29 Settembre 2026 05:29

L’uomo che aspira polvere. La storia trasmessa da una vetrina

Rodney Graham, Vacuuming the Gallery 1949, 2018

Il buongiorno dell’arte è un caffè con la Moka. Senza zucchero.

Sono il direttore della più prestigiosa galleria d’arte d’America. Gestisco i clienti più importanti. Posseggo i quadri più rilevanti. Io amo questo lavoro perché amo questo Paese e nel silenzio canticchio di Lei e percepisco i canti molteplici, perfino gli insopportabili rumori metallici degli operai. Ciascuno in questo Paese canta il suo come di dovere, chi forte e chi nei sobborghi. Il carpentiere canticchia, mentre stima l’asse o la trave; il minatore canta, mentre va al lavoro e non torna; la cameriera canticchia ciò che desidera, tra una pietanza e l’altra; l’uomo di mare canta sulla prua, il calzolaio seduto, il cappellaio matto per strada, in piedi. Il clamore della ruspa, quello del finanziere che la mattina si pettina di fronte una veloce colazione. Si ode canticchiare al nostro riposo meridiano, o al tramonto,e come canticchia quello della vecchia madre, o della novella sposa che allatta, o della ragazza che stira il doppio calzino. Fuori da questa galleria ognuno canta ciò che si addice a lui, a lei, e a nessun altro. Sono forti i rumori fuori dalla mia vetrina che per attimi si scuote. Io con sigaro vi racconto una storia che non è mai accaduta. Se non mi sentirete bene, sappiate che la mia aspirapolvere Hoover Constellation è un pezzo di design molto rumoroso.

Sono nato nel Connecticut. Non ho figli dunque non ho nipoti. I cugini non sono parenti. I fratelli oramai sono ossi spellati da randagi. Non capiscono nulla di denaro. Dunque, non capiscono nulla di arte. Non è bello ciò che piace. Vergogna a chi si rifugia nella menzogna di un gusto personale. È bello ciò che è bello. E se non comprendi paghi, ed estrai il portafogli. Lo apri e ti annuso anche la pelle.

Dettaglio (uomo) di Rodney Graham, Vacuuming the Gallery 1949, 2018
Dettaglio (uomo) di Rodney Graham, Vacuuming the Gallery 1949, 2018

Caldo e freddo non fanno effetto sul mio completo di sartoria. L’estate non mi trasmette calore, il rigido inverno non mi assidera. Non c’è vento più aspro di me, non c’è neve che possa cadere più fitta, non c’è pioggia più inesorabile. Il cattivo tempo non conosce da che parte colpirmi. Il temporale, la grandine, la nebbia, le derido nella loro lunghezza e profondità. Sono aperto tutti i giorni. Il giorno di riposo è il giorno in cui ci si scopre più vecchi di ieri e sicuramente non più ricchi. Il giorno di chiusura non trasmette la bella soddisfazione di chiudere un’altra partita in attivo. Se fosse per me tutti quegli idioti, scansafatiche, verrebbero bolliti nelle loro pentole, sfornati in delle misere torte di verdura ripescate dai bidoni della spazzatura. Il mio momento di riposo è passare l’aspirapolvere. Sono un peccatore della dismisura, un re di scacchiera che sacrifica ogni pedone pur di sopravvivere. Un albero che sradica tutte le radici. Non mi fido di chi entra. Mi fido delle persone solo quando mi inviano la prova di pagamento effettuato. I tanti discorsi sulla storia, i certificati d’autentica, gli stati di conservazione. Porcherie inventate per perdere tempo! Il muro intanto rimane bianco. Il muro rimane bianco per testimoniare che hai una vita privata dai bisogni.

La faccio breve. Perché non ne amo parlarne. Una sera. Dopo chiusura. Una donna con un vestito rosa o forse arancio. Colorata insomma. Nessuna fede al dito. Pensai: “Meglio così, siamo simili di fronte a Dio”.  “Sta chiudendo signore? Posso dare un’occhiata al quadro visto in vetrina?” – Sborbottai. Questo disturbo mi seccò. Questa tenerezza non richiesta, mi allarmò. “Sto pulendo, sono in chiusura. Ha poco tempo”. “La ringrazio” e mi sorrise. Tornai in sala. Ripresi la mia pipa e accesi la mia aspirapolvere. Un boato. Una locomotiva che quasi inghiottiva carbone e in fiamme correva lungo i binari della stazione. Passarono i minuti. Mi affacciai. La signora è ancora di fronte al quadro. Un boccheggio di pipa più vigoroso. E ancora un’ennesima tirata a lucido della moquette. Passarono altri minuti. Mi riaffacciai. Lei nella stessa posizione. Lei un respiro calmo come il battito d’ali di un gufo. Cauto tra il silenzio e la sorpresa. Spensi l’aspirapolvere, tirata di pipa. Rimisi la spina. Un’altra locomotiva. Mi sentii strano. Irrequieto. Alla vetrina della mia galleria vidi il riflesso. Vidi i lineamenti aspri di un’età più matura. L’impronta cruda di una radice incolta. Avida. E improvvisamente percepì un calore, una passione radicata. Come se accanto a me ci fosse uno spirito. Come se brillassero lacrime dagli occhi di lei.

Chi non canta prega, chi prega non richiede. Lei? Lei è purtroppo nelle vetrine. Ricorda: “tu sei me che aspiri come polvere il nostro lamento della vita”.

Dettaglio (donna) di Rodney Graham, Vacuuming the Gallery 1949, 2018