03 Novembre 2026 17:25

L’arte come spazio generatore. Koen Vanmechelen a Venezia

Koen Vanmechelen, We Thought We Were Alone, copyright Francesco Allegretto
Antropocentrismo, ibridazione e identità: a Palazzo Rota Ivancich la ricerca interdisciplinare di Vanmechelen

Palazzo Rota Ivancich è una dimora storica a pochi passi da Piazza San Marco, nel sestiere di Castello, dalle architetture gotico-rinascimentali e dai rimaneggiamenti barocchi. Porta con sé il fascino del tempo passato e l’elettrica dinamicità dell’arte contemporanea. Sfarzo, soffitti affrescati, stucchi armoniosi e raffinati, uno scalone monumentale, finestre ad arco ogivale e l’affaccio. Come ogni palazzo gentilizio sul canale privato e silenzioso. Per quella casa che nei secoli è stata ritrovo di artisti, scrittori che hanno segnato la cultura occidentale.

In concomitanza con la 61ª Esposizione Internazionale d’Arte della Biennale di Venezia, fino al 22 novembre 2026, Palazzo Rota ospita una mostra con quaranta sculture e installazioni site-specific realizzate appositamente per l’occasione dall’artista belga Koen Vanmechelen. We Thought We Were Alone, con la curatela di James Putnam, scrittore inglese e studioso di fama internazionale, si propone di esplorare la relazione tra due mondi sovrapposti e interconnessi: quello degli organismi viventi e l’ambiente inorganico, partendo da un nuovo punto di vista, superando una visione assoluta con al centro l’uomo.

 

Koen Vanmechelen, We Thought We Were Alone, copyright Francesco Allegretto
Il Rinascimento Globale

L’arte è una forza vitale, in grado di trasformare la natura delle cose, i canoni classici della bellezza. E generare nuove forme e identità ibride, che vengono accolte in questo spazio generatore. Nuove vite scultoree abitano il Palazzo, immergendosi attraverso i suoi tre piani con la loro strana presenza. Si tratta di un processo di metamorfosi, di creazione, nel quale materiali come marmo, bronzo, pelle, piume, vetro si dissolvono, si ricompongono e riemergono in forme nuove, assumendo un’identità biologica diversa.

In questo nuovo Rinascimento Globale (Cosmopolitan Renaissance), come lo definisce Vanmechelen, ci sono tre parole chiave. Incrocio, ibridazione e identità, tutte le creature animali vincono quel superbo antropocentrismo e diventano portatrici e messaggere di una verità diversa. Così, le opere legate al mondo classico e al nostro personale immaginario come esempi di equilibrio e armonia assoluta, si veda Le Tre Grazie e Medusa cambiano natura, si reinterpretano attraverso l’innesto di teste di rettili o uova poste su sinuosi corpi nudi umani.

Il tema del ritratto, della cura delle cornici in prezioso vetro veneziano e all’interno principesche teste di gallo. In Think Twice (2026) in travertino, il tema del Giano bifronte che qui diventa volto di splendida fanciulla da un lato e dall’altro luciferino volto di rettile. L’opera d’arte si plasma attraverso relazioni e interconnessioni collocando la vita umana all’interno di sistemi più vasti in dialogo con ecosistemi globali e sostenibili.

 

Koen Vanmechelen, We Thought We Were Alone, copyright Francesco Allegretto
Il gusto per le citazioni

Non mancano citazioni dirette con riferimento ai viaggi, agli studi e alle collaborazioni dell’artista. Come in Cosmopolitan Fossil (2026), nel quale il piccolo infante prova a tenere un grosso ramarro che tenta in ogni modo di liberarsi dalla sua prepotente stretta. Quest’opera si riferisce a Bambino col gallo (1868) di Adriano Cecioni della Galleria d’Arte Moderna di Palazzo Pitti a Firenze, modello preparatorio in gesso dalle dimensioni naturali, nel quale il bambino è colto nel gioco ad afferrare un gallo con un’espressione di sorpresa e realismo.

Van Mechelen nella sua interpretazione deforma il volto in un’espressione di sofferenza e ingigantisce le dimensioni del bambino. Sostituisce l’animale in una gigantesca iguana quasi a suggerire una lotta fra i due mondi contrapposti, quello animale e quello umano. Tutto si sintetizza nell’opera che dà il titolo alla personale We Thought We Were Alone (2026). Un dito gigantesco che mantiene in bilico una sfera sormontata da una scimmietta animata e dispettosa.

 

Koen Vanmechelen, We Thought We Were Alone, copyright Francesco Allegretto
Presenze che abitano le sale

Fragilità, ambiguità, mito, sovranità naturale, silenzio, strazio, sfida ai confini stabiliti sono l’essenza che guida queste presenze che abitano le sale, che entrano nelle architetture come un iniziato ad un rito intimo e introspettivo. Sono silenti, camminano nella penombra. Presenze a volte sospese alle pareti oppure che si riflettono in uno specchio brunito o lottano per liberarsi da una gabbia che le priva della libertà.

Sono guerrieri dal manto di piume di corvo che conservano le loro armi lucenti e portano addosso come amuleto e simbolo della sapienza una testa di civetta come in Under my Skin (2026), sono animali che, di tutto punto vestiti sfilano su di una passerella sicuri, ricchi di sensualità e spudoratamente potenti come in We are the Other (2026). Inferno e Paradiso hanno perduto il loro limite e le sue creature devono trovare un confronto una nuova collocazione in un mondo orami interconnesso.

 

Koen Vanmechelen, We Thought We Were Alone, Image copyright Francesco Allegretto
Il Cosmopolitan Chicken Project

La pratica artistica di Koen Vanmechelen è fortemente interdisciplinare e tende a espandere costantemente i confini tra espressione artistica in ricerca scientifica e impegno comunitario. La mostra è la continuazione del Cosmopolitan Chicken Project, che da diversi anni si prefigge un’esplorazione globale attenta alla diversità bioculturale e allo studio dell’identità attraverso l’interazione tra arte e scienza.

Da diversi anni l’artista belga compie un’attività continua presso LABIOMISTA, un parco culturale di 24 ettari in Belgio dedicato a progetti guidati dalla comunità e che coinvolge realtà locali pur mantenendo una prospettiva internazionale. Ogni anno, LABIOMISTA sviluppa il proprio programma attorno a un tema centrale. E, nella sua ottava stagione intitolata Never Alone, pone in primo piano l’idea di interconnessione collettiva.

 

Koen Vanmechelen, We Thought We Were Alone, copyright Francesco Allegretto
La musica come forma identitaria fra uomo e natura

Nell’ultima parte del percorso, in questo processo di continuo svelamento, l’artista collabora con il celebre musicista Youssou N’Dour che opera direttamente sull’installazione Wild Gene Festival dove arte e musica si fondono, invitando i visitatori a vivere e celebrare i ritmi della creatività e della connessione attraverso un’architettura sonora.

I gesti, i suoni e i colori riflettono l’identità di un’umanità confusa che ha perso il senso di comunità. E non riesce a trovare più la via di un dialogo fra i viventi, uomo e natura. Molti i volti, fra i quali quello dei creatori stessi, impressi su di un muro, in quelli, un atto di speranza nei sorrisi e negli occhi volitivi che riportano al vero senso di quella umanità perduta.

Koen Vanmechelen, We Thought We Were Alone
A cura di James Putnam
Fino al 22 novembre 2026
Palazzo Rota Ivancich
Calle del Remedio, 4421, Castello, Venezia
Orario: lunedì – Chiuso; tutti i giorni 10.00 – 18.00 (ottobre – novembre)