
Curata da Mario Codognato, la mostra si presenta come un ciclo pittorico che raccoglie e rilancia decenni di ricerca di Tirelli
“C’è un punto, nello spazio mentale dell’immagine, in cui la realtà cessa di essere cosa e diventa pensiero. È in questo interstizio che si muove da sempre la pittura di Marco Tirelli, artista che ha fatto della luce un linguaggio e dell’ombra un alfabeto segreto”. Le parole che aprono il saggio in catalogo del curatore Mario Codognato sintetizzano con grande efficacia l’approccio scelto dalla mostra Anni luce, appena aperta al Palazzo Esposizioni di Roma, con il sostegno della Fondazione Silvano Toti. Un attraversamento silenzioso della pittura, un viaggio che ha il ritmo lento della memoria e l’intensità di una rivelazione notturna.

Lontano da ogni spettacolarità narrativa, Marco Tirelli costruisce qui un dispositivo visivo che è insieme atlante mentale e costellazione simbolica. Dove le immagini emergono dall’ombra come apparizioni sospese tra ricordo e visione. Le quarantuno tele, tutte della stessa altezza e disposte nelle sale come una sequenza continua, generano una sorta di “nastro” pittorico che avvolge lo spazio espositivo. Il percorso non procede per capitoli o temi, ma per risonanze: forme enigmatiche, oggetti isolati, strutture geometriche o presenze quasi archetipiche affiorano dalla superficie scura con la delicatezza di una luce che si accende lentamente.
In questo teatro della visione, la pittura diventa un luogo di soglia, dove ciò che appare è sempre sul punto di scomparire. L’effetto complessivo è quello di una intima cosmogonia. Tirelli non rappresenta il mondo: lo evoca attraverso frammenti, segni mnemonici, figure che sembrano provenire da un archivio interiore in cui convivono cinema, letteratura e storia dell’arte. Ogni immagine agisce come un indizio, una traccia che rimanda a qualcosa di più vasto e inafferrabile.

Tra rivelazione e enigma
L’osservatore è chiamato a ricomporre questo lessico di apparizioni, a orientarsi in una cartografia mentale dove il significato resta volutamente in bilico. Al centro di tutto rimane la luce, elemento fondativo della ricerca dell’artista. Non una luce naturalistica, ma una sostanza quasi metafisica che modella lo spazio e dà consistenza alle forme. L’ombra non è il suo contrario: è piuttosto la materia stessa da cui le immagini nascono, il campo oscuro che permette alla visione di accadere. In questo senso la pittura di Tirelli si muove su un confine sottile tra rivelazione e enigma, tra precisione formale e vertigine del pensiero.
Anni luce appare così come un’opera unitaria più che come una semplice mostra: un ciclo pittorico che raccoglie e rilancia decenni di ricerca, trasformando le sale del Palazzo Esposizioni in uno spazio meditativo, quasi cosmico. Non c’è alcuna retorica monumentale, ma piuttosto una concentrazione austera, una fiducia nella capacità della pittura di generare ancora immagini necessarie. In questo silenzio luminoso, Tirelli sembra ricordarci che vedere non significa soltanto riconoscere le cose, ma attraversare l’ombra che le rende possibili.





