26 Settembre 2026 23:31

Un grido di resilienza. Quattro mostre alla Pinault Collection

Michael Armitage, “Dandora (Xala Musicians)”, 2022. Olio su lubugo. Pinault Collection
Michael Armitage, “Dandora (Xala Musicians)”, 2022. Olio su lubugo. Pinault Collection
Michael Armitage e Amar Kanwar a Palazzo Grassi, Lorna Simpson e Paul Nazareth a Punta della Dogana per l’estate della Pinault

Spazi d’eccezione per mostre d’eccezione. Ancora una volta a Venezia, nei grandiosi scenari di Palazzo Grassi e Punta della Dogana, Pinault Collection dispiega opere d’arte contemporanea – provenienti dalle sue raccolte come anche da istituzioni pubbliche e private –, articolandole in esposizioni di respiro internazionale.

Quattro quelle aperte il 29 maggio scorso, ognuna dedicata a un artista diverso per provenienza geografica, età anagrafica, visione. Michael Armitage e Amar Kanwar nel settecentesco Palazzo di Campo San Samuele, sul Canal Grande (fino al 10 gennaio 2027); Lorna Simpson e Paul Nazareth a Punta della Dogana, l’antico deposito di merci che fu crocevia fondamentale per le attività mercantili della Serenissima (fino al 22 novembre 2026).

Pur attraverso percorsi differenti – biografici, ideologici e stilistici –, i quattro artisti si accomunano per la volontà di denuncia e per la speranza di riscatto, ma anche per l’analisi spietata della realtà geopolitica contemporanea, senza disgiungere quest’ultima dalle storie millenarie che, come un fil rouge, attraversano i continenti e le vicissitudini delle loro genti, accomunate da tragici destini.

Luci vibratili

Michael Armitage, pittore visionario dalla potente palette cromatica, è presente nella mostra The Promise of Change, curata da Jean-Marie Gallais, con 45 dipinti irrorati, soprattutto nelle sale affacciate sul Canale, dalle luci vibratili delle acque veneziane che vengono ad accendere di ulteriore intensità le sue pennellate. L’artista keniota (Nairobi, 1984), formatosi a Londra – la prima personale al White Cube nel 2015 – e ora attivo fra Europa e Africa, illustra nelle sue opere con stupefacente dinamismo – e con un uso del colore che, tra realtà e sogno, costruisce spazi e figure in chiave fauve – i momenti di vita, di lotta e di sofferenza delle popolazioni del suo Paese d’origine.

 

Michael Armitage, Installation view, “Holding Cell”, 2021; “Europa”, 2025. Olio su lubugo. Courtesy of the Artist. Photo Marco Cappelletti Studio
Michael Armitage, Installation view, “Holding Cell”, 2021; “Europa”, 2025. Olio su lubugo. Courtesy of the Artist. Photo Marco Cappelletti Studio

Nel vortice della rappresentazione lo sguardo è però rallentato dalla matericità delle superfici, dalla loro irregolarità, dai loro corrugamenti, dalle improvvise lacerazioni. Il tessuto adottato come tela dall’artista ha nome lubugo, e proviene dall’interno della corteccia del Ficus Mutuba, varietà arborea che cresce in Uganda. È Armitage stesso a motivare la sua scelta etica: “… vivevo nel regno Unito, studiavo lì e avevo anche capito che avrei dovuto operare al di là di una geografia molto specifica. È stato allora che ho iniziato a pensare alla tela e al fatto che essa derivasse dalla tradizione occidentale e volevo qualcosa che potesse funzionare in modo diverso”.

Ispirato dai film del senegalese Sembène Ousmane, dai romanzi del keniota Ngugibwa Thiong’o, dai quadri dell’ugandese Jak Katarikawe come anche da Tiziano e Goya, Armitage serve alla mensa dell’arte, attraverso fascinazioni compositive sviluppate su più piani narrativi, crudeli torture, false promesse di politici, disperate migrazioni per terra e mare, nonché figure di maestosa e sofferente bellezza, immerse in una natura lussureggiante e tentacolare.

Ecco la dileggiata campionessa di pugilato (“Conjestina”), il condannato che fugge dal suo destino (“Necklacing”), i ragazzi di vita delle periferie di Nairobi (“Nyali Beach Boys”), le donne dai nomi evocativi desunti dalla mitologia (“Antigone”, “Europa”), le teste mozzate di storici capi politici kenioti, abbandonate a terra (“Head of Koitatel”), la discarica dove pullulano uomini e animali in cerca di sostentamento (“Dandora”).

 

Amar Kanwar, Installation view. Videoinstallazione “The Torn First Pages”, 2004-2008. Collection of the artist. © Palazzo Grassi, Pinault Collection. Photo Marco Cappelletti Studio
Amar Kanwar, Installation view. Videoinstallazione “The Torn First Pages”, 2004-2008. Collection of the artist. © Palazzo Grassi, Pinault Collection. Photo Marco Cappelletti Studio
Cicli della vita

Tra urgenze socio-politiche e momenti di apparente fuga nel territorio del sogno e della pura bellezza si muove anche l’artista e regista indiano Amar Kanwar (New Delhi, 1964) che presenta nella mostra Amar Kanwar. Co-Travellers, curata anch’essa da Jean-Marie Gallais, due installazioni multimediali, “The Torn First Pages” (2024-2008) e “The Peacock’s’ Graveyard” (2023). La prima, che racconta la lotta per la democrazia in Birmania grazie a documenti d’archivio tradotti in video, è un omaggio al libraio Ko Than Htay, che usava strappare la prima pagina di ogni volume messo in vendita, poiché in essa erano sempre contenute dichiarazioni della dittatura militare.

 

Amar Kanwar, Videoinstallazione “The Peacock’s Graveyard”, 2023. Pinault Collection. © Palazzo Grassi, Pinault Collection. Photo Marco Cappelletti Studio
Amar Kanwar, Videoinstallazione “The Peacock’s Graveyard”, 2023. Pinault Collection. © Palazzo Grassi, Pinault Collection. Photo Marco Cappelletti Studio

Meno diretti invece i messaggi lanciati dalla seconda, dove si possono comunque individuare allusioni a grandi temi ambientali e politici tradotte dall’artista in immagini naturalistiche di grande suggestione estetica. Chiosata da testi composti da Kanwar sulla base di fiabe popolari e accompagnata da brani sonori, l’opera parla della fragilità del mondo e del destino umano, dei diritti calpestati e della resistenza alla violenza, invitando ad abbandonarsi ai cicli della vita e a riconciliarsi con essi.

Lorna Simpson, “Head on Ice”, 2016. Mixed Media. Photo James Wang
Lorna Simpson, “Head on Ice”, 2016. Mixed Media. Photo James Wang
Costruzione dell’immagine

Presentata da Emma Lavigne, direttrice e curatrice generale di Pinault Collection, in partnership con il Metropolitan Museum of Art di New York, la rassegna di una cinquantina di opere dedicata a Lorna Simpson (Brooklyn, 1960) – Lorna Simpson. Third Person – è in parte pensata appositamente per gli spazi di Punta della Dogana.

Partita negli anni Ottanta dalla fotografia, l’artista statunitense di origini afrocubane ha compiuto un percorso concettualmente complesso, indagando i meccanismi di costruzione dell’immagine, fino ad approdare alla serigrafia da foto trattata a inchiostro – come nel caso delle opere dedicate alle race riots anni Sessanta di Detroit e dell’Alabama –, al collage – con il frequente utilizzo di volti e figure di donna ritagliate da riviste popolari come Ebony e Jet –, all’installazione – dove blocchi di vetro si pongono come ghiaccio a fermare pagine della memoria collettiva, o ciotole di ossidiana diventano cassa di risonanza per misteriose sonorità –, alla pittura e alla scultura.

 

Lorna Simpson, “Three Figures”, 2014. Mixed media. Photo James Wang
Lorna Simpson, “Three Figures”, 2014. Mixed media. Photo James Wang

I suoi primi dipinti apparvero nel 2015 alla Biennale di Venezia diretta da Okwui Enwezor, abbattendo in modo sinestetico i confini fra generi e tecniche. Oggi a Venezia paesaggi oceanici, da cui emergono tracce delle traversate delle popolazioni nere da una sponda all’altra dell’Atlantico, così come sagome di meteoriti in caduta libera nelle acque del Mississippi diventano visioni cosmiche animate da forze invisibili e popolate da rare, anonime presenze umane.

Ma ciò che realmente si pone come baricentro, in mezzo al fluttuare dei neri, dei grigi argentei, dei blu accesi di una materia magmatica ed esplosiva, è la donna: musa, vestale, testimone di lotte, sofferenze e conquiste, come quelle sostenute da altre artiste femministe afroamericane: prime fra tutte Lorraine O’Grady e Adrian Piper, che Simpson a New York ab initio aveva scelto come mentori.

 

Paulo Nazareth, Installation view. “TEMPO Coleção de barcos de Iemanjá”, 2023. Courtesy of the artist and Mendes Wood DM. © Palazzo Grassi, Pinault Collection. Photo Jacopo Salvi
Paulo Nazareth, Installation view. “TEMPO Coleção de barcos de Iemanjá”, 2023. Courtesy of the artist and Mendes Wood DM. © Palazzo Grassi, Pinault Collection. Photo Jacopo Salvi
Flusso coloniale

Sempre a Punta della Dogana, al primo piano, si apre il quarto viaggio, sviluppato anch’esso nella storia e nello spazio: si tratta della mostra Paulo Nazareth. Algebra, a cura di Fernanda Brenner. Nata dalla rilevante presenza di opere dell’artista brasiliano Paulo Nazareth (Borun Nak, Minas Gerais, 1977) nella Pinault Collection, l’esposizione Algebra (dall’arabo al-jabr, ovvero “ricomposizione di parti rotte”) include installazioni inedite che vengono a integrarsi armoniosamente negli spazi di Punta della Dogana rimodellati da Tadao Ando.

Intorno ad alcune delle finestre, che qui e là si aprono sulle onde lagunari come grandi oblò semicircolari, si affollano, per esempio, gli objet trouvé che l’artista “errante” trasforma in piccole imbarcazioni o souvenir di viaggio. Si tratta di quegli stessi residuati plastici, bottiglie, scatole, lampadine che la madre Ana raccoglieva per strada e distribuiva ai figli perché ne facessero giocattoli o piccoli utensili. Alla perenne ricerca di sé stesso e delle sue origini africane, Nazareth parla di immigrazione, di persecuzioni razziali e di globalizzazione.

 

Paulo Nazareth, Installation view. Al centro, video “L’Arbre D’Oublier”, 2013. Pinault Collection © Palazzo Grassi, Pinault Collection. Photo Jacopo Salvi
Paulo Nazareth, Installation view. Al centro, video “L’Arbre D’Oublier”, 2013. Pinault Collection © Palazzo Grassi, Pinault Collection. Photo Jacopo Salvi

Nella performance “L’Arbre d’Oublier” cammina in senso antiorario intorno agli alberi di Belo Horizonte per rievocare il rito crudele imposto agli schiavi in partenza dall’Africa – costretti a girare intorno all’Albero dell’Oblio perché perdessero l’identità e si preparassero a divenire merce –, per ripercorrere le traversate atlantiche in senso contrario al flusso coloniale, per cancellare il percorso avvenuto e per recuperare i valori perduti. Impossibile non ricordare il cammino – a piedi nudi, come gli antenati ridotti in schiavitù – da lui compiuto per mesi nel 2011 dallo Stato di Minas Gerais in Brasile a Miami in Florida.

Attraverso un percorso complesso, composto da installazioni, oggetti, foto, piccoli dipinti, e scandito a terra da linee di sale – tracciate ad attestare la vocazione mercantile del luogo che ospita la mostra –, emergono dunque la forza delle memorie ataviche radicate nell’artista e il senso dei legami gravitazionali che lo riportano sempre a Palmital, un quartiere alle porte di Belo Horizonte, proprio in quella cucina della madre Ana dove da bambino aveva imparato a conoscere il mondo attraverso cose solo in apparenza insignificanti.