
Negli spazi dell’Appartamento del Doge a Palazzo Ducale l’esposizione che costruisce un percorso tra archeologia, paesaggio e spiritualità
C’è un elemento che attraversa silenziosamente la storia delle civiltà: l’acqua. Non soltanto risorsa vitale, ma presenza misteriosa, capace di generare riti, credenze e luoghi sacri. Non è una scelta casuale che questa riflessione trovi spazio proprio a Venezia, città che da secoli vive in equilibrio con la propria laguna e con quell’elemento liquido che ne ha determinato storia, identità e destino.
A questa dimensione profonda e simbolica è dedicata la mostra “Etruschi e Veneti. Acque, culti e santuari”, ospitata negli spazi dell’Appartamento del Doge a Palazzo Ducale dal 6 marzo al 29 settembre.
Curata da Chiara Squarcina e Margherita Tirelli, l’esposizione costruisce un affascinante percorso tra archeologia, paesaggio e spiritualità, mettendo in dialogo le civiltà dell’Italia preromana, Etruschi e Veneti antichi, attraverso un elemento che per entrambi rappresentava un confine sottile tra mondo umano e dimensione divina: l’acqua.
Più che un semplice elemento naturale, l’acqua emerge in mostra come una vera soglia simbolica tra il mondo degli uomini e quello del divino. Intorno a sorgenti, fiumi e approdi marittimi nacquero santuari, rituali e offerte votive che raccontano il modo in cui queste civiltà interpretavano il rapporto tra natura e sacralità.
Etruschi e Veneti, pur appartenendo a tradizioni culturali differenti, condivisero per secoli lo stesso orizzonte geografico dell’Italia settentrionale e dell’Adriatico. Tra commerci, scambi culturali e rotte marittime, le due civiltà svilupparono forme di religiosità profondamente legate al paesaggio naturale e, in particolare, alla presenza dell’acqua.
Porti, sorgenti e santuari: il sacro etrusco nasce dall’acqua
La prima sezione della mostra accompagna il visitatore nel mondo religioso degli Etruschi, dove mari, fiumi e sorgenti diventano luoghi privilegiati per la costruzione dei santuari. Non è un caso che molti dei principali centri cultuali sorgano proprio nei pressi di porti o fonti naturali.
Il viaggio inizia dai grandi approdi tirrenici di Vulci e Pyrgi, città portuali in cui il mare non rappresentava soltanto una via commerciale, ma anche uno spazio carico di significati rituali. Qui il sacro si intrecciava con la dimensione del viaggio e dell’incontro tra popoli, trasformando il porto in un luogo di scambio non solo economico ma anche simbolico.

Il percorso prosegue poi verso contesti legati alle acque sananti, come Chiusi, Chianciano e San Casciano dei Bagni, dove le sorgenti termali alimentavano culti terapeutici e rituali di guarigione. Luoghi in cui natura e religione si intrecciano in modo indissolubile, restituendo l’immagine di una spiritualità radicata nel paesaggio.
Emblematico è anche il santuario di Marzabotto, edificato nel cuore dell’Etruria padana proprio in corrispondenza di una sorgente naturale: un piccolo complesso che, pur nella sua dimensione contenuta, racconta con chiarezza la centralità dell’acqua nella concezione religiosa etrusca.
La sezione si conclude con i reperti provenienti dai porti nord-adriatici di Adria e Spina. In questi centri la presenza del sacro non è attestata da monumentali strutture templari, ma emerge attraverso tracce archeologiche ed epigrafiche che testimoniano la presenza di pratiche rituali legate agli spazi portuali.
I Veneti antichi e il potere spirituale delle acque
La seconda parte della mostra introduce il visitatore nel territorio dei Veneti antichi, dove il rapporto tra sacro e acqua assume forme diverse ma altrettanto intense.
Tra i contesti più suggestivi emerge San Pietro in Montagnon, nell’area dell’attuale Montegrotto Terme, luogo strettamente connesso alla potenza curativa delle acque termali. Qui l’elemento naturale diventa veicolo di guarigione e spiritualità, alimentando offerte votive e pratiche rituali.
Un altro luogo emblematico è il santuario di Lagole di Calalzo, nelle Dolomiti, legato alla presenza di polle d’acqua ritenute terapeutiche. In questo contesto la natura diventa parte integrante del rito: le sorgenti non sono semplicemente elementi del paesaggio, ma veri protagonisti della dimensione sacra.
Il percorso tocca poi Este, uno dei centri più importanti della civiltà veneta. Il santuario locale, situato lungo un ramo dell’Adige, era dedicato alla dea Reitia, divinità associata al fiume e alla fertilità, figura centrale nella religiosità veneta.

Altino, porto di incontri e rituali
La mostra trova una naturale conclusione nel santuario lagunare di Altino, antico porto aperto alle rotte dell’Adriatico e del Mediterraneo. Non è un caso che proprio questo sito rappresenti l’approdo finale del percorso espositivo.
Antico snodo commerciale tra mondo mediterraneo e area alpina, Altino fu un luogo di incontro tra culture diverse, dove pratiche religiose locali si intrecciavano con influenze provenienti da mercanti e viaggiatori. Il culto assume qui una dimensione cosmopolita, dando vita a rituali originali nati dall’integrazione tra tradizioni differenti.
Altino diventa così simbolo di una religiosità capace di trasformarsi e adattarsi, mantenendo però l’acqua – laguna, canali, mare – come elemento centrale della propria identità.
Un ponte tra archeologia e contemporaneità
A chiudere il percorso espositivo è l’installazione “We are bodies of water”, realizzata dalla Fondazione Bonotto con la collaborazione scientifica del Museo di Storia Naturale di Venezia Giancarlo Ligabue. L’opera invita a riflettere sul fragile equilibrio dell’ecosistema lagunare veneziano, creando un dialogo tra la spiritualità antica e le urgenze ambientali del presente.
Il dialogo con il presente diventa inevitabile: l’acqua che per le civiltà antiche rappresentava una manifestazione del sacro appare oggi come una risorsa fragile da preservare.
Organizzata dalla Fondazione Musei Civici di Venezia, con il patrocinio del Ministero della Cultura e dell’Istituto Nazionale di Studi Etruschi ed Italici, la mostra è realizzata in collaborazione con la Fondazione Luigi Rovati di Milano, dove verrà riallestita al termine della tappa veneziana.
In fondo, ciò che questa mostra restituisce con grande delicatezza è una verità antica quanto l’uomo: l’acqua non è mai stata soltanto acqua. È soglia, promessa, guarigione, mistero. Gli Etruschi la ascoltavano sgorgare dalle sorgenti, i Veneti la veneravano nei fiumi e nelle lagune, affidandole parole, offerte e speranze. Oggi, attraversando le sale di Palazzo Ducale, quel dialogo lontano sembra riaffiorare lentamente. Come se le civiltà antiche continuassero a sussurrare una lezione semplice e potente: prima ancora di dominarla, l’acqua abbiamo imparato a rispettarla. E forse, proprio lì — nel riflesso silenzioso di una sorgente — è nato uno dei primi gesti spirituali dell’umanità.





