03 Novembre 2026 11:49

Festival ARTis, seconda edizione: intervista a Marina Wallace

A Vicenza prende avvio a la seconda edizione del Festival ARTis, perché «non vi è arte senza artista». Dal 10 al 15 novembre, incontri e talk nella città del Palladio. Ne parliamo con la direttrice artistica Marina Wallace

La prima edizione del Festival è stata un successo, con una grande partecipazione di pubblico a ogni appuntamento, il modello viene riproposto anche quest’anno – incontri e talk con artisti e critici italiani e stranieri, laboratori e workshop – con quali variazioni?

Lo scopo è lo stesso dell’anno passato, ma la forma è leggermente diversa. Quest’anno abbiamo creato cinque Cluster: Education, Family, Talk, More, Residence. Ogni Cluster raccoglie varie attività del Festival. Abbiamo anche intensificato il programma per le scuole, aumentando il numero dei laboratori tenuti dai Musei, e creato più spazio fra i vari incontri del programma, lasciando più tempo al pubblico di muoversi da un evento all’altro. L’anno scorso il programma era forse troppo pieno. Era il nostro primo anno, e rifletteva il nostro entusiasmo. Quest’anno, inoltre, abbiamo inoltre un evento che precederà di sei giorni l’inizio vero e proprio del Festival. L’anteprima vedrà Massimo Cacciari e l’attrice Paola de Crescenzo, presentare – al Teatro Olimpico – testi estratti dall’opera monumentale di Karl Kraus, Gli Ultimi Giorni dell’Umanità. I temi dell’assurdità e della crudeltà della guerra, insieme all’emergenza di questioni ambientali, la violenza contro le donne, e l’urgenza della pace, fanno parte di ARTis 2026. Non potevamo rimanere indifferenti a quello che succede nel mondo ora, aggressioni che emarginano la cultura e l’arte, oltre ad emarginare tutti noi.

Nel programma appaiono nomi di grande prestigio, italiani internazionali, ma viene dato molto risalto a una serie attività per bambini, studenti e famiglie con laboratori, workshop e giochi, insomma c’è anche da divertirsi.

Crediamo che bisogna cominciare dai bambini, dalle famiglie, dai giovani per proporre un modello di arte e creatività che includa il gioco, il divertimento. Anche noi adulti dovremmo divertirci durante l’apprendimento. Non c’è modo migliore per condividere la conoscenza. Per questo abbiamo dedicato le mattinate durante la settimana del Festival ai laboratori con le scuole, per questo abbiamo investito molto nei rapporti con i Musei che offrono i workshop. Abbiamo anche comunicato ai nostri speaker che i loro interventi dovranno essere leggeri e profondi allo stesso tempo e soprattutto chiari. Anche ai “grandi” nomi internazionali, agli accademici quali Martin Gayford, Horst Bredekamp, Andreas Beyer, Claudio Bartocci abbiamo chiesto di usare un linguaggio accessibile. Ai Direttori di Musei come Gus Casely-Hayford, Karole Vail, Vanessa Carlon, Cristiana Perrella, Cristian Greco abbiamo chiesto di essere chiari nel loro racconto. Sono certa che artisti affermati come Michael Craig-Martin, Lisa Milroy, John Isaacs, Julia Krahn, Claudio Favelli, Fabio Bucchi, Marinella Senatore, Vedovamazzei, Caretto-Spagna, Rob Kesseler, Agalis Manessi, Letizia Cariello, Antonio Riello, Alan, Lani e Joseph Feltus, Lulu Nuti sapranno coinvolgerci con i loro dialoghi. Dai famosi architetti come Paul Williams di Stanton Williams e dai conservatori e curatori quali Alessandro Martoni, Giuliana Benassi, Vittorio Urbani, Bartolomeo Pietromarchi, ci aspettiamo conversazioni accattivanti e illuminanti. Anche io spero di essere chiara in queste mie risposte.

Il Festival nasce dall’idea di dare la parola agli artisti, perché?

«Non vi è Arte senza Artista» è diventata la nostra parola d’ordine. Il Festival definisce l’arte come una professione, fornendone il contesto a tutto tondo. Chiediamo ai nostri ospiti di svelare come svolgono il loro lavoro creativo, cosa c’è dietro l’opera d’arte. Vogliamo favorire il dialogo diretto con un pubblico piuttosto lontano dall’arte contemporanea, ma curioso e desideroso di saperne di più. Ci preme eliminare la distanza tra il pubblico e l’artista. L’artista è spesso schermata dalla critica d’arte, dallo storico, dalla galleria. Il lavoro creativo viene interpretato da curatrici e conservatori, l’artista resta in secondo piano, nascosta dietro le quinte, e il pubblico deve decifrare le parole spesso oscure della critica dell’arte. Ernst Gombrich fu il primo grande storico dell’arte a ribellarsi a linguaggi astrusi. Come Gombrich, anche noi invitiamo le persone ad avvicinarsi all’artista, a guardare con i propri occhi e a sentire con le proprie orecchie, liberandosi dai pregiudizi e dalle formule preconfezionate dei critici.

Con ARTis abbiamo fatto un esperimento, e ci è riuscito bene. Abbiamo dimostrato che concetti storici, tecnici e psicologici complessi (come la prospettiva, l’arte concettuale, l’evoluzione degli stili, le teorie del colore) si possono spiegare usando parole chiare e quotidiane. Si tratta ora di allargare l’esperimento e metterne in pratica i risultati. La seconda edizione ci dice che non basta il singolo evento, e segnala la necessità di continuità per articolare un discorso con lungimiranza e per tessere relazioni nel territorio.

Il sistema dell’arte predilige le grandi manifestazioni – molto spettacolo, molta immagine, molta “audience”. ARTis però si sviluppa attorno a qualcosa che sembra andare contro questa tendenza: la parola, e pertanto l’ascolto. L’ascolto pretende attenzione e partecipazione, qualcosa a cui ci stiamo disabituando. È un rischio, una scommessa.

È una scommessa tanto rischiosa quanto necessaria. Il sistema dell’arte contemporanea ha progressivamente sposato le logiche dell’industria dell’intrattenimento, dove l’opera diventa spesso uno sfondo per selfie e le grandi mostre si trasformano in parchi a tema ad alto impatto visivo. In questo contesto, prediligere la parola e l’ascolto è un vero e proprio atto di resistenza culturale. Il Giornale dell’Arte di questo mese riporta un numero di Fiere d’arte altissimo: solo a ottobre e novembre ce ne sono state cinquanta. Tanto che nel titolo l’articolo pone la domanda: “l’arte è diventata una fiera?”. Le mostre “blockbuster” riempiono le pagine dei giornali, non rivelando le altissime spese sostenute per realizzarle e i rischi a cui si sottopongono le opere d’arte durante il trasporto. Si giudica il successo di una mostra in base ai metri di fila per acquistare il biglietto o alla pubblicità. ARTis è un’altra cosa. Nasce da qualcos’altro. Sia io che Vittorio Bo, l’ideatore di ARTis, abbiamo avuto in passato varie esperienze nel campo della divulgazione della scienza. Ci siamo impegnati, collaborando con scienziati ed artisti, a rendere la scienza un bene comune accessibile a tutti, indipendentemente dal livello di istruzione. Crediamo nella democratizzazione del sapere, nello sviluppo del pensiero critico che in campo scientifico si raggiunge fornendo ai cittadini gli strumenti per contrastare le “fake news” e la “pseudoscienza” – cose che possono aiutare la società a prendere decisioni consapevoli su temi cruciali come salute, ambiente e tecnologia.

Anche l’arte è un tema cruciale della nostra società, non da meno della scienza, ma molto meno accessibile a tutti. Ci siamo chiesti se la stessa operazione che avevamo fatto per la scienza fosse applicabile all’arte. Esistono musei scientifici interattivi, Café Scientifique, podcast, varie iniziative di divulgazione della scienza fra cui anche il Festival delle Scienze di Roma creato da Vittorio, e molti progetti a Londra e altrove all’estero di mia iniziativa. Ma non c’era neanche un Festival dell’Arte. Solo fiere, mercati dell’arte, mostre e conferenze accademiche.

Con ARTis sappiamo di essere in controtendenza. In una società costantemente bombardata da stimoli visivi rapidissimi, l’ascolto è obliterato perché richiede tempo. Non si può fruire di una parola in un secondo come si fa con un’immagine da Instagram. Lo spettacolo trasforma lo spettatore in un consumatore passivo. Letteralmente lo spettatore è “colui che sta a guardare”. L’ascolto, invece, esige una partecipazione attiva: per ascoltare davvero bisogna fare silenzio dentro di sé e accogliere l’altro. Scegliere questa strada significa rinunciare ai grandi numeri immediati per puntare sulla qualità dell’esperienza e sulla profondità del legame con il pubblico. È il passaggio dal concetto di audience (intesa come massa da quantificare) al concetto di comunità (intesa come unione di persone che condividono un senso).

Se ci pensiamo, la vera avanguardia oggi non sta più nel creare l’immagine più scioccante o l’installazione più mastodontica, ma nel riuscire a fermare il tempo e ricreare uno spazio di attenzione. Non vogliamo spettatori passivi. Noi lo spettatore lo preferiamo attivo e nostro complice.