
La pittura va di moda, è innegabile. Sempre di più assistiamo ad una sorta di nuovo “ritorno all’ordine”, che presenta diverse analogie con quanto accaduto un secolo fa nel nostro Paese. Bando all’innovazione, alla larga dalle sperimentazioni: oggi le istituzioni pubbliche e private italiane – di rado distintesi per coraggio e lungimiranza – propongono mostre rassicuranti, dove il quadro è quasi unico protagonista.
Partiamo dunque dal Palazzo delle Esposizioni a Roma, che sfodera due assi nella manica: un’impeccabile retrospettiva di Mario Schifano (1934-1998), curata con rigore e precisione da Daniela Lancioni, e una personale di Marco Tirelli (1956), ordinata da Mario Codognato. Entrambi pittori, diversi ma complementari, e capaci di raccontare il proprio mondo interiore sulla tela: vulcanico ed incandescente il primo, mentale e intimo il secondo. Nella prima rassegna Lancioni ha ricostruito tappa per tappa – ma senza sbavature, e non era ovvio – l’avventurosa carriera del “puma” (così lo battezzò Goffredo Parise), trascorsa con eccessi di ogni genere tra Roma e New York. Molti i capolavori, equilibrata la narrazione, sobrio l’allestimento: una mostra da non perdere che la capitale doveva da tempo ad uno dei suoi più sfrontati e geniali interpreti. Un Caravaggio contemporaneo che maneggiava pennelli, macchine fotografiche e cineprese con la fame compulsiva di possedere il mondo attraverso l’immagine.

Tutt’altra cifra contraddistingue “Anni luce”, la personale che Marco Tirelli ha concepito come un’unica installazione che riunisce 41 dipinti realizzati per l’occasione: una sorta di “teatro della memoria” ispirato al dispositivo dell’umanista rinascimentale Giulio Camillo Delminio ma anche al Bilderatlas Mnemosyne di Aby Warburg. Un archivio di immagini mentali provenienti da fonti diverse, un viaggio in un immaginario interiore composto da bagliori di luce, coni d’ombra e insondabili oscurità: “In un’epoca in cui le immagini si moltiplicano fino a svuotarsi di senso, Tirelli restituisce loro densità, silenzio e mistero” puntualizza il curatore. Con grande lucidità e consapevolezza, Tirelli sceglie di non confrontarsi con Schifano ma di condurre lo spettatore nel territorio segreto e ambiguo della propria intimità di artista, dove alle grida vitali e disperate di Schifano si oppongono sussurri interiori, come in una segreta “wunderkammer del pensiero”.

Da Roma ci spostiamo a Bologna, nelle sale della Villa delle Rose, che ospitano “Screen Life”, l’antologica di Flavio de Marco (1975), curata da Lorenzo Balbi in collaborazione con lo Studio G7 e giocata sul filo di una ricerca che l’artista porta avanti da 26 anni, legata all’impatto che Internet ha avuto sulla creatività, registrando il passaggio dall’analogico al digitale. Una narrazione dove lo schermo del pc inquadra e condiziona la pittura, attraverso un’esplorazione che tocca diversi generi, dal paesaggio alla natura morta fino al ritratto. Ed è proprio quest’ultimo ad offrire a De Marco le sue prove migliori e più autentiche, spesso nelle opere su carta, dove i tratti di pastelli e pennarelli tratteggiano immagini più intime e meno mentali, che rivelano la freschezza dell’immediato, l’urgenza dell’attimo, senza filtri. Tra le opere pittoriche spiccano, per la complessità della loro genesi, dipinti come Autoritratto nelle vesti di Georg Gisze (2022), Add Files (Montafon) (2014–2025) e Das Mädchen in der Straßenbahn o Hausaufgaben (2023).

E la pittura delle ultime generazioni? La troviamo alla Collezione Maramotti, con “Cannon Fodder”, la personale di Giuditta Branconi (1998) che riunisce sei opere: cinque dipinti e un’installazione. Qui la pittura si fa colorata e caotica, capace di unire sulla stessa superficie immagini e parole, tratte da testi poetici di autori russi e messaggi whatsapp, in una commistione tra cultura alta e bassa, fumetto e poesia, musica e tatuaggi, simbolismo e fantasy. L’artista non procede per strati sovrapposti bensì dal basso verso l’alto, e dipinge in negativo su tele leggerissime, che possono essere lette nel giusto verso grazie all’installazione Se seguissi le molliche di pane (non torneresti qui mai più) (2026), composta da tre tele inserite in una struttura di legno. Un modo diverso di intendere la pittura, figlio di un mondo dove le immagini sono soverchianti, che in qualche modo si lega alle ultime opere di Schifano, anch’esse figlie della febbre mediatica di trent’anni fa. Così il cerchio si chiude, e il dipingere, oggi come ieri, non è un atto obsoleto, ma un modo di raccontare il mondo con strumenti antichissimi, anche nel Ventunesimo secolo.




