29 Settembre 2026 11:28

Oscar 2026. Trionfo per Paul Thomas Anderson e Una Battaglia dopo l’altra

Una Battaglia dopo l’Altra, di Paul Thomas Anderson
Una Battaglia dopo l’Altra, di Paul Thomas Anderson
Cautela, tedio e vittorie ideologiche sempre della stessa fede. 6 Oscar per una Battaglia dopo l’altra, 4 per Sinners, 3 per Frankenstein

Il fatto che l’apice emotivo della serata dei 98simi Academy Awards sia arrivato con l’In Memoriam – il video-necrologio dedicato alle figure scomparse dell’industria cinematografica – dice molto dello stato dell’arte del cinema contemporaneo.
Non solo perché negli ultimi anni è scomparsa un’intera generazione di giganti (solo quest’anno Katherine O’Hara, Robert Redford, Diane Keaton, Claudia Cardinale, Val Kilmer e Robert Duvall), ma perché il sistema che li ha prodotti sembra non essere più in grado di generarne di nuovi con lo stesso peso culturale.
Negli ultimi tre anni se ne sono andati artisti come Gene Hackman, David Lynch, Donald Sutherland, Shelley Duvall, James Earl Jones, Maggie Smith, Gena Rowlands, il produttore Jon Landau, e prima ancora figure capitali come Quincy Jones, Ryuichi Sakamoto e Harry Belafonte.
Nel segmento In Memoriam degli Oscar recenti sono apparsi anche nomi come Tom Wilkinson, Glynis Johns, Jane Birkin, Piper Laurie, Ryan O’Neal, Bill Butler, William Friedkin, Glenda Jackson e Tina Turner…
Erano artisti che appartenevano a un’epoca in cui il carisma individuale superava il concetto di brand o di algoritmo.
Il divario tra le icone del passato e le star di oggi è incolmabile.

Figure come Robert Redford o Ryuichi Sakamoto conservavano un’aura quasi sacrale. Oggi, tra social media e contenuti dietro le quinte continui, la magia del divo si dissolve nella quotidianità digitale. É spesso il franchise a essere la star. Mentre le visualizzazioni miliardarie di oggi sono disperse su una miriade di piattaforme. Figure come David Lynch costruivano invece un immaginario condiviso: un cinema capace di unire generazioni diverse davanti allo stesso schermo. Le star contemporanee sono spesso prodotti progettati per catturare l’attenzione per pochi secondi. Quei nomi, invece, erano istituzioni culturali costruite in decenni di carriera.
Non è possibile paragonare il peso di uno di loro a quello di una star di TikTok o di un attore lanciato da un algoritmo.
Gli artisti del passato non erano semplicemente famosi: erano parte del nostro immaginario collettivo. Avevano carriere costruite sulla durata, non sulla viralità.
E così il prestigio è stato sostituito dalla popolarità.
D’altra parte la storia degli Oscar dimostra da sempre che il valore artistico non coincide con il riconoscimento dell’Academy. Autori fondamentali come Stanley Kubrick, Jean-Luc Godard, Orson Welles, Sergio Leone, Yasujiro Ozu, Andrei Tarkovsky, Robert Altman, John Cassavetes, Krzysztof Kieslowski, Park Chan-wook, Brian De Palma, Terry Gilliam, Sidney Lumet, Kenji Mizoguchi, Wong Kar-wai o Bakhtiar Khudojnazarov non hanno mai ricevuto l’Oscar.
Segno che, ieri come oggi, il canone del cinema si costruisce nel tempo — spesso molto al di là delle statuette. A tanti problemi dobbiamo poi aggiungere quello delle forzature ideologiche dell’era contemporanea.

La riforma degli Academy

Le intenzioni di Cheryl Boone Isaacs, presidente dell’Academy of Motion Picture Arts and Sciences dal 2013 al 2017 (quattro mandati consecutivi), erano tra le più promettenti quando promosse l’apertura del corpo votante e avviò una serie di riforme in una prospettiva di crescente globalizzazione dell’istituzione.
Il suo intervento non rispondeva soltanto a un afflato etico legato ai diritti civili e alla rappresentazione delle minoranze, ma anche a una precisa strategia di sopravvivenza industriale. Già più di dieci anni fa, infatti, il settore cinematografico iniziava a risentire di una progressiva diminuzione del pubblico e di un indebolimento del riconoscimento degli Academy Awards presso il grande pubblico.
In questo senso, l’iniziativa di Boone Isaacs non fu soltanto una battaglia simbolica, ma un tentativo di ridefinire il ruolo dell’Academy all’interno di un mercato audiovisivo sempre più globale.
L’apertura al mercato internazionale.

Già all’inizio degli anni 2010 l’Academy aveva compreso che il pubblico statunitense tradizionale stava diminuendo. Per mantenere gli Oscar come il premio cinematografico più prestigioso al mondo, era necessario che il corpo votante rispecchiasse la crescente globalizzazione dell’industria.

Una Battaglia dopo l’Altra, di Paul Thomas Anderson
Una Battaglia dopo l’Altra, di Paul Thomas Anderson
La diversità come fattore anche economico

L’inclusione di più donne, professionisti provenienti da contesti culturali diversi e membri internazionali non mirava soltanto a “fare la cosa giusta”, ma anche a intercettare nuovi bacini di spettatori. Numerose analisi di mercato indicavano già allora che cast più diversificati e narrazioni multiculturali potevano attrarre pubblici più ampi e contribuire a rafforzare gli incassi globali.
Il rinnovamento del corpo votante

Durante la sua presidenza furono invitati migliaia di nuovi membri provenienti da diversi paesi e settori dell’industria cinematografica, con l’obiettivo di superare l’immagine di un sistema percepito come troppo omogeneo — spesso sintetizzato nella formula “vecchio, bianco e maschio” — e quindi distante dalle sensibilità delle nuove generazioni. Questo processo ha avuto anche un effetto collaterale meno discusso: l’aumento del numero dei membri ha contribuito a rafforzare le finanze dell’istituzione, dal momento che ciascun membro è tenuto a versare una quota annuale di circa 600 dollari per mantenere l’appartenenza all’Academy.

Verso nuovi criteri di eleggibilità

Quell’impulso riformatore ha contribuito negli anni successivi all’introduzione di criteri specifici di inclusione e rappresentazione per l’accesso alla candidatura a Miglior Film, con l’intento di promuovere una maggiore pluralità sia davanti sia dietro la macchina da presa.
In sintesi, la logica era chiara: più inclusione, più paesi coinvolti, più spettatori e quindi un mercato potenzialmente più solido. Si trattava, in sostanza, di trasformare un’istituzione tradizionalmente percepita come elitaria in una piattaforma realmente globale, capace di competere nell’era dello streaming e della circolazione transnazionale dei contenuti.
Come si dice “la strada verso l’inferno è lastricata di buone intenzioni”. Ed è proprio a partire da questo paradosso che si può leggere una delle derive più controverse delle politiche di inclusione adottate negli ultimi anni in ambito culturale e industriale.
In principio, l’apertura promossa da Cheryl Boone Isaacs all’interno dell’Academy of Motion Picture Arts and Sciences rispondeva a una necessità reale: correggere squilibri storici e ampliare la rappresentatività di un’istituzione percepita come troppo omogenea. Tuttavia, come spesso accade quando le riforme vengono applicate attraverso criteri rigidi o meccanismi di quota, il rischio è quello di generare nuove distorsioni.
Il paradosso che molti osservatori iniziano oggi a rilevare è che, nel tentativo di correggere discriminazioni passate, si finisca talvolta per introdurre nuove forme di selezione fondate non sul merito o sulla qualità artistica, ma su criteri identitari. In un contesto globale in cui il discorso sull’inclusione è diventato centrale, può accadere che l’appartenenza etnica, culturale o di genere assuma un peso sproporzionato rispetto alle competenze effettive o al valore delle opere.
Il punto non è negare l’esistenza di ingiustizie storiche né l’esigenza di correggerle. Al contrario: molte di queste correzioni erano necessarie e in parte inevitabili. Il problema nasce quando il processo di riequilibrio si trasforma in una logica di redistribuzione simbolica del potere, in cui l’accesso alla visibilità e al riconoscimento rischia di essere guidato da criteri ideologici piuttosto che da una valutazione critica delle opere.
Non è un caso che negli ultimi anni una parte significativa dei film premiati agli Academy Awards ruoti attorno a temi sociali particolarmente sensibili — immigrazione, razzismo, discriminazione — spesso costruiti attraverso schemi narrativi fortemente polarizzati. Il rischio, in questi casi, è che la complessità artistica venga talvolta subordinata alla funzione simbolica o politica dell’opera.
Necessità di mantenere un approccio critico e privo di pregiudizi
A questo punto è utile ricordare la posizione di Karl Popper. Dopo una giovanile adesione al marxismo, Popper abbandonò quell’orizzonte teorico riconoscendo di aver «accettato acriticamente, dogmaticamente, un credo pericoloso». Da quel momento divenne uno dei principali difensori del liberalismo critico e della società aperta.
Il suo contributo più importante riguarda l’epistemologia, ovvero la teoria della conoscenza. Popper sosteneva che la scienza e il sapere autentico si fondano su un principio fondamentale: la falsificabilità. Una teoria è scientifica solo se può essere messa alla prova e potenzialmente smentita dai fatti. Quando, invece, un sistema di idee diventa impermeabile alla critica e si trasforma in un insieme di verità presunte, smette di essere conoscenza e si avvicina piuttosto alla sfera dell’ideologia.
Applicata al contesto culturale contemporaneo, questa prospettiva invita a mantenere una vigilanza critica verso qualsiasi sistema che pretenda di stabilire criteri normativi rigidi per la produzione artistica. L’arte, come la conoscenza, prospera quando rimane aperta al confronto, alla pluralità di visioni e alla libertà di sperimentazione — non quando viene incanalata entro parametri ideologici predeterminati.

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Sean Penn
Il monologo di Bill Maher sugli Oscar

A questo proposito è opportuno riportare integralmente il monologo pronunciato pochi giorni fa da Bill Maher nella rubrica “New Rules” del programma Real Time with Bill Maher, andato in onda venerdì sera sulla HBO.
«Questa domenica, agli Academy Awards, ricorre il 10° anniversario della campagna #OscarsSoWhite. Qualcuno dovrebbe portare un nastro con scritto “Abbiamo vinto”. Solo per ricordare ai progressisti: ehi, sei un progressista, il progresso è ciò che stai vendendo. Goditi la vittoria.
Gli Oscar non sono più un lungo e noioso show pieno di bianchi. È un lungo e noioso show pieno di uomini di tutti i colori. Negli ultimi decenni, i premi sono stati distribuiti a tutti, senza distinzioni: The Green Book, Parasite, Coda, Shape of Water, Moonlight, per non parlare di Nomadland, che potrebbe essere sulla Somalia, ma nessuno l’ha visto, quindi è impossibile saperlo.
Gli Oscar per la migliore interpretazione sono andati a Will Smith, Michelle Yeoh, Zoe Saldana, Davine Joy Randolph, Yu Young Yoon… mi scuso per la pronuncia, Regina King, Viola Davis, Ke Huy Quan, Daniel Kaluuya, Mahershala Ali due volte. Otto dei dieci premi per miglior regia sono stati vinti da gruppi sottorappresentati, senza contare il 60% dei premi onorari.
Non si può discutere sul fatto che l’Academy, nel 2026, favorisca ancora le minoranze o che Hollywood sia di parte a favore dei bianchi, o degli australiani bianchi. Ma dai, ragazzi, possiamo vivere nel presente? Nessun membro dell’Academy, quest’anno, ha votato pensando: “Beh, non pensavo che Chalamet fosse molto bravo, ma voto per lui perché è bianco.” Hollywood non è una cricca segreta di razzisti; è una cricca di persone spaventate di sembrare razziste.
Sono stupito che, nonostante tutti i progressi, i guerrieri della giustizia sociale sentano ancora il bisogno di sfidarci come se nulla fosse cambiato. Un paio di anni fa, l’Academy ha creato un protocollo di regole molto complesso che stabilisce che non si può neanche considerare un film per la migliore regia a meno che: il 30% della squadra o due capi dipartimento siano appartenenti a minoranze e la storia principale rispetti certi criteri… ma non vieta di raccontare qualsiasi storia tu voglia.
Ok, esattamente quello che stiamo dicendo. Sono sorpreso che Trump non li abbia mai attaccati. Ma seriamente, a questo livello, oggi non potresti fare Titanic e sperare di essere nominato, o Braveheart, o Amadeus. Apollo 13 era su un gruppo di bianchi, perché i bianchi hanno fatto qualcosa. In qualche modo, senza un codice di produzione, Hidden Figures è stato realizzato e ha completato il record storico di come siamo arrivati nello spazio.
Sinners, quest’anno, potrebbe vincere più Oscar di qualsiasi altro film di sempre. È un buon film, non ha bisogno di attenzione affermativa. Neanche Parasite o Shape of Water, dove… beh, la protagonista si accoppia con un pesce: quanto puoi essere diverso?
Qualche anno fa, Denzel Washington ha detto: “Dobbiamo arrivare al punto in cui la diversità non deve neanche essere menzionata come qualcosa di speciale.” Esattamente. È l’essenza di Hollywood: una stanza piena di persone comuni, chiamata Academy, che mettono tutti sotto i riflettori prima ancora che esprimano un giudizio. E spesso, quel giudizio è discutibile e non resisterà alla prova del tempo. Forse, se dovessimo etichettare tutto questo con un hashtag, sarebbe #OscarSoWrong.
Citizen Kane, It’s a Wonderful Life, Twelve Angry Men, Singing in the Rain, Doctor Strangelove, Raging Bull, Pulp Fiction… non c’è scelta migliore tra loro. Film brillanti, fondamentali, intelligenti e onesti che si perdono sempre a favore di cose sentimentali o triviali. Saving Private Ryan perde contro Shakespeare in Love, Sunset Boulevard contro All About Eve, Driving Miss Daisy contro Glory, Gangs of New York contro Chicago, Munich contro Crash. Alcuni dei registi più iconici di tutti i tempi – Hitchcock, Kubrick, Tarantino, Kurosawa, Bergman, Fellini, Rob Reiner – hanno zero vittorie per la miglior regia.
Gli Oscar dovrebbero creare un nuovo premio, il premio “Kanye West ‘Amma Let You Finish’”. Metti Kanye in platea ogni anno per saltare su e dire: “Ti lascio finire, ma Shawshank è uno dei più grandi film di sempre.”
E gli Oscar per l’attore? Non meglio! Spesso ricevono il premio per l’apparenza, per snobismo, quando l’Academy ha ignorato i loro veri meriti le prime dieci volte che avrebbero dovuto vincere.
L’Academy spesso non premia l’attore: premia il personaggio famoso che interpreta. Se sei candidato contro qualcuno che interpreta Gandhi, Lincoln, Ray Charles o Harvey Milk… puoi anche restare a casa. E poi c’è l’altro grande trucco per vincere un Oscar: trasformarsi fisicamente. Prendere peso. Perdere peso. Diventare brutti. Naso finto? Protesi? Perfetto. Gli Oscar dovrebbero avere una nuova categoria: “Miglior Colla.»

 

Lo show

Passando allo show vero e proprio di questa edizione, l’incipit degli Academy Awards sembrava promettere bene: Conan O’Brien appariva in un preregistrato travestito da Amy Madigan, alias Gladys del film horror Weapons, che sarebbe stata la prima a ritirare la statuetta come Miglior Attrice Non Protagonista, attraversando tutti i film candidati all’Oscar. Peccato che, una volta tornato nei suoi panni, la differenza non fosse così evidente: la biacca che gli copriva il volto e rimpiccioliva ulteriormente gli occhi, insieme ai capelli imbalsamati nella lacca (che pareva più una cattiva posa notturna), richiamava i volti cerulei di Madame Tussaud e di Elisabetta I.
Il monologo iniziale era prudente: l’unico riferimento politico riguardava il caso Epstein, confrontato con quello dei pedofili inglesi. Nessun riferimento a guerre o all’innominabile presidente Trump (meno male). Si chiudeva con un vaticinio: sarebbe stata l’ultima edizione presentata da un host umano in televisione, poiché il futuro degli Oscar sarebbe stato sulle piattaforme social (YouTube), un passaggio importante per il raccordo conclusivo.
Subito dopo, è cominciata la lunga e monotona lista delle premiazioni, senza guizzi e con pochissime sorprese. Cinque premi principali sono andati a A One Battle After Another, che si è confermato Miglior Film dell’anno (non siamo d’accordo, ma è una considerazione collaterale), Miglior Regia, Miglior Montaggio, Attore Non Protagonista a Sean Penn (che ha defezionato la serata) e Migliore Sceneggiatura Non Originale, essendo il film la trasposizione del romanzo di Thomas Pynchon Vineland.
Sinners, di Ryan Coogler, ha ricevuto il maggior numero di candidature della storia (16), superando i record precedenti di film come Eva contro Eva (1950), Titanic (1997) e La La Land (2016). Dei 16 riconoscimenti, il film ne ha vinti quattro: Miglior Attore Protagonista: Michael B. Jordan, Sceneggiatura Originale: Ryan Coogler, Colonna Sonora Originale: Ludwig Göransson, Fotografia: Autumn Durald Arkapaw
Ad F1 di Joseph Kosonski è andato il premio per il Miglior Suono (Gareth John, Al Nelson, Gwendolyn Yates Whittle, Gary A. Rizzo e Juan Peralta)
Hamnet, di Chloé Zhao, ha vinto solo per la Miglior Attrice Protagonista, Jessie Buckley, una vittoria tra le più blindate. Almeno ci siamo salvati dal bis per la regista, che con Nomadland, passato quasi inosservato al grande pubblico, aveva conquistato secondo noi ingiustamente l’Oscar nel 2021.
Frankenstein, di Guillermo del Toro, storia cinematografica per eccellenza e interessante rivisitazione del mito dell’uomo “montato”, ha portato a casa i premi tecnici per Costumi, Trucco e Parrucco e Scenografia.
Ad Avatar: Fire and Ash sono andati gli Effetti Speciali.
Il Documentario Mr. Nobody Against Putin ha vinto sugli altri contendenti, mentre per il film d’animazione e la miglior canzone si è imposto KPop Demon Hunters, con “Golden”.
Infine, il Miglior Film Internazionale è stato Sentimental Value (Norvegia, distribuito negli USA da Neon), per la regia di Joachim Trier. Momento delicato, poiché si sperava che la serata evitasse la retorica abituale contro le guerre, invece Javier Bardem ha comunque lanciato l’appello, incluso quello alla liberazione della Palestina, probabilmente senza il consenso della regia; a questo punto l’iniziativa è parsa una strumentalizzazione del contesto, pur ottenendo un impatto contenuto sul pubblico.
Almeno ci siamo scampati dalla vittoria di the Voce di Hind Rajab (film duro e controverso presentato a Venezia), che pur trattando un tema molto forte e doloroso non era artisticamente al livello del vincitore, così come non lo era It Was an Accident di Jafar Panahi, già discusso in maniera estensiva al Festival di Cannes.

 

Leonardo DiCaprio e Timotee Chalamet
Leonardo DiCaprio e Timotee Chalamet

Il caso Chalamet

Marty Supreme, a nostro giudizio, è stato il grande sconfitto dell’anno. Timothée Chalamet, che quest’anno ha interpretato un ruolo strepitoso nel film di Josh Safdie, avrebbe meritato l’Oscar come Miglior Attore, anche perché rappresenta l’ultimo grande esponente della sua generazione. Tuttavia, come illustrato in precedenza, il sistema delle premiazioni ci sembra oggi viziato.
Safdie avrebbe meritato almeno un premio per la sceneggiatura originale e per il montaggio, ma invece non ha ricevuto nulla. C’è inoltre un dettaglio da ricordare: le polemiche virali legate a un’uscita poco felice di Chalamet sul balletto (anche se a urne già chiuse) hanno avuto conseguenze nefaste per lui.
Per il mondo dell’opera, si è trattato probabilmente della più grande occasione di pubblicità gratuita mai offerta al teatro musicale da un attore hollywoodiano. La situazione ha portato Steve della Casa, presente nello studio Rai per la diretta italiana dei premi, insieme ad altri colleghi,a interpretarla come un’iniziativa pianificata dall’ufficio stampa — ipotesi che escludo categoricamente conoscendolo personalmente.
Nota triste della diretta Rai: il conduttore Alberto Matano, già criticato lo scorso anno per motivi analoghi, non solo si è mostrato evidentemente poco competente sui temi trattati, ma con l’occhio ptosico dava un’impressione tutt’altro che intelligente. A questo si aggiungevano letture polarizzate e unidirezionali degli ospiti, tra cui alcuni completamente fuori contesto a nostro giudizio.

Chalamet aveva dichiarato, durante una conversazione con Matthew McConaughey a un evento organizzato da Variety e CNN a febbraio:
“Ammiro le persone — e l’ho fatto anch’io — che vanno in un talk show e dicono: ‘Ehi, dobbiamo mantenere vivi i cinema. Dobbiamo mantenere viva questa forma d’arte.’ E un’altra parte di me pensa che, se la gente vuole vederli — tipo Barbie, tipo Oppenheimer — andranno a vederli e lo faranno con orgoglio.
E io non voglio lavorare nel balletto o nell’opera, o in quelle cose in cui è come ‘Ehi! Manteniamo in vita questa cosa’, anche se a nessuno importa più di questa. Tutto il rispetto per le persone del balletto e dell’opera là fuori, ma ho appena perso 14 centesimi di audience. Ho fatto commenti a vuoto per nessuna ragione.”
L’affermazione, fatta in tono colloquiale e con leggerezza, è stata subito trasformata in scandalo, anatema e infine nemesi, precludendo all’attore la possibilità di ottenere l’Oscar. Ciò detto, lo stesso mondo dell’opera è stato, a nostro parere, vittima di un meccanismo ben noto in filosofia e sociologia e spiegato chiaramente da Guy Debord nella Società dello spettacolo: criticare lo spettacolo dall’interno implica una forma di partecipazione al sistema stesso. Semplificando, l’opera ha conferito a un attore della Gen Z un’autorità valutativa sul comparto delle opere teatrali e coreutiche e sul balletto, che lui in realtà non possedeva.

Dispiacere per le occasioni perdute

Il nostro film preferito dell’anno, un vero intrattenimento con sceneggiatura solida, montaggio coinvolgente, colonna sonora interessante e un protagonista antieroe per il quale non si può non provare empatia, è rimasto ingiustamente inascoltato rispetto ai polpettoni ideologici o ai melodrammi funebri premiati. Le inspiegabili 16 nomination per Sinners— alcune forse meritate — risultano complessivamente ridicole e quasi caricaturali.
Questo sempre per fare da eco alle parole satiriche riportate da Bill Maher nel suo monologo New Rules.
Abbiamo infine pianto a vedere riuniti Nicole Kidman e Ewan McGregor per il premio più importante: un momento emozionante che ci ha riportato indietro agli anni di Moulin Rouge, dove i nostri cuori battevano come tamburi e il cinema ci faceva innamorare.
Per concludere Conan O’Brien è tornato sull’incipit. Un nuovo preregistrato lo mostrava felice di essere diventato conduttore a vita degli Oscar solo per essere cremato in un forno nella scena successiva: il prossimo conduttore sarà Mr. Beast (la star di You Tube). Più funebre di così, si muore.

Best Picture

“Bugonia” (Focus Features)
Ed Guiney & Andrew Lowe, Yorgos Lanthimos, Emma Stone and Lars Knudsen
“F1” (Apple Original Films/Warner Bros.)
Chad Oman, Brad Pitt, Dede Gardner, Jeremy Kleiner, Joseph Kosinski and Jerry Bruckheimer
“Frankenstein” (Netflix)
Guillermo del Toro, J. Miles Dale and Scott Stuber
“Hamnet” (Focus Features)
Liza Marshall, Pippa Harris, Nicolas Gonda, Steven Spielberg and Sam Mendes
“Marty Supreme” (A24)
Eli Bush, Ronald Bronstein, Josh Safdie, Anthony Katagas and Timothée Chalamet
“One Battle After Another” (Warner Bros.)
Adam Somner, Sara Murphy and Paul Thomas Anderson
“The Secret Agent” (Neon)
Emilie Lesclaux
“Sentimental Value” (Neon)
Maria Ekerhovd and Andrea Berentsen Ottmar
“Sinners” (Warner Bros.)
Zinzi Coogler, Sev Ohanian and Ryan Coogler
“Train Dreams” (Netflix)
Marissa McMahon, Teddy Schwarzman, Will Janowitz, Ashley Schlaifer and Michael Heimler

Director

Paul Thomas Anderson
“One Battle After Another” (Warner Bros.)
Ryan Coogler
“Sinners” (Warner Bros.)
Josh Safdie
“Marty Supreme” (A24)
Joachim Trier
“Sentimental Value” (Neon)
Chloé Zhao
“Hamnet” (Focus Features)

Actor

Timothée Chalamet
“Marty Supreme” (A24)
Leonardo DiCaprio
“One Battle After Another” (Warner Bros.)
Ethan Hawke
“Blue Moon” (Sony Pictures Classics)
Michael B. Jordan
“Sinners” (Warner Bros.)
Wagner Moura
“The Secret Agent” (Neon)

Actress

Jessie Buckley
“Hamnet” (Focus Features)
Rose Byrne
“If I Had Legs I’d Kick You” (A24)
Kate Hudson
“Song Sung Blue” (Focus Features)
Renate Reinsve
“Sentimental Value” (Neon)
Emma Stone
“Bugonia” (Focus Features)

Supporting Actor

Benicio Del Toro
“One Battle After Another” (Warner Bros.)
Jacob Elordi
“Frankenstein” (Netflix)
Delroy Lindo
“Sinners” (Warner Bros.)
Sean Penn
“One Battle After Another” (Warner Bros.)
Stellan Skarsgård
“Sentimental Value” (Neon)

Supporting Actress

Elle Fanning
“Sentimental Value” (Neon)
Inga Ibsdotter Lilleaas
“Sentimental Value” (Neon)
Amy Madigan
“Weapons” (Warner Bros.)
Wunmi Mosaku
“Sinners” (Warner Bros.)
Teyana Taylor
“One Battle After Another” (Warner Bros.)

Casting

“Hamnet” (Focus Features)
Nina Gold
“Marty Supreme” (A24)
Jennifer Venditti
“One Battle After Another” (Warner Bros.)
Cassandra Kulukundis
“The Secret Agent” (Neon)
Gabriel Domingues
“Sinners” (Warner Bros.)
Francine Maisler

Original Screenplay

“Blue Moon” (Sony Pictures Classics)
Written by Robert Kaplow
“It Was Just an Accident” (Neon)
Written by Jafar Panahi; Script collaborators – Nader Saïvar, Shadmehr Rastin, Mehdi Mahmoudian
“Marty Supreme” (A24)
Written by Ronald Bronstein & Josh Safdie
“Sentimental Value” (Neon)
Written by Eskil Vogt, Joachim Trier
“Sinners” (Warner Bros.)
Written by Ryan Coogler

Adapted Screenplay

“Bugonia” (Focus Features)
Screenplay by Will Tracy
“Frankenstein” (Netflix)
Written for the Screen by Guillermo del Toro
“Hamnet” (Focus Features)
Screenplay by Chloé Zhao & Maggie O’Farrell
“One Battle After Another” (Warner Bros.)
Written by Paul Thomas Anderson
“Train Dreams” (Netflix)
Screenplay by Clint Bentley & Greg Kwedar

Animated Feature

“Arco” (Neon)
Ugo Bienvenu, Félix de Givry, Sophie Mas and Natalie Portman
“Elio” (Pixar)
Madeline Sharafian, Domee Shi, Adrian Molina and Mary Alice Drumm
“KPop Demon Hunters” (Netflix)
Maggie Kang, Chris Appelhans and Michelle L.M. Wong
“Little Amélie or the Character of Rain” (GKids)
Maïlys Vallade, Liane-Cho Han, Nidia Santiago and Henri Magalon
“Zootopia 2” (Walt Disney Pictures)
Jared Bush, Byron Howard and Yvett Merino

Production Design

“Frankenstein” (Netflix)
Production Design: Tamara Deverell; Set Decoration: Shane Vieau
“Hamnet” (Focus Features)
Production Design: Fiona Crombie; Set Decoration: Alice Felton
“Marty Supreme” (A24)
Production Design: Jack Fisk; Set Decoration: Adam Willis
“One Battle After Another” (Warner Bros.)
Production Design: Florencia Martin; Set Decoration: Anthony Carlino
“Sinners” (Warner Bros.)
Production Design: Hannah Bleachler; Set Decoration: Monique Champagne

Cinematography

“Frankenstein” (Netflix)
Dan Laustsen
“Marty Supreme” (A24)
Darius Khondji
“One Battle After Another” (Warner Bros.)
Michael Bauman
“Sinners” (Warner Bros.)
Autumn Durald Arkapaw
“Train Dreams” (Netflix)
Adolpho Veloso
Costume Design

“Avatar: Fire and Ash” (20th Century Studios)
Deborah L. Scott
“Frankenstein” (Netflix)
Kate Hawley
“Hamnet” (Focus Features)
Malgosia Turzanska
“Marty Supreme” (A24)
Miyako Bellizzi
“Sinners” (Warner Bros.)
Ruth E. Carter

Film Editing

“F1” (Apple Original Films/Warner Bros.)
Stephen Mirrione
“Marty Supreme” (A24)
Ronald Bronstein and Josh Safdie
“One Battle After Another” (Warner Bros.)
Andy Jurgensen
“Sentimental Value” (Neon)
Olivier Bugge Coutté
“Sinners” (Warner Bros.)
Michael P. Shawver

Makeup and Hairstyling

“Frankenstein” (Netflix)
Mike Hill, Jordan Samuel and Cliona Furey
“Kokuho” (GKids)
Kyoko Toyokawa, Naomi Hibino and Tadashi Nishimatsu
“Sinners” (Warner Bros.)
Ken Diaz, Mike Fontaine and Shunika Terry
“The Smashing Machine” (A24)
Kazu Hiro, Glen Griffin and Bjoern Rehbein
“The Ugly Stepsister” (Independent Film Company/Shudder)
Thomas Foldberg and Anne Cathrine Sauerberg

Sound

“F1” (Apple Original Films/Warner Bros.)
Gareth John, Al Nelson, Gwendolyn Yates Whittle, Gary A. Rizzo and Juan Peralta
“Frankenstein” (Netflix)
Greg Chapman, Nathan Robitaille, Nelson Ferreira, Christian Cooke and Brad Zoern
“One Battle After Another” (Warner Bros.)
José Antonio García, Christopher Scarabosio and Tony Villaflor
“Sinners” (Warner Bros.)
Chris Welcker, Benjamin A. Burtt, Felipe Pacheco, Brandon Proctor and Steve Boeddeker
“Sirât” (Neon)
Amanda Villavieja, Laia Casanovas and Yasmina Praderas

Visual Effects

“Avatar: Fire and Ash” (20th Century Studios)
Joe Letteri, Richard Baneham, Eric Saindon and Daniel Barrett
“F1” (Apple Original Films/Warner Bros.)
Ryan Tudhope, Nicolas Chevallier, Robert Harrington and Keith Dawson
“Jurassic World: Rebirth” (Universal Pictures)
David Vickery, Stephen Aplin, Charmaine Chan and Neil Corbould
“The Lost Bus” (Apple Original Films)
Charlie Noble, David Zaretti, Russell Bowen and Brandon K. McLaughlin
“Sinners” (Warner Bros.)
Michael Ralla, Espen Nordahl, Guido Wolter and Donnie Dean

Original Score

“Bugonia” (Focus Features)
Jerskin Fendrix
“Frankenstein” (Netflix)
Alexandre Desplat
“Hamnet” (Focus Features)
Max Richter
“One Battle After Another” (Warner Bros.)
Jonny Greenwood
“Sinners” (Warner Bros.)
Ludwig Göransson

Original Song

“Dear Me” from “Diane Warren: Relentless” (Greenwich Entertainment)
Music and Lyric by Diane Warren
“Golden” from “KPop Demon Hunters” (Netflix)
Music and Lyric by EJAE, Mark Sonnenblick, Joong Gyu Kwak, Yu Han Lee, Hee Dong Nam, Jeong Hoon Seon and Teddy Park
“I Lied To You” from “Sinners” (Warner Bros.)
Music and Lyric by Raphael Saadiq and Ludwig Goransson
“Sweet Dreams Of Joy” from “Viva Verdi!” (Self-Distributed)
Music and Lyric by Nicholas Pike
“Train Dreams” from “Train Dreams” (Netflix)
Music by Nick Cave and Bryce Dessner; Lyric by Nick Cave

Documentary Feature

Photo : Helle Faber, Alzbeta Karaskova, Pavel Talankin and David Borenstein
“The Alabama Solution” (HBO Documentary Films)
Andrew Jarecki and Charlotte Kaufman
“Come See Me in the Good Light” (Apple Original Films)
Ryan White, Jessica Hargrave, Tig Notaro and Stef Willen
“Cutting Through Rocks” (Self-Distributed)
Sara Khaki and Mohammadreza Eyni
“Mr. Nobody Against Putin” (Kino Lorber)
Helle Faber, Alzbeta Karaskova, Pavel Talankin and David Borenstein
“The Perfect Neighbor” (Netflix)
Geeta Gandbhir, Alisa Payne, Nikon Kwantu and Sam Bisbee

International Feature
“It Was Just an Accident” from France (Neon)
dir. Jafar Panahi
“The Secret Agent” from Brazil (Neon)
dir. Kleber Mendonça Filho
“Sentimental Value” from Norway (Neon)
dir. Joachim Trier
“Sirât” from Spain (Neon)
dir. Oliver Laxe
“The Voice of Hind Rajab” from Tunisia (Willa)
dir. Kaouther Ben Hania