
La mostra della Project Room del MAMbo si inserisce in un ampio ciclo espositivo dedicato a Moreni in Romagna
La mostra della Project Room del MAMbo dedicata a Mattia Moreni, curata da Claudio Spadoni e Pasquale Fameli, si inserisce in un ampio ciclo espositivo avviato presso il Museo Civico delle Cappuccine di Bagnacavallo (RA), nella sede distaccata per l’arte contemporanea dell’ex Convento di San Francesco. Il progetto ha poi aperto una seconda sezione al Museo Civico San Domenico di Forlì, è proseguito alla Galleria d’Arte Contemporanea “Vero Stoppioni” di Santa Sofia (FC), approda ora al MAMbo e si concluderà al MAR – Museo d’Arte della città di Ravenna.
L’esposizione rende omaggio alla storica mostra curata da Francesco Arcangeli, inaugurata il 12 settembre 1965 al Museo Civico di Bologna, con un comitato scientifico composto da Andrea Emiliani e Renato Barilli. In mostra sono presentati alcuni dei dipinti che facevano parte di quell’importante rassegna, coprendo un arco temporale di circa dieci anni, dalla metà degli anni Cinquanta alla metà degli anni Sessanta: il periodo in cui si compie la prima, fondamentale parabola del percorso poetico di Moreni.

Il percorso espositivo si apre con Il giardino delle mimose (1954), opera ancora di matrice postcubista, ma già declinata secondo una grammatica allentata, avviata verso quella libertà pastosa che caratterizzerà i quadri successivi. Moreni lavorava da poco più di un decennio, ma era già stato notato – primo fra tutti da Mario Merz, che nel 1945 ne aveva parlato a Francesco Arcangeli. Pochi anni dopo, Arcangeli lo incontra alla Biennale di Venezia e lo include nel gruppo degli Ultimi Naturalisti, risposta emiliana all’Informale europeo e all’Espressionismo astratto statunitense.
Visione esistenzialista
A questa temperie, che innesta una materia pittorica pesante, gestuale e sincera in una visione esistenzialista legata all’idea di presenza e di esserci in una relazione poetica e drammatica con il mondo, appartengono opere come Nuvola bianca (1958): un violento groviglio uncinato che rende la nuvola greve e drammatica, quasi un ossimoro visivo. Il processo pittorico si arricchisce di colore, calibra gesti sempre energici ma più ampi e distesi; è il momento di A tutti i maldestri del mondo: amitié (1960), in cui compaiono i cartelli piantati nel corpo erboso e terreo della pittura.

L’oggetto e la parola fanno il loro ingresso nei quadri di Moreni e daranno vita alla celebre serie dei cartelli. Espressione emblematica di questo filone è l’imponente Il vento nel campo come sempre (1964), che l’artista volle esposto in alto, in posizione dominante, in modo da incombere sullo spettatore. In questo rapporto gerarchico si avverte la volontà di rappresentare un mondo forte, imperturbabile, potente, di fronte al quale l’uomo non può che soccombere.
Di fronte a quest’opera campeggia la monumentale e dilatata fetta d’anguria di Ah! La povera anguria dell’estate (1964), che sembra fluttuare nel cosmo sopra un tappeto erboso: le terre, i verdi, il rosso succoso del frutto. Moreni continuerà a lavorare su questo soggetto per circa un decennio.

Questo ciclo di esposizioni restituisce pienamente la statura di un maestro grande e complesso, riconosciuto anche da critici internazionali come Michel Tapié e Pierre Restany, che lo accoglieranno a Parigi, dove l’artista rimarrà per dieci anni. La mostra si arresta simbolicamente al 1964, anno che segna il trionfo della Pop Art alla Biennale di Venezia e che rende improvvisamente obsoleta, agli occhi di molti, una pittura fatta di sensazioni, emozioni e gesti poetici, legata a un reale terrestre, arcaico e quotidiano, eroico nella sua resistenza all’avanzare del nuovo.
Sapore antico
La pittura razionale, oggettiva e impassibile d’oltreoceano apre allora il mondo della società di massa, dei media, del comfort e infine del consumismo, cancellando con un colpo di spugna dimensioni ancora connesse a ritualità contadine, ai campi, alle cose cariche di tensione, di erotismo gocciolante e carnale.
In un momento come quello attuale, che vede un rinnovato trionfo della pittura in ogni forma e formato, recuperare un pittore emiliano come Moreni suona come un termine di confronto forse imprescindibile.

All’inaugurazione ho incontrato un gruppo di studenti dell’Accademia intenti a studiare la mostra, praticando quell’“attenzione” di cui parlava lo stesso Moreni. Gli artisti, si sa, sono dotati di antenne: vedere dal vivo un maestro del gesto, della pennellata generosa che interpreta il desiderio e la sua fine, ha un senso profondo.
E c’è anche qualcosa di quel passato che affascina proprio perché ormai quasi scomparso – dico quasi, perché negli angoli e negli anfratti delle nostre città resistono ancora quelle baracchine che un tempo vendevano solo cocomeri d’estate. Questa mostra ha proprio quel sapore antico che, nell’era dei robot e dell’intelligenza artificiale, sembra appartenere a un mondo perduto. Eppure, proprio per questo, quando se ne avverte l’odore o l’aria, nasce il desiderio di recuperarlo: perché, come la pittura, parla ancora il linguaggio dell’uomo.




