03 Novembre 2026 11:35

Le città sotto le città

Joana Hadjithomas e Khalil Joreige, Unconformities al sito archeologico Saint-Antoine di Ginevra

Joana Hadjithomas e Khalil Joreige, Unconformities al sito archeologico Saint-Antoine di Ginevra: un’operazione scientifica diventa il punto di partenza di una riflessione visiva sulla profondità del tempo

Sotto le nostre città ne esistono altre, dimenticate, distrutte, ricoperte da nuove costruzioni. Talvolta riemergono durante uno scavo, riportando alla luce tracce di vite lontane, oggetti d’uso quotidiano, fondamenta di edifici, sepolture. Ma ciò che riaffiora dal terreno non restituisce mai una storia completa. Sono frammenti che chiedono di essere interpretati e che, a seconda delle conoscenze, degli strumenti e delle domande di ogni epoca, possono dare origine a racconti differenti. È intorno a questa instabilità della memoria storica che si sviluppa la ricerca di Joana Hadjithomas e Khalil Joreige, protagonisti della mostra organizzata dal MAMCO di Ginevra, a cura del direttore Lionel Bovier, nel nuovo sito archeologico Saint-Antoine.

Inaugurato il 5 settembre 2026, il sito si trova sotto l’Esplanade Théodelinde, all’estremità della Promenade Saint-Antoine, nel cuore della città vecchia. Le campagne di scavo condotte tra il 2012 e il 2015 hanno portato alla luce testimonianze di circa duemila anni di storia: resti di abitazioni romane, una necropoli tardo-antica e medievale, le fondamenta della chiesa di Saint-Laurent e strutture appartenenti alle fortificazioni cinquecentesche. Di fronte all’importanza dei ritrovamenti, la città ha scelto di conservarli e renderli accessibili attraverso un intervento architettonico affidato ad Atelier_Traces Architectures ed Estar.

Il risultato è uno spazio di notevole suggestione. Le rovine occupano gran parte dell’ambiente sotterraneo, circondate da un camminamento che consente di osservarle da vicino senza interferire con le strutture antiche. Dall’alto, tre grandi lucernari portano la luce naturale sui diversi nuclei archeologici, collegando idealmente ciò che rimane sotto terra alla vita che continua sulla superficie. Le pietre, i muri interrotti e i dislivelli del terreno raccontano una successione di trasformazioni, nella quale ogni epoca ha costruito sulle tracce di quella precedente, talvolta riutilizzandone i materiali.

Joana Hadjithomas e Khalil Joreige, Unconformities al sito archeologico Saint-Antoine di Ginevra

La scelta di presentare qui le opere di Hadjithomas e Joreige appare dunque particolarmente pertinente. I due artisti e cineasti, entrambi nati a Beirut nel 1969, lavorano insieme da oltre trent’anni, attraversando cinema, fotografia, video e installazione. Una parte importante della loro ricerca riguarda la formazione e la circolazione delle immagini, i processi attraverso i quali una storia viene raccontata, dimenticata, recuperata o trasformata. Beirut, segnata dalla guerra civile, dalle successive distruzioni e dalle continue ricostruzioni, è stata per loro un osservatorio privilegiato delle relazioni tra memoria, rappresentazione e spazio urbano.

L’interesse per ciò che rimane nascosto ha trovato uno sviluppo particolare nel progetto Unconformities, realizzato in collaborazione con archeologi e geologi e premiato nel 2017 con il Prix Marcel Duchamp. Il termine, mutuato dalla geologia, indica una discontinuità nella successione degli strati, una lacuna che può corrispondere a un periodo di erosione o di mancata sedimentazione. È un concetto che si presta a una lettura più ampia della storia, nella quale non tutto procede secondo una sequenza lineare: ci sono interruzioni, cancellazioni, sopravvivenze e ritorni inattesi.

Le opere presentate a Saint-Antoine appartengono a tre nuclei di questa indagine: Palimpsests, Time Capsules e Trilogies. Tutte prendono avvio da materiali e procedure dell’archeologia preventiva, quella che interviene prima dell’apertura di cantieri edilizi per individuare, documentare e, quando possibile, salvaguardare le testimonianze del passato. Gli artisti si interessano in particolare al carotaggio, una tecnica che consiste nel prelevare dal sottosuolo campioni cilindrici, capaci di conservare nella loro successione le caratteristiche degli strati attraversati. Un’operazione scientifica diventa così il punto di partenza di una riflessione visiva sulla profondità del tempo.

Joana Hadjithomas e Khalil Joreige, Unconformities al sito archeologico Saint-Antoine di Ginevra

In Time Capsules i campioni di terreno, pietre e frammenti di oggetti provenienti da siti archeologici in Francia e in Libano sono ricomposti in lunghe strutture cilindriche, sospese verticalmente nello spazio. Il loro aspetto è insieme scientifico e scultoreo: la varietà delle materie, dei colori e delle consistenze crea una sequenza visiva che rende percepibile la stratificazione. Sospese sopra le rovine di Saint-Antoine, queste colonne stabiliscono una relazione particolarmente efficace con il luogo. Le stratificazioni racchiuse nei cilindri dialogano con quelle delle murature sottostanti; le une condensano verticalmente il tempo, le altre lo dispiegano nello spazio.

Un procedimento diverso caratterizza Trilogies, piccoli assemblaggi disposti in cornici di legno, che riuniscono una fotografia con un campione archeologico, la sua rappresentazione grafica e una nota manoscritta. La fotografia documenta ciò che è stato trovato; il disegno ne propone una traduzione attraverso lo sguardo dell’archeologo; il testo avanza ipotesi sulle possibili vicende del terreno. In una delle opere, relativa a un carotaggio effettuato nell’area del Louvre a Parigi o a Beirut.

Il dettaglio interessante è proprio il carattere ipotetico della ricostruzione. Non siamo di fronte a una storia definitivamente accertata, ma a una narrazione possibile, fondata su indizi e conoscenze che potranno essere modificati da nuove scoperte. La presenza simultanea del reperto, del disegno e della scrittura rende evidente il passaggio dalla materia alla sua interpretazione. Il documento scientifico diventa un dispositivo narrativo, nel quale l’oggettività dell’osservazione convive con la necessità di formulare congetture.

Il film Palimpsests amplia ulteriormente questa riflessione, mostrando operazioni di scavo, perforazione e costruzione attraverso immagini riprese da distanze e scale differenti. Le vedute dall’alto si alternano ai dettagli ravvicinati, le immagini microscopiche alle grandi estensioni del terreno, i montaggi rapidi alle sequenze più lente. Lo spettatore passa continuamente da una dimensione all’altra, perdendo talvolta la percezione delle proporzioni.

Il film non si limita a documentare il lavoro degli archeologi. Attraverso il montaggio, Hadjithomas e Joreige trasformano le immagini scientifiche in una successione di visioni nelle quali il tempo geologico e quello umano sembrano avvicinarsi. Il sottosuolo diventa un territorio da esplorare anche con l’immaginazione, senza che venga meno il riferimento concreto alle operazioni di ricerca.

Ma questa indagine sulla stratificazione non riguarda soltanto il passato remoto. Per i due artisti, scavare significa interrogare anche le trasformazioni politiche e sociali del presente. Un episodio particolarmente significativo, affrontato in un altro capitolo della loro ricerca, è quello del campo profughi palestinese di Nahr el-Bared, nel nord del Libano. Fondato dopo l’esodo palestinese del 1948, il campo fu quasi completamente distrutto nel 2007 durante gli scontri tra l’esercito libanese e il gruppo islamista Fatah al-Islam, provocando lo sfollamento di circa trentamila persone.

Joana Hadjithomas e Khalil Joreige, Unconformities al sito archeologico Saint-Antoine di Ginevra

Quando iniziarono i lavori di ricostruzione, sotto le macerie emersero i resti dell’antica città di Orthosia, importante insediamento di epoca romana che si ritiene fosse stato devastato da uno tsunami nel 551 d.C. La scoperta poneva un problema difficilissimo: come preservare un patrimonio archeologico di tale importanza senza impedire il ritorno di migliaia di persone nelle proprie case? Gli scavi avrebbero comportato un ulteriore rinvio della ricostruzione e, di fatto, un nuovo sradicamento per una comunità già costretta più volte ad abbandonare il proprio luogo di vita.

Alla fine si decise di ricoprire i resti e ricostruire il campo. Hadjithomas e Joreige hanno dedicato a questa vicenda l’installazione Under the Cold River Bed e la lecture-performance La vertigineuse histoire d’Orthosia, intrecciando documenti, testimonianze e immagini. La città antica è tornata a scomparire sotto quella contemporanea, ma la sua nuova sepoltura non ha lo stesso significato della prima. Questa volta non è stata una catastrofe naturale a cancellarla, bensì una scelta legata all’urgenza di garantire un futuro agli abitanti.

La vicenda rende evidente quanto la conservazione del passato non sia mai una questione neutrale. Quali tracce meritano di essere salvate? Chi decide? E quale valore attribuiamo alle testimonianze di una civiltà scomparsa rispetto ai bisogni di una comunità vivente? Sono domande che attraversano il lavoro dei due artisti.

A Saint-Antoine queste questioni acquistano una risonanza particolare. Le rovine di Ginevra sono state preservate e rese accessibili grazie a una scelta collettiva e a un progetto architettonico che le ha integrate nella città contemporanea. Le opere di Hadjithomas e Joreige mostrano invece che altrove la stessa possibilità può entrare in conflitto con esigenze altrettanto legittime. Il confronto non stabilisce una gerarchia tra le diverse decisioni, ma invita a riconoscere la complessità dei rapporti tra memoria e vita presente.

Uscendo dal sito archeologico e tornando alla superficie della città, si conserva la sensazione che il terreno sul quale camminiamo sia molto meno stabile di quanto sembri. Sotto le strade e gli edifici continuano a esistere altre città, altre vite, altre storie che si perdono in ere geologiche lontane. Alcune potranno essere riportate alla luce, altre rimarranno sepolte. Il lavoro di Hadjithomas e Joreige ci ricorda che anche quando qualcosa riemerge, il suo significato non è dato una volta per tutte: dipende dallo sguardo con cui scegliamo di interrogarlo.