
Una nota del Ministro Alessandro Giuli “sfiducia” la Biennale per aver riammesso il Padiglione Russia. Senza conseguenze?
Sull’operato del Ministero della Cultura e dell’attuale titolare Alessandro Giuli abbiamo sempre cercato di mantenere un equilibrio informativo. Nei giorni scorsi, ad esempio, plaudevamo un atto a nostro parere virtuoso come l’acquisto dell’ex Cinema Astra di Verona, che sana un edificio in profondo degrado e arricchirà la città di un prezioso nuovo centro culturale. Ma ci sono situazioni rispetto alle quali l’equilibrio vacilla, ed anche l’informatore più distaccato si sente chiamato in causa a proporre ai lettori la sua chiave interpretativa.
Ci sembra questo il caso della nota diffusa nei giorni scorsi relativa alla posizione del MIC rispetto al ritorno del Padiglione Russia alla prossima Biennale Arte di Venezia. Volendo intavolare una citazione sofisticata, i toni – rispetto alla questione trattata – paiono richiamare la figura del Don Abbondio manzoniano, il quale scansava i sassi che si presentavano davanti al suo cammino, così come scansava i problemi che potevano complicargli la grama esistenza. Se invece si preferisse occhieggiare a motti più popolari, potrebbe andar bene il classico “can che abbaia, non morde”.

Una Biennale “ministeriale”
Che dice dunque questa nota? “In merito alle dichiarazioni rilasciate dal Presidente della Biennale, Pietrangelo Buttafuoco, si precisa che la partecipazione della Federazione Russa alla 61a Esposizione Internazionale d’Arte di Venezia è stata decisa in totale autonomia dalla Fondazione Biennale”. E qui cominciano i primi problemi. Sapete da chi vengono nominati il Consiglio di Amministrazione nonché il Presidente della Fondazione La Biennale di Venezia? Esatto, dal Ministro della Cultura. Siamo quindi davanti a un Ministro che – su una questione altamente scottante come la crisi russo-ucraina – prende decisamente le distanze da un organismo da lui stesso espresso! Di fatto, lo sfiducia!
Ma la vicenda diventa ancor più grave perché la nota continua rimarcando che la decisione della Biennale sia stata presa “nonostante l’orientamento contrario del Governo italiano”. Questo, in una realtà seria e governata da modalità civili, non dovrebbe costituire motivo di puntualizzazioni. Ma evidentemente si dà per acquisito che una fondazione dovrebbe al contrario obbedire pedissequamente nelle proprie scelte alle direttive di chi ne esprime i vertici.
Fra merito e metodo
Chiariamo un punto: non stiamo in questa sede sollevando rilievi sul merito della questione. ArtsLife, a più riprese, ha espresso la propria contrarietà al fatto che il mondo dell’arte, così come il mondo dello sport, debba subire “censure” legate alle dinamiche politiche dei paesi di origine dei personaggi coinvolti. Citiamo, ad esempio, la vicende del direttore d’orchestra russo a cui fu impedito di andare sul podio per il solo fatto di essere russo. Ci sembra quindi difficile condividere l’esclusione di un padiglione russo da un evento eminentemente artistico come la Biennale. Ma questa è una nostra opinione, e prendiamo atto che il governo possa legittimamente pensarla diversamente.

I rilievi li solleviamo, piuttosto, sul metodo. Perché la reprimenda di Giuli manifesta dei toni assertivi ed ultimativi che ci sembra non possano essere privi di conseguenze. Altrimenti, si conferma l’”indecisionismo” manzoniano sopra evocato. Si getta un macigno nello stagno, e poi si resta ad aspettare che le onde si quietino. Intanto, ci si è messa a posto la coscienza politica (e comunicativa).
Il Ministero ritiene l’agire della “sua” Biennale, su una questione così nodale, talmente lontano dall’”orientamento del Governo italiano” da meritare una deflagrante presa di distanze? Allora – sembra una provocazione, ma è semplice logica – la conseguenza dovrebbe essere una sola. Il ritiro della partecipazione dell’Italia alla Biennale. Si apre il Padiglione Russia? Si chiuda il Padiglione Italia.





