07 Novembre 2026 17:23

Chiaroscuri dell’anima: al Teatro Argentina l’Otello metafisico di Luca De Fusco

Gianluca Merolli (Cassio), Federico Vanni (Otello) e Luca Lazzareschi (nel ruolo del perfido Iago)

Una densa placenta di buio interrotta da spietate lame di luce, scene che sfumano nel grigio e un’ambientazione a metà Novecento. Si apre sotto il segno di un rigoroso e suggestivo espressionismo visivo la stagione del Teatro Argentina di Roma, che dal 4 al 29 novembre 2026 ospita una potente rilettura dell’Otello di William Shakespeare. Firmato dalla regia di Luca De Fusco, direttore artistico del Teatro di Roma, lo spettacolo inaugura un dittico ideale sul tema della colpa, del desiderio e della violenza morale, che troverà il suo perfetto contrappunto a dicembre con il dramma elisabettiano Peccato che fosse una sgualdrina di John Ford.

La cifra più affascinante di questo allestimento risiede nella sua radicale decontestualizzazione spazio-temporale. De Fusco rinuncia totalmente alla sfarzosa tavolozza cromatica della Venezia rinascimentale per abbracciare un rigoroso monocromatismo. Le eleganti scene firmate da Marta Crisolini Malatesta ridefiniscono lo spazio attraverso strutture neoclassiche che evocano piazze metafisiche, virando costantemente verso le sfumature del grigio. I costumi della stessa Malatesta fissano l’azione in un’epoca a metà del Novecento, sposandosi simbioticamente con il cuore concettuale della regia: una narrazione fortemente debitrice verso il cinema noir degli anni Quaranta.

L’oscurità sul palco diventa una materia densa, quasi magmatica. In questa “scatola nera” intervengono le geometrie luminose disegnate da Gigi Saccomandi: i suoi proiettori tagliano lo spazio direttamente dalle quinte, squarciando le scene con lame di luce bianca che isolano i protagonisti e ne scolpiscono i volti, mettendo a nudo la cruda verità psicologica dei personaggi.

A completare questo sofisticato apparato visivo sono i contributi multimediali di Alessandro Papa. Le proiezioni video non sono semplici sfondi ma fantasmi della mente: le onde della tempesta che coglie la flotta veneziana invadono l’intero campo visivo, trasformandosi nella tempesta psichica che di lì a poco sconvolgerà la mente del Moro.

Se l’impianto scenotecnico appaga il piacere intellettuale, è l’altissimo livello interpretativo della compagnia a infondere calore ed emotività al dramma. Federico Vanni consegna al pubblico un Otello fuori dall’ordinario e straordinariamente convincente, con una interpretazione che rifiuta la scorciatoia della furia selvaggia per intraprendere una discesa agli inferi progressiva, un cedimento graduale e inesorabile della granitica solidità iniziale del generale veneziano. Luca Lazzareschi, navigato e magistrale, costruisce uno Iago di sottile dolcezza formale, che rende ancora più agghiacciante la sua spietata freddezza. Si muove nel buio come un ragno che tende fili invisibili, muovendosi in perfetto sincrono con i tagli di luce che ne rivelano la perfidia.

Il morbo della gelosia, instillato da Iago, inizia a divorare la mente di Otello, alterando la sua percezione del reale

Una Mersila Sokoli molto promettente incarna la purezza e il candore del personaggio, rilucendo nell’oscurità circostante con una Desdemona che si impone non solo come una passiva vittima sacrificale, ma come una figura di vibrante intensità tragica. Al fianco dei protagonisti spiccano comprimari dalla recitazione potente quali Sara Putignano (Emilia) e Gianluca Merolli con la misurata ingenuità impressa al suo Cassio. Ottimi anche i contributi di Paolo Cresta (un Roderigo stridulo e miserevole), Pier Luigi Misas (il Doge) e Francesco Biscione (Brabanzio/Montano). Al netto di una colonna sonora (curata da Ran Bagno) che in alcuni passaggi pecca di onnipresenza, perdendo la preziosa opportunità di sfruttare la potenza drammatica del silenzio, lo spettacolo di Luca De Fusco convince e scuote.

Il netto contrasto visivo tra bianco e nero, tra luce e buio, trascina la platea lontano dalla pura speculazione logica per costringerla a guardare dentro le proprie zone d’ombra. Il male, nell’intuizione di De Fusco, agisce come un virus latente, pronto a essere srotolato dal perfido filo della manipolazione. Una riflessione drammaticamente attuale sulla violenza di genere e sulla colpa che, oggi come nel Seicento, vede quasi sempre una donna innocente pagare il prezzo più alto.