01 Ottobre 2026 23:35

L’osservatorio del presente. Roma 2026: fotografia e non solo

Irving Penn, Pablo Picasso at La Californie, Cannes, France (1957)
Una nuova istituzione culturale, interamente dedicata alla promozione della fotografia, ha inaugurato la stagione espositiva romana del 2026 all’interno del grande progetto di rigenerazione urbana dedicato alla rinascita dell’ex Mattatoio, da decenni scommessa dell’amministrazione comunale capitolina. Il 29 gennaio ha aperto i battenti il Centro della Fotografia di Roma, primo atto della nuova Fondazione Mattatoio, guidata dal presidente Manuela Veronelli e dall’amministratore delegato Umberto Marroni.

Si tratta di uno spazio di archeologia industriale ristrutturato in modo impeccabile, che propone al pubblico tre mostre distinte: “Photographs 1939–2007”, antologica del grande fotografo americano Irving Penn; “C’è un tempo e un luogo”, ampia personale di Silvia Camporesi; e infine “Corpi reali, corpi immaginari”, collettiva di tre artisti delle ultime generazioni.

La prima, curata da Pascal Hoël, Frédérique Dolivet e Alessandra Mauro, presenta la produzione di Penn attraverso la collezione della Maison Européenne de la Photographie di Parigi. Centonove stampe realizzate tra il 1939 e il 2007, divise in sei sezioni, documentano la carriera di un maestro della fotografia del Novecento, firma storica di Vogue e grande amante dell’Italia. Particolarmente interessante la sezione dedicata ai ritratti (1947–1996), dove Penn, in uno smagliante bianco e nero, coglie le espressioni inaspettate di personaggi come Pablo Picasso, Elsa Schiaparelli o Ingmar Bergman, così come quella sui Nudi (1949–1967), dove i corpi femminili, ritratti in pose originali e sorprendenti, riecheggiano le sperimentazioni di un altro interprete dello stesso soggetto, Edward Weston.

Installation View | Silvia Camporesi, Uno strappo nel cielo di carta, z2o Sara Zanin, 2026 Ph. Roberto Apa

Dai rigorosi chiaroscuri di Penn si passa ai colori soffusi di Silvia Camporesi, protagonista della mostra allestita al piano superiore, dedicata al rapporto tra tempo e luogo e curata da Federica Muzzarelli. Il percorso, diviso in cinque sezioni corrispondenti ad altrettante serie realizzate negli ultimi quindici anni, parte da Venezia per toccare l’Armenia, l’Italia e l’Oriente, con un focus su Atlas Italie, progetto dedicato ai luoghi abbandonati della penisola. Rigore e sensibilità caratterizzano la ricerca di Camporesi, tra le migliori fotografe italiane della sua generazione, capace di cogliere il genius loci in modo sempre coerente e mai banale, dando vita a cortocircuiti originali tra concetto, ispirazione e immagine. Lo si può vedere anche nella mostra “Uno strappo nel cielo di carta”, curata da Marinella Paderni alla galleria z2o, dove l’artista ha selezionato 17 scatti ispirati al concetto di perturbante di Freud, unendo gli stabilimenti di Cinecittà al parco marino di Baia.

Tornando al Mattatoio, l’ultima proposta è la deludente “Corpi reali, corpi immaginari”, curata da Daria Scolamacchia, che riunisce le opere di Kensuke Koike, Alix Marie e Forough Alaei in un’estetica post-umana banale e chiassosa, lontana dal rigore compositivo di Penn e Camporesi.

Vincenzo Agnetti, Attraverso paesaggi possibili, da Erica Ravenna

Inediti e straordinari lavori fotografici sono invece protagonisti del puntuale omaggio a Vincenzo Agnetti (1926–1981) alla galleria Erica Ravenna. “Attraverso paesaggi possibili” – accompagnato da un testo di Andrea Bellini – fa luce sulle opere fotografiche realizzate dall’artista concettuale nell’ultimo periodo della sua produzione, poco noto ma sorprendente per qualità e precisione. Dalle Photo-graffie (1981), realizzate con carta fotografica graffiata a mano, alla serie Dopo le grandi manovre (1980), in cui Agnetti reinterpreta stampe di un album fotografico giapponese attraverso annotazioni grafiche ironiche e simboliche. «Mi interessano perché sono di un poeta che usava le foto. Da parte mia ho voluto inserirmi in questo spessore poetico», spiegava l’artista. Ad aprire e chiudere il percorso due feltri del 1970, intitolati Paesaggi, con frasi attraverso le quali Agnetti esprimeva i propri pensieri sul mondo. Una mostra di taglio museale, che sopperisce in parte all’inspiegabile disinteresse dimostrato dalle istituzioni capitoline – MAXXI, Galleria Nazionale d’Arte Moderna e Contemporanea, Palazzo delle Esposizioni – verso uno degli artisti italiani del Novecento di indubbia caratura internazionale.

Alicja Kwade, Affrettati lentamente – Conversation Piece part XI, da Fondazione Memmo

Infine, merita uno sguardo la collettiva “Affrettati lentamente – Conversation Piece part XI”, curata da Marcello Smarrelli alla Fondazione Memmo, con opere di Alicja Kwade, Paul Maheke, Enrique Ramírez, Prem Sahib ed Henry Taylor. Parte di un progetto che intende restituire una panoramica degli artisti che scelgono Roma come luogo di residenza e ricerca, per questa edizione il curatore ha selezionato cinque artisti stranieri legati a residenze di prestigio (Accademia Tedesca, Accademia di Francia, British School). Spiccano le sculture di Kwade, che interpretano spazio e tempo attraverso materiali come vetro, acciaio e pietre, e la sala di Enrique Ramírez, ispirata al mare e al Cile attraverso un intreccio di disegno, video, arte tessile e collage, rileggendo storie di viaggi, conquiste e migrazioni.