21 Settembre 2026 09:13

L’Osservatorio del presente. Tour d’arte dal fumetto alla pittura

Andrea Pazienza, Autoritratto come nobile olandese del Seicento, 1975, marker on colored paper, private Collection
Dall’Aquila a Roma, dal mitico “Paz”, Andrea Pazienza, a Bice Lazzari, alla collezione di fotografia di Valerio de Paolis, per finire a San Lorenzo, da Matéria: un percorso tra differenti linguaggi

Tutti lo conoscono come un grande fumettista e illustratore, ma pochi sanno che era anche un pittore. Parliamo di Andrea Pazienza (1956-1988) protagonista di un’impeccabile mostra al MAXXI L’Aquila. Intitolata Andrea Pazienza. La matematica del segno” e curata da Giulia Ferracci e Oscar Gilioti, rappresenta un’imperdibile occasione per entrare nell’immaginario dell’artista, evidenziando “la forza innovativa, la centralità nel panorama del fumetto italiano e il profondo legame con l’Abruzzo” sottolineano i curatori.

Come? Attraverso un percorso espositivo chiaro e preciso, reso più efficace da un allestimento che restituisce la creatività del pensiero di Pazienza. La mostra si concentra soprattutto sulla sua formazione, a partire dai primi disegni infantili, eseguiti quando Andrea aveva due anni e conservati da sua madre, per proseguire nell’adolescenza trascorsa tra Pescara e Bologna negli anni Settanta e Ottanta, quando perfeziona il suo stile, rigoroso e preciso come una formula matematica. Spiccano i ritratti, eseguiti a pennarello con colori sgargianti, tra i quali Autoritratto come nobile olandese del Seicento (1975) e Isa d’estate (1975), ad indicare appunto una dimensione che andava ben oltre l’illustrazione, ricca di riferimenti alla storia dell’arte, evidenti in opere come Pazienzbrandt (1975) e Madame Curaro (1975). Le sale successive esplorano le prime esperienze da fumettista, come Le straordinarie avventure di Penthothal (1977) seguite dalle collaborazioni con riviste satiriche come CannibaleAlter alter o Il Male, alle quali si aggiunge Frigidaire (1980), mentre il finale è affidato al personaggio di Zanardi, una sorta di alter ego malvagio dell’autore. Particolarmente interessante è la sezione dedicata al Centro d’Incontro e d’informazione-Laboratorio Comune d’Arte Convergenze, fondato da Giuseppe d’Emilio nel 1973 a Pescara. Curata da Fanny Borel, documenta le attività del centro, al quale Pazienza partecipa come studente del liceo artistico della città abruzzese, dove il giovane inaugura nel 1975 la sua seconda mostra personale, Storia di una convergenza.

Bice Lazzari, Sequenze, 1963

Un’altra retrospettiva da non perdere è dedicata all’artista italiana Bice Lazzari (1900-1988) alla Galleria Nazionale d’Arte Moderna e Contemporanea di Roma. Bice Lazzari. Il linguaggio del suo tempo” riunisce 200 opere della Lazzari, selezionate dal curatore Renato Miracco, che testimoniano tappa per tappa il percorso creativo dell’artista, in grado di coniugare l’astrattismo con le arti decorative, con un rigore e una tenacia davvero lodevoli. Il principale pregio della rassegna, documentata da un pregevole catalogo edito da Allemandi, consiste nella qualità dei materiali relativi al suo periodo di formazione, dove l’artista alterna a dipinti figurativi come Autoritratto (1929) ai primi intarsi astratti in panno Lenci, come Cuscino (1930) e Arazzo (1928), seguiti da manufatti in spago e legno. Negli anni Quaranta a Roma conosce colleghi come Achille Perilli e Piero Dorazio, e imbocca la strada di un astrattismo lirico e delicato, vicino allo stile di Carla Accardi e Giuseppe Capogrossi, con un’attenzione alla materia che la avvicina a Rotella e Burri. La Lazzari crea un alfabeto visivo molto personale, caratterizzato “da una pittura a percezione lenta, dominata da tinte tenui, da delicati passaggi tonali, da pause che invitano al silenzio e alla riflessione” spiega Miracco, che ha costruito un percorso curatoriale chiaro e leggibile, permettendo al visitatore di entrare nel pensiero di una delle poche artiste nella scena italiana del Ventesimo secolo.

Los Angeles, 1990 © Franco Fontana – in Lanterne Magiche

Dalla pittura alla fotografia: il Museo Carlo Bilotti ospita Lanterne magiche, una mostra che riunisce una selezione di fotografie dalla collezione Valerio De Paolis.
È curata da Alessandra Mauro, che le ha raggruppate intorno a tre temi: la figura femminile, lo spazio e i ritratti di artisti. Strepitosa la scelta delle immagini storiche, che vedono donne colte dall’obiettivo di maestri come Edward WestonDora MaarMan Ray e Cartier Bresson, accanto a scatti di Araki NobuyoshiMimmo JodiceTracey Emin e Letizia Battaglia. Nella sezione dedicata allo spazio spicca la serie Atlante (1973) di Luigi Ghirri, accanto ai paesaggi di Vera LutterDavid HockneyTina ModottiGianni Berengo Gardin e Mario Giacomelli, oltre ai paesaggi di fotografi meno noti ma di qualità, come Flaminia Lizzani e Gianluca Pollini. Interessante anche la parte riservata ai volti dell’arte, con un’intensa Titina Maselli ritratta da Elisabetta Catalano, un Pasolini assorto davanti alla tomba di Gramsci colto da Paolo di Paolo e due rare fotografie di Plinio de Martiis, che raffigurano alcuni artisti della sua galleria. “Per me la fotografia è stata un’avventura e una passione, fino all’arrivo del digitale” confessa De Paolis, che ha collezionato le immagini esposte in mostra negli ultimi vent’anni, con un gusto e un’attenzione davvero lodevoli.

Pietro Pasolini, N. 42.5943558, E. 11.4924375″ 2021, ossidazione su ottone, trittico, 200 x 300 cm totali, courtesy Valentina Bonomo

Due proposte interessanti dalle gallerie private romane. La prima è la personale di Pietro Pasolini, classe 1992: “Il tempo inciso”, da Valentina Bonomo, è una riflessione sulla forza della natura selvaggia come elemento generatore di un processo artistico, attraverso lastre metalliche che recano incise forme vegetali, paesaggi ed elementi astratti, ossidate attraverso l’azione diretta di elementi naturali, con risultati di notevole suggestione. Accanto a queste opere a parete l’artista ha abbinato due scatti fotografici realizzati in due territori di confine, Patagonia e Tajikistan, oltre ad una scultura, basata sull’ibridazione tra natura e cultura, in un equilibrio ancora non perfettamente calibrato.

Stefano Canto, Sogno di Pietra, 2026, exhibition view Matèria Roma. Courtesy l’artista e Matèria, Roma. Photo: Roberto Apa

La seconda è “Sogno di Pietra”, la personale di Stefano Canto (1974) da Matèria.
Qui l’artista ha trasformato la galleria nel deposito di una cava, abitata dalle sculture dell’artista: teste scolpite nel ghiaccio colorato che si sciolgono lentamente, appoggiate su mucchi di polvere di cemento, adagiate su sacchi di cemento appoggiati a loro volta su pallets di legno. Con il processo di scioglimento la polvere si solidifica creando sculture in negativo nel corso della durata della mostra, in un processo dove coesistono pieno e vuoto, materia solida ed effimera, manufatto e fenomeno naturale. Una mostra ben costruita ed assertiva, che si espande anche sulle pareti della galleria, con una serie di disegni su carta, dove l’artista esprime l’evoluzione di un lavoro rigoroso e puntuale.