05 Novembre 2026 12:55

L’osservatorio del presente. Le mostre perfette

Sophie Calle, Matrimoni Rotture e Funerali Inclusi, foto © Vincenzo Labellarte, Courtesy Fondazione MAXXI

Gli elementi che rendono una mostra perfetta non sono pochi. Innanzitutto, il rigore del progetto, la definizione della narrazione, la qualità delle opere esposte e il dialogo tra di loro, l’allestimento della mostra negli spazi espositivi e l’illuminazione. Ma non basta: anche dettagli come i pannelli, le didascalie, la guida e, last but not least, il catalogo, che va redatto secondo criteri scientifici. Quando tutti questi elementi sono in equilibrio, e rendono l’evento espositivo unico ed irripetibile, si parla di mostra perfetta.

Nel nostro Paese, dove non sempre si fa attenzione a tutti questi elementi, non è frequente definire una mostra come perfetta. In questo momento però in diverse città della penisola si possono visitare grandi mostre davvero impeccabili. La prima, per ampiezza e complessità, è “Abitare lo spazio”, l’antologica di Luciano Fabro al Pirelli HangarBicocca, curata da Fiammetta Griccioli, Roberta Tenconi e Vicente Todolí, con la collaborazione di Silvia Fabro (Archivio Luciano e Carla Fabro). Cinquanta opere dell’artista, provenienti da tutto il mondo e legate al concetto di habitat, ambienti ideali concepiti da Fabro per accogliere e attivare le sue opere, creano un paesaggio straordinario, allestito con grande rigore, che permette di apprezzare la potenza simbolica e concettuale del lavoro di Fabro grazie all’ampiezza dello spazio espositivo. La mostra è un’occasione unica per rivedere alcuni habitat che non venivano esposti dagli anni Settanta, presentati in maniera tale da esaltare i singoli lavori, nel totale rispetto del pensiero dell’artista, grazie al lavoro ineccepibile svolto dai curatori.

Luciano Fabro, Abitare lo spazio, Pirelli HangarBicocca, ph. Agostino Osio

 

Broken. Il potere del frammento, Palazzo Strozzi, Firenze © photo Ela Bialkowska OKNOstudio

Al Palazzo Strozzi di Firenze una mostra da non mancare è “Broken. Il potere del frammento”, dedicata al tema del frammento nella storia della scultura, dall’archeologia all’arte contemporanea. Realizzata in collaborazione con la National Gallery of Art di Washington e curata da C.D. Dickerson III con Andrew Sears e Arturo Galansino, la rassegna riunisce più di ottanta opere provenienti dai più importanti musei del mondo, per riflettere sul concetto di frammento, non più inteso come resto di un manufatto distrutto, ma come oggetto autonomo, in grado di evocare e stimolare narrazioni originali, che intrecciano memorie, mutazioni, tradizioni e questioni legate all’attualità. All’interno di una narrazione espositiva globale, l’esposizione presenta una panoramica di opere antiche provenienti da civiltà europee, orientali e sudamericane, in un confronto tra mondo greco, romano, etrusco, africano, azteco, olmeco e khmer ai massimi livelli possibili, valorizzata da un allestimento classico e rispettoso di ogni singolo manufatto. Lo scenario è arricchito dal dialogo con alcuni artisti contemporanei internazionali che hanno lavorato sul concetto di frammento, come Danh Vho e Paul Pfeiffer, ai quali sono dedicate due sale personali, oltre ad una punteggiatura all’interno del percorso espositivo con opere di Francesco Vezzoli, Louise Bourgeois, Huma Bhabha, Robert Gober e Mark Manders, che presenta una grande scultura al centro del cortile del palazzo. Molto interessante il catalogo, pubblicato da Marsilio Arte e concepito come una raccolta di saggi scientifici molto approfonditi, illustrato dalle immagini delle opere in mostra.

Pontormo, Scuderie del Quirinale

Alle Scuderie del Quirinale splende la prima retrospettiva dedicata al maestro del manierismo Jacopo Pontormo, curata da Cristina Acidini in collaborazione di un team di esperti composto da esperti del calibro di Elena Capretti, Philippe Costamagna, Bruce Edelstein e Carlo Falciani. In uno spazio non semplice come le Scuderie, la mostra racconta in maniera chiara e comprensibile non solo l’artista ma anche l’ambiente culturale dell’epoca, attraverso un allestimento di notevole raffinatezza cromatica, che trasforma le Scuderie in un percorso che alterna spettacolarità e intimità, suggerendo al visitatore una fruizione giocata su un’armonia tra pieni e vuoti, che rispetta la cronologia della carriera dell’artista senza però dimenticare focus tematici, tra i quali quello dedicato ai disegni di Pontormo. Tra gli approfondimenti più riusciti la sezione sulla Corte dei Medici, che ricostruisce l’ambiente artistico fiorentino promosso dal duca Cosimo nella prima metà del Cinquecento, e la ricostruzione della Cappella Capponi nella chiesa di Santa Felicita a Firenze, con la presenza di un assoluto capolavoro come la Pala Capponi (1525-1528). Particolarmente pregevole il catalogo, edito da Electa, ricco di contenuti scientifici di rilievo.

Sophie Calle, Matrimoni Rotture e Funerali Inclusi, foto © Vincenzo Labellarte, Courtesy Fondazione MAXXI

Anche sul versante del contemporaneo è in corso una mostra eccellente: l’antologica di Sophie Calle “Matrimoni, Rotture e Funerali inclusi”, in corso al Maxxi, curata con rigore e precisione da Simona Antonacci e Pippo Ciorra. La mostra occupa l’intera galleria 2 e riunisce 8 progetti iconici della ricerca dell’artista, realizzati tra il 1978 ed il 2026, legati all’idea della fine, intesa come territorio simbolico da interrogare o limite sul quale riflettere. La rassegna è concepita come un itinerario per immagini, un percorso all’interno delle pieghe più scomode e disturbanti del quotidiano, che Calle ha trasformato in stazioni di una via crucis all’interno dell’interiorità dell’essere umano, senza filtri. Con Le tombe (1978-1990) l’artista ci conduce in un percorso fotografico attraverso tombe anonime, Dolore squisito (1984-2003) è il racconto di un viaggio tra Parigi e il Giappone, raccontato da 200 tra immagini fotografiche e testi redatti dall’artista. Molto intense le video installazioni, come Non ho potuto catturare la morte (2007) che racconta in diretta gli ultimi minuti di vita della madre dell’artista, e Voir la mer (2011) dove l’artista ha documentato l’espressione di alcuni cittadini di Istanbul davanti al mare per la prima volta con una videoinstallazione che sfrutta in maniera ottimale l’architettura dello spazio espositivo. Ed è appunto la configurazione della Galleria 2 a rendere la mostra chiara, leggibile e non affollata, presentando la ricerca dell’artista nella maniera migliore possibile, compito fondamentale per ogni museo di arte contemporanea che si rispetti.