26 Settembre 2026 23:30

I fili della mente. Ana Silva in mostra alla GAMeC

“Eau”, Installation view, GAMeC, Bergamo, Photo Lorenzo Palmieri
“Eau”, Installation view, GAMeC, Bergamo, Photo Lorenzo Palmieri
Per la prima volta in Italia i messaggi socio-ambientali dei ricami di Ana Silva, fra pratiche manuali e memoria delle origini

Nel 2002, alla fine di una sanguinosa guerra civile durata quasi trent’anni, Ana Silva (Calulo, 1979) parte poco più che ventenne dall’Angola, suo Paese natale, per giungere in Portogallo, lasciandosi alle spalle distruzione, povertà e dilanianti conflitti politici. A Lisbona accede all’Ar.Co School of Art e nuovi scenari si aprono davanti ai suoi occhi.

La propensione alle pratiche manuali, alimentata dalle tradizioni familiari e nazionali, la spinge a continuare a coltivare il ricamo, forma espressiva che, nel caso di Silva, pur assumendo spesso accenti di fine poeticità, si contamina di messaggi socio-ambientali. È lei stessa a sottolineare che in Angola solo gli uomini possono usare le macchine da cucire, mentre alle donne è riservata esclusivamente la lavorazione manuale, come metodo repressivo e discriminatorio.

 

“Eau”, Installation view, GAMeC, Bergamo, Photo Lorenzo Palmieri
“Eau”, Installation view, GAMeC, Bergamo, Photo Lorenzo Palmieri

Dal punto di vista tecnico, strada facendo, fra le mani dell’artista ad ago e filo si sono poi sommati mezzi quali la fotografia e il patchwork, che aiutano a trasformare la delicatezza della sua arte, tipicamente femminile, in strumento di forte denuncia.

Fra pattern floreali e animali, che dai vasti tessuti candidi e semitrasparenti – adottati come supporto a rappresentazioni dal sapore pittorico – inneggiano a una natura sgargiante e multiforme, si insinuano figure umane, soprattutto bambini e donne, che impugnano taniche, bottiglie e contenitori per l’acqua, come si trattasse di una segnaletica plasmata nella piacevolezza del colore, ma trasformata in minaccioso monito.

Guardiãs, 2025, ricami, paillettes, pigmenti naturali e stampa su crinolina, cm 154 x 244. Courtesy Ana Silva and A Gentil Carioca, Rio de Janeiro
Guardiãs, 2025, ricami, paillettes, pigmenti naturali e stampa su crinolina, cm 154 x 244. Courtesy Ana Silva and A Gentil Carioca, Rio de Janeiro
Silenzio condiviso

Come in tutta l’Africa, il problema della carenza idrica in Angola, nonostante il clima temperato e la conformazione geografica ricca di fiumi e laghi, è infatti profondamente avvertito a causa dell’inquinamento delle falde acquifere, tanto da divenire fonte di quotidiana ansietà. Dunque, l’acqua come segno di resilienza e di memoria delle proprie origini angolane.

Nonostante da tempo la sua area d’azione investa altri continenti – come Europa e Sud America, là dove la sua attività professionale attualmente si concentra innescando scambi culturali, soprattutto grazie all’apporto di esperte manovalanze locali che permettono di trasporre in realtà i suoi progetti tessili –, Silva ancor oggi avverte tutto il peso di queste problematiche. Fatto che è avvenuto anche a Bergamo con il contributo di ricamatrici indigene, “in un contesto di silenzio condiviso”, come sottolinea l’artista stessa, in vista dell’esposizione “Eau”, organizzata quest’anno alla GAMeC.

 

“Eau”, Installation view, GAMeC, Bergamo, Photo Lorenzo Palmieri
“Eau”, Installation view, GAMeC, Bergamo, Photo Lorenzo Palmieri

La mostra, ospitata nello Spazio Zero fino settembre prossimo, nell’ambito del programma interdisciplinare Pedagogia della Speranza, si pone come opportunità di conoscere un’artista che, pur avendo ricevuto importanti riconoscimenti internazionali – in Svizzera, USA e Francia dove, in particolare, il Musée d’Art Moderne di Parigi l’ha inserita nel 2021 nell’esposizione “The Power of my Hands”, dedicata all’arte africana femminile, e il Centre Pompidou nelle sue collezioni permanenti –, in Italia trova solo ora visibilità presso un’istituzione pubblica.

Riscatto estetico

Per le opere presentate a Bergamo, datate al 2025 ma frutto di una ricerca più che decennale, il primo processo produttivo è stato affidato alle macchine di ricamatori angolani, mentre le fasi successive di realizzazione sono state assegnate alle dita agili di donne che alla fine del lavoro hanno lasciato fluttuare, con effetti di ingarbugliata lievità, gli estremi dei fili multicolori, contribuendo all’effetto di provvisorietà tipica del non-finito. Successivamente Silva è intervenuta aggiungendo paillette e glitter per enfatizzare la preziosità intrinseca di fiori, uccelli e figure materne dalla presenza quasi regale.

 

Senza Titolo, 2025, ricami, pigmenti naturali e glitter su fliselina e crinolina, cm 230 x 150. Courtesy Ana Silva and A Gentil Carioca, Rio de Janeiro
Senza Titolo, 2025, ricami, pigmenti naturali e glitter su fliselina e crinolina, cm 230 x 150. Courtesy Ana Silva and A Gentil Carioca, Rio de Janeiro

Ma a Bergamo, a latere delle candide, maestose cortine stese nella sala grande, appaiono anche altri ricami, questa volta intessuti su materiali di riciclo come le sacche in materiali plastici e rafia utilizzate dall’Occidente, dalla Cina o dall’Africa stessa per lo smaltimento in Angola di articoli d’abbigliamento dismessi – e dunque portatori di vissuti individuali e di micro o macro storie –, destinati a essere venduti sul mercato dell’usato o a divenire definitivamente rifiuti.

Tra post-colonialismo e globalizzazione, Silva con tale ciclo di opere, intitolato O Fardo/Vestir Memórias, di qualche anno antecedenti rispetto ai lavori di maggiori dimensioni, trasforma umili contenitori in superfici di valenza artistica su cui intrecciare scene di vita e simboli, ponendo interrogativi sui circuiti internazionali del consumo, sulle impellenti problematiche ambientali, sul valore di riappropriazione dei residuati della civiltà industriale e sul loro possibile riscatto estetico.