
Da Franco Mazzucchelli ad Alberto Savinio, il gioco torna spesso centrale nell’arte vista in questi giorni a Torino
Franco Mazzucchelli: l’arte che si lascia andare. Durante Artissima, l’artista Franco Mazzucchelli ha presentato uno dei suoi storici gonfiabili di grandi dimensioni in PVC, appartenente alla serie A. to A. (Art to Abandon, Arte da abbandonare), nel Salone delle Feste dell’hotel Principi di Piemonte, a Torino.
L’arte effimera come esperienza di libertà
Mazzucchelli è noto fin dagli anni Sessanta per la sua pionieristica sperimentazione con i materiali sintetici e per le sue installazioni di grande scala e di breve durata, spesso liberate nello spazio pubblico e affidate alla curiosità dei passanti. Opere destinate a vivere per un tempo limitato, determinato dalle circostanze reali e materiali dei luoghi in cui prendevano forma.
L’artista racconta: «È difficile recuperare una traccia di quelle installazioni e dei gonfiabili, perché la durata effimera degli interventi di arte pubblica era parte integrante dell’opera stessa. Non è rimasto nulla… Si trattava di un gioco, bellissimo e affascinante, ma pur sempre un gioco e, come in tutti i giochi, il divertimento dura poco». L’artista sorride birichino quando racconta che oggi tutti lo rincorrono per avere una sua opera… Ma come recuperarla? Eh eh eh! Genio puro!

Il gioco come filo conduttore. Per fortuna, questo spirito giocoso dell’arte permane e continua a essere una caratteristica dominante che attraversa i diversi luoghi di Artissima. Ne troviamo testimonianza anche in alcune mostre e ricerche artistiche che, pur nella diversità dei linguaggi, fanno del gioco uno strumento di esplorazione e di conoscenza.
Alberto Savinio: la fantasia come gioco
In mostra alla Pinacoteca Agnelli fino al 4 aprile 2027, Alberto Savinio fu un grande sostenitore del gioco, come testimoniano i suoi dipinti popolati da giocattoli e oggetti immaginifici.

Fuminao Suenaga: giocare con le immagini e la memoria digitale
L’artista Fuminao Suenaga, presentato ad Artissima dalla galleria giapponese Maki Fine Arts, è nato a Yamaguchi, in Giappone, nel 1974. Nella serie di dipinti Thumbnail, iniziata nel 2010, l’artista gioca a inserire il nome di un pittore famoso in un motore di ricerca su Internet e a riprodurre le pagine dei risultati ottenuti, come suggerisce il titolo stesso delle opere. Mentre nella realtà le opere originali degli artisti famosi presentano dimensioni molto diverse tra loro, nei risultati di ricerca online appaiono in miniature di dimensioni pressoché uniformi, come tessere di un gioco.
L’elenco dei risultati, infatti, privilegia la visibilità, standardizzando le proporzioni delle immagini e rendendo evidente la logica che governa la navigazione sul web. Se da un lato gli algoritmi determinano la sequenza delle miniature, dall’altro i risultati riflettono anche la cronologia di navigazione personale di Suenaga, introducendo nei dipinti una dimensione privata. Il gioco si fa così ricorsivo e si trasforma in un’interessante riflessione sulle dinamiche del rapporto tra l’opera d’arte e chi la osserva.

Yasuko Toyoshima: la teoria copernicana e il gioco delle infinite possibilità
Yasuko Toyoshima (nata nel 1967 a Saitama, in Giappone) è nota per i suoi Rulers, realizzati con righelli di plastica deformati e privati della loro originaria funzione di misurazione. Fin dagli anni Novanta, la sua ricerca interviene sugli oggetti familiari, alterandone la funzione e sovvertendone il ruolo abituale, per invitarci a guardarli con occhi nuovi. The Copernican Theory (2020) è composto da cerchi di legno sovrapposti che ruotano come quadranti, dando vita a innumerevoli configurazioni, senza mai fissarsi in una forma definitiva. Realizzate attraverso una varietà di forme e colori, le opere prendono il nome dai tifoni osservati in Asia nel corso del 2020. I nomi dei tifoni, secondo una tradizione locale, richiamano fiori, animali, persone, fiumi e siti archeologici.

Mae Bloom: il tempo come gioco di scambi
Per la sezione Present Future di Artissima, Hannah Barry Gallery presenta un corpus di opere di Mae Bloom, riunite sotto il titolo Time as Exchange (Optimism-Pessimism, Industry-Hobby) (Il tempo come scambio: ottimismo-pessimismo, industria-tempo libero). Il progetto comprende un’installazione a parete, concepita appositamente per lo spazio espositivo, affiancata da un gruppo di nuove sculture realizzate per l’occasione. Nella pratica dell’artista, i quadranti e i meccanismi degli orologi restituiscono una concezione del tempo come qualcosa che si percepisce, si impiega e si comprende, piuttosto che come un’entità astratta e isolata. I 122 piccoli oggetti realizzati a mano, provenienti dal mondo dell’artigianato tessile, della confezione di abiti e della cultura dei souvenir, sono montati su meccanismi di orologio, ciascuno regolato su un ciclo di un minuto.
Alcuni ruotano regolarmente, altri procedono in modo irregolare, inceppandosi senza riuscire a completare il movimento. Disposti secondo un diagramma a dispersione, gli oggetti delineano un campo instabile: il pessimismo e l’ottimismo occupano l’asse verticale, mentre l’industria e il tempo libero si distribuiscono su quello orizzontale. Le posizioni apparentemente fisse si dissolvono in una rotazione continua, nella quale lavoro e piacere, utilità e futilità rimangono in costante movimento.

Oltre la produttività: il valore della cura
Sottratti alla loro funzione originaria e riproposti in nuove configurazioni, gli oggetti ritrovati diventano spunti di riflessione su come il tempo, il lavoro e il valore possano essere concepiti al di là dei tradizionali sistemi di produttività. Bloom pone invece in primo piano l’attenzione, la responsabilità e la cura, suggerendole come misure alternative del valore. Le sue sculture ripercorrono il percorso attraverso cui un materiale si trasforma in oggetto, esplorando le molteplici direzioni del movimento dei materiali attraverso le mani dell’uomo e i processi meccanici.
Diverse sue opere incorporano elementi in bronzo, elaborati con una sensibilità irriverente e sperimentale che sovverte l’importanza storicamente attribuita a questo materiale. Questi elementi mettono in discussione le distinzioni tra permanenza e improvvisazione, monumento e gesto, abilità e gioco. E forse, il bello dell’arte è proprio questo: giocare sul serio, senza prendersi troppo sul serio. Proprio come fa Mazzucchelli, con quel suo sorriso birichino di chi sa che il gioco, in fondo, non è affatto finito!







