25 Settembre 2026 21:49

Alessandro Moreschini. Il decorativo come pratica critica

Alessandro Moreschini. L’ornamento non è più un delittoVeduta di allestimento, Bologna, Museo Civico Medievale, 2026
Courtesy Settore Musei Civici Bologna, Musei Civici d’Arte Antica
Alessandro Moreschini. L’ornamento non è più un delitto, Veduta di allestimento, Bologna, Museo Civico Medievale, 2026, Courtesy Settore Musei Civici Bologna, Musei Civici d’Arte Antica
Fino al 22 marzo le opere polimateriche di Moreschini a confronto con reliquiari e oggetti votivi del Museo Civico Medievale di Bologna

Per molto tempo l’ornamento è stato considerato un territorio marginale, se non apertamente sospetto, nel lessico dell’arte contemporanea. Associato all’eccesso, al superfluo o a una deriva puramente estetizzante, è rimasto ai margini di un discorso dominato dalla riduzione formale e dall’efficienza concettuale. La mostra L’ornamento non è più un delitto di Alessandro Moreschini, ospitata al Museo Civico Medievale di Bologna fino al 22 marzo 2026, riapre invece questa questione in modo netto, riportando il decorativo al centro come pratica critica, sensibile e profondamente contemporanea.

Il titolo, che riecheggia una riflessione storica di Renato Barilli, non funziona come slogan teorico, ma come sintesi di una ricerca portata avanti con coerenza nel tempo. Moreschini lavora da decenni su una soglia poco frequentata dal sistema dell’arte, scegliendo una posizione appartata, lontana sia dalla spettacolarizzazione dell’immagine sia dall’azzeramento formale. La sua è una pratica fondata sulla manualità, sul tempo lungo e su un’attenzione quasi ostinata al dettaglio.

 

Alessandro Moreschini. L’ornamento non è più un delittoVeduta di allestimento, Bologna, Museo Civico Medievale, 2026
Courtesy Settore Musei Civici Bologna, Musei Civici d’Arte Antica
Alessandro Moreschini. L’ornamento non è più un delitto, Veduta di allestimento, Bologna, Museo Civico Medievale, 2026, Courtesy Settore Musei Civici Bologna, Musei Civici d’Arte Antica

Il cuore del lavoro risiede nella superficie, intesa come campo attivo di trasformazione. Oggetti e supporti quotidiani vengono attraversati da una fitta trama di segni, arabeschi, pattern decorativi che ne alterano la percezione senza cancellarne la funzione. Come osserva Barilli, nelle opere di Moreschini “si riscontrano due livelli: ci sono oggetti preziosi da collezionismo, ma su tutto scende una pioggia di raffinati frammenti che accrescono la preziosità del tutto”. È proprio questa compresenza – materiale e atmosferica, concreta e diffusa – a generare una tensione visiva sottile ma persistente.

L’ornamento, in questo contesto, agisce come un dispositivo di riscatto. Non si tratta di abbellire il quotidiano, ma di sottrarlo a un destino di pura funzionalità, reinserendolo in un orizzonte di senso. Barilli parla di una “leggera, garbata, subdola insinuazione di un contropotere”, capace di opporsi all’“esprit de géométrie” del funzionalismo attraverso una diffusione morbida, quasi organica, del segno. Le superfici, che a una prima lettura potrebbero apparire ossessive, rivelano progressivamente una qualità vitale, una rifioritura che restituisce movimento a ciò che rischierebbe di restare immobile e neutro.

 

Alessandro Moreschini. L’ornamento non è più un delittoVeduta di allestimento, Bologna, Museo Civico Medievale, 2026
Courtesy Settore Musei Civici Bologna, Musei Civici d’Arte Antica
Alessandro Moreschini. L’ornamento non è più un delitto, Veduta di allestimento, Bologna, Museo Civico Medievale, 2026, Courtesy Settore Musei Civici Bologna, Musei Civici d’Arte Antica

Il confronto con il Museo Civico Medievale rende questa dinamica particolarmente evidente. Le collezioni storiche – reliquiari, oggetti votivi, miniature, preziosità orafe – testimoniano una lunga tradizione in cui l’ornamento è stato veicolo di significato, spiritualità e immaginazione. In questo contesto, l’intervento contemporaneo non produce fratture né cortocircuiti evidenti, ma lavora per risonanza, costruendo un dialogo a bassa intensità tra epoche differenti.

Come sottolinea il curatore Raffaele Quattrone, l’allestimento è stato concepito come “un gesto di ascolto”, evitando tanto l’imposizione quanto la mimetizzazione. Le opere non occupano lo spazio museale in modo assertivo, ma vi si insinuano come presenze vive, capaci di creare legami sottili e quasi segreti con gli oggetti storici. L’obiettivo non è la sovrapposizione tra passato e contemporaneo, bensì l’incontro: un dialogo fatto di dettagli, riflessi e vibrazioni, in cui l’ornamento diventa un ponte tra epoche e restituisce al museo la sua dimensione di spazio abitato.

 

Alessandro Moreschini. L’ornamento non è più un delittoVeduta di allestimento, Bologna, Museo Civico Medievale, 2026
Courtesy Settore Musei Civici Bologna, Musei Civici d’Arte Antica
Alessandro Moreschini. L’ornamento non è più un delitto, Veduta di allestimento, Bologna, Museo Civico Medievale, 2026, Courtesy Settore Musei Civici Bologna, Musei Civici d’Arte Antica

Il percorso espositivo procede così per infiltrazioni progressive. Le opere non chiedono di essere viste immediatamente, ma richiedono attenzione, prossimità, tempo. È una modalità di fruizione che si pone in aperta controtendenza rispetto al consumo rapido dell’immagine e alla delega crescente dell’immaginazione alle tecnologie. In questo senso, la scelta di insistere sulla manualità e sulla densità delle superfici assume una valenza politica, pur restando lontana da ogni dichiarazione esplicita. La ricerca di Moreschini si colloca all’interno di una storia più ampia, che Barilli ha spesso letto come alternanza tra fasi “hard” e “soft” della cultura visiva occidentale. Dopo l’egemonia di un’estetica dura e funzionalista – sintetizzata dal celebre anatema di Adolf Loos contro l’ornamento – il decorativo riaffiora ciclicamente come bisogno fisiologico, dal Liberty al Simbolismo, dall’Art Déco fino alle esperienze della Pattern Painting e delle arti “deboli” degli anni Settanta.

Oggi, in un contesto segnato dal glocalismo e dall’apertura verso culture visive non egemoniche, l’ornamento torna a imporsi come linguaggio capace di mettere in relazione corpo, spazio e immaginazione. L’ornamento non è più un delitto si inserisce pienamente in questa traiettoria, riaffermando il valore di una pratica che rinuncia alla monumentalità per scegliere la prossimità, la cura e la responsabilità del fare. Come ricorda Barilli, Moreschini porta avanti “una preziosa attività intenta a rilanciare un filone troppo trascurato”, restituendo al decorativo la sua forza critica nel presente.

 

Alessandro Moreschini. L’ornamento non è più un delittoVeduta di allestimento, Bologna, Museo Civico Medievale, 2026
Courtesy Settore Musei Civici Bologna, Musei Civici d’Arte Antica
Alessandro Moreschini. L’ornamento non è più un delitto, Veduta di allestimento, Bologna, Museo Civico Medievale, 2026, Courtesy Settore Musei Civici Bologna, Musei Civici d’Arte Antica

Alessandro Moreschini. L’ornamento non è più un delitto
A cura di Raffaele Quattrone
Fino al 22 marzo 2026
Museo Civico Medievale
Via Alessandro Manzoni 4 – Bologna