cosa, in chissà quale novità da tramandare alla progenie. E invece ci troviamo a far parte del solito giro, con la solita gente, nel solito bestiario umano a sguazzare tra quelle che (voce di popolo: ovvero qualche scambio di battute coi propri simili) sembrano (o sono?) le solite opere. O, in alternativa, a sbattere la fronte su operazioni poco intuitive, dove la partecipazione d’altri tempi ha lasciato il posto alla somatizzazione di un certo distacco tra artista e pubblico.

 

Neil Raitt da NContemporary

Qua e là, buona parte del resto pare starsene nell’ordine del molto decorativo. E se così dev’essere, vi consigliamo almeno chi il decorativo sa davvero farlo bene e con senso. Non perdetevi lo stand di Ncontemporary con Neil Raitt: uno che, lavorando sull’immagine e sul concetto di pattern, è perfettamente capace di rileggere e interpretare un’idea di contemporaneità dove puramente decorativo e contenuto sono facce della stessa medaglia. Di farla propria quindi, sguazzandoci dentro insieme al pubblico. Raitt ha capito tutto della vita, e delle fiere evidentemente. Noi magari un po’ meno di entrambe.