
A tre settimane dal via della Biennale Arte, continua la cantilena anti-Padiglione Russia. Ma le reazioni sono affilate
“Buttafuoco non si cura / di ricatti e di censura: / la Biennale lui difende / da chi la cultura offende”. Prendiamo a prestito la rima baciata affidata da Duccio Trombadori a un post Facebook per ricapitolare le nebbioline che vorrebbero allignare sulla Biennale di Venezia. Su posizioni che decisamente ci rappresentano. Non si tratta, ovviamente, di pronunciarsi sulle dinamiche socio-politiche innescate dal conflitto in corso. Ma sul fatto che tra i molti compiti della Biennale, come detto l’ex presidente Paolo Baratta, “non c’è quello di inventarsi o aggiungere sanzioni”.
Questioni che appaiono quasi scontate, eppure meritano attenzione, visto che non accennano a placarsi le reprimende circa l’ammissione del Padiglione Russia. La Commissione europea continua infatti a mettere sotto pressione la Fondazione Biennale, paventando la sospensione o la revoca dei finanziamenti comunitari nel caso in cui venga confermata la presenza del padiglione russo. Una “cartuccia” peraltro quasi spuntata, se si considera che si parlerebbe di circa 700mila euro all’anno, su un bilancio complessivo della Biennale che si attesta attorno ai 65 milioni di euro annui.
Un ponte tra culture
Anche la reazione ucraina si è fatta sentire: Kiev ha imposto sanzioni a cinque figure legate al padiglione russo, accusate di promuovere progetti culturali riconducibili alla propaganda di Stato e alla legittimazione del conflitto. E la figuraccia rimediata con gli – inascoltati – ultimatum al presidente Buttafuoco e alla consigliera Gregoretti non ha placato l’interventismo del ministro-tentenna Alessandro Giuli: che pare si sia preso 30 giorni per analizzare la questione e pronunciarsi. Ora: fra 30 giorni la Biennale Arte sarà già da un pezzo aperta al pubblico: ci toccherà assistere a Giuli che – con bellici stivaloni – si barrica davanti all’ingresso del negletto Padiglione Russia ai Giardini?
Sulla questione, abbiamo trovato decisamente ragionevoli le parole del direttore del Gazzettino Roberto Papetti, scritte rispondendo a una lettera di un lettore. Fin da quando rimarca “l’autonomia della Fondazione, che non è uno slogan o una categoria dello spirito. Ma un valore essenziale e fondante di questa istituzione. Lo è stato nel passato e lo è ancor di più oggi. Ed è un preciso compito del suo presidente difenderla e tutelarla. Non consentire che l’autonomia della Biennale si esprima su un tema, a maggior ragione se importante e divisivo, vuol dire snaturarne il significato e con esso anche l’identità stessa della più importante istituzione culturale italiana”.
E ancor più quando Papetti entra nel merito: “La Biennale è, per definizione, un ponte tra culture, un luogo di contaminazione e di confronto tra mondi diversi. Non solo artistici. L’idea o la pretesa di trasformarla in un ente che, in virtù del suo grande prestigio, eroga sanzioni geopolitiche in base alle esigenze o alle tensioni internazionali del momento, significa snaturane la funzione e il ruolo. Farne qualcosa di diverso”.




