
Al Circolo Angiolo Cheli di San Miniato, un progetto espositivo che indaga la fragilità della memoria e la persistenza delle tracce, mettendo in dialogo arte contemporanea, architettura e dimensione collettiva
“Una vecchia foto di famiglia diventa lo Zenit e il Nadir del progetto: l’osservazione di un oggetto effimero, dimenticato, che genera un pensiero capace di elevarsi a riflessione profonda e tradursi poi in parole crescendo fino al monumentalismo”. Così i curatori Sabrina Drigo e Massimo Belli introducono Prova d’esistenza, progetto espositivo di CCH presentato al Circolo Angiolo Cheli di San Miniato.
Che cosa resta di un’esistenza quando i ricordi si dissolvono e le immagini perdono il legame con chi le ha generate? È attorno a questa domanda che si sviluppa il lavoro dell’artista presentato dalla Galleria Niccoli. Che si sviluppa tra pittura, fotografia, scultura, installazione e scrittura. Concepito in stretta relazione con gli ambienti del Circolo, il progetto – in programma dall’8 novembre al 29 gennaio 2027 – si inserisce nella quotidianità di un luogo storico dedicato alla socialità. Instaurando un dialogo tra memoria individuale e dimensione collettiva.
La ricerca di CCH, di matrice concettuale, si sviluppa attraverso riferimenti letterari, filosofici e cinematografici, dai quali l’artista estrae suggestioni da tradurre in forme essenziali e dispositivi visivi. Memoria, corpo e desiderio sono i temi centrali di una pratica che si confronta anche con le dimensioni più oscure dell’esperienza, tra erotismo, violenza e alienazione. Significativa è inoltre la scelta dei materiali: marmo, onice e mogano, associati all’idea di durata e permanenza, convivono con cemento, vaselina, nastro adesivo e corde elastiche, introducendo un confronto tra solidità e precarietà, resistenza e dissoluzione.

Una condizione di attesa
Il nucleo della mostra prende avvio da una vecchia fotografia di famiglia, lasciata volutamente fuori campo. Da questa immagine assente nasce Prova d’esistenza, opera-manifesto in marmo nero sulla cui superficie CCH incide una frase. Le parole, nere su nero, diventano visibili soltanto attraverso un avvicinamento e una particolare incidenza della luce. In Waiting in the garden (2015), ferro e cemento si confrontano con la decorazione Liberty della Sala Chini. Una maniglia arancione suggerisce un possibile passaggio, destinato tuttavia a rimanere irrealizzato. In una condizione di attesa che richiama l’universo beckettiano.
In Blissful solitude alone bliss (2026), due corde elastiche tese nello spazio dell’ex sala da ballo trasformano la tensione fisica in una metafora della relazione con l’altro. Tra desiderio di isolamento e impossibilità di sottrarsi alla presenza altrui. Con Untitled (2018), invece, uno specchio convesso nero introduce una riflessione sulle possibilità dello sguardo, richiamando tanto la tradizione esoterica quanto l’uso del vetro scuro nella pittura di paesaggio.

In dialogo con questo percorso si inserisce Sissizio, l’intervento di Michela Nosiglia, il cui titolo rimanda ai pasti comunitari dell’antica Sparta. Al centro, Tavolo Banquet, una struttura in ferro priva del piano d’appoggio, si configura come una forma sospesa tra tavola conviviale, altare e luogo del sacrificio. Un corpo frammentato fluttua al suo interno, evocando la tensione tra il desiderio di avvicinamento all’altro e l’impossibilità di possederlo pienamente.
La mostra segna anche l’avvio di una nuova stagione per il Circolo Angiolo Cheli, che apre i propri spazi all’arte contemporanea attraverso una programmazione stabile. Realizzata in collaborazione con gallerie e artisti di rilievo nazionale, affiancata da incontri e momenti di approfondimento.







