28 Settembre 2026 05:03

La vita oltre il décollage. Mimmo Rotella a Genova

Mimmo Rotella, Up tempo, 1957, retro d’affiche su tela, 174 x 284 cm, Courtesy Galleria Nazionale d’Arte Moderna e Contemporanea, Roma

A ventun anni dalla scomparsa, Palazzo Ducale ricorda Mimmo Rotella con una retrospettiva decisamente indovinata. Tanto da darci tutti gli spunti di riflessione che troverete qui

La curatela di Alberto Fiz e l’uomo sinonimo del décollage (e viceversa). A Palazzo Ducale c’è Mimmo Rotella, artista dalle origini calabresi fulminato sulla via di Kansas City. È infatti il 1956 quando, terminata la sua borsa di studio alla Fullbright Foundation, Mimmo torna in Italia e si accorge che quanto appreso – e dipinto – fin lì non ha più senso. «Mi sembrava inutile continuare, perché nell’arte tutto era già stato fatto» dichiara in un intervista rilasciata al Corriere Mercantile nel 2004, l’anno di Genova capitale europea della cultura.
Un paio di coordinate per chi legge: quella pagina del Mercantile è proprio di fianco all’uscita di Mimmo Rotella. 1945-2005, perciò stiamo iniziando dalla fine la narrazione pensata da Fiz. Parallelamente, siamo anche all’inizio dell’epopea rotelliana e del décollage come missione artistica, che porterà il nostro come unico italiano all’interno del Nouveau Réalisme di Pierre Restany quattro anni dopo quel 1956. Dopodiché il resto è storia, come pure il Corriere Mercantile: nel 2015 ha chiuso i battenti.

Mimmo Rotella, Mitologia, 1962, décollage su tela, 164,5 x 190 cm, Collezione privata, Courtesy Giò Marconi Gallery, Milano

Gli esordi: dall’astrazione alle Poesie epistaltiche

A Rotella è dedicata una mostra dove c’è tutto quello che serve. Il percorso è cronologico e di facile lettura, iniziando dagli esordi a metà tra le esperienze di gruppi come Forma 1 e il Movimento Arte Concreta, con titoli quali La dama flessuosa (1948), Inseguendo l’ape e Omaggio a Klee (entrambi 1949). Tra le 100 opere complessive, Fiz non ha certo lasciato fuori l’emblematico Senza titolo del 1948: forte esteticamente quanto carico concettualmente, una tecnica mista in cui la dinamicità distruttivo-costruttiva di Rotella inizia a fare capolino, concretizzandosi tra un rosso carico, graffi, toni neutri e una base in compensato da cui pare saltar fuori un’immagine, un volto. Un po’ come i Blank di là da venire, solo con una quarantina di anni d’anticipo. Completiamo questo excursus della sezione Esordi con le Poesie epistaltiche, la cui genesi è perfettamente spiegata dall’artista in un video degli ultimi anni. Video che, tuttavia, è stato inserito in chiusura della mostra (perché?). Quindi, prima ti ascolti fonemi come “patangolo” sotto un casco dall’audio bello avvolgente, poi scopri che l’origine di quei suoni simil onomatopeici risiede nei versi dei pastori calabresi. E se l’obiettivo era «Spezzare la monotonia del linguaggio convenzionale» come ricorda l’artista, sicuramente parole e fatti per lui andavano di pari passo.

Mimmo Rotella, Marilyn, 1963, décollage su tela, 190 x 132 cm, Collezione Heidi Horten, Vienna

Décollage e Retro d’affiche

E i fatti sono le sue mani sui manifesti, con cui ha sicuramente spezzato la monotonia del linguaggio visivo. Senza troppo ciurlare nel critichese, da non lasciarsi sfuggire sono décollage come Mitologia del ’62, dove l’approccio gestual-cromatico del Mimmo nazionale si fonde con la semiotica delle immagini. Con la Roma mitica del Campidoglio che, a sua volta, si fonde coi tempi e i prodotti del boom economico, quando la casalinga scaltra sceglieva il detersivo Lip non più solo per mandare puliti marito e figli, poiché la pubblicità le aveva cucito addosso un ecosistema commerciale basato su promesse: quella di lavare meglio, certo, ma anche di farle fare un salto di qualità sociale al grido di “Conservate queste figurine, potranno farvi vincere milioni”. L’ascesa della società di massa in 164,5×190 cm. In questo contesto, i Retro d’affiche sono una pausa per gli occhi e per la mente, con quei toni neutri che raccontano un tempo cadenzato, lento nello sviluppare ogni punto di ruggine. Sono l’opposto fisico del décollage, così come il rovescio della medaglia interno alla società dei consumi narrata col décollage stesso. E Up tempo è stupendo.

MIMMO ROTELLA 1945-2005, installation view, MIMMO ROTELLA, Palazzo Ducale Fondazione per la Cultura, Sottoporticato, 2026, Ph Mattia Meirana, Courtesy Fondazione Mimmo Rotella

Marilyn e il mito

E poi c’è Marilyn. “Il mito di un’epoca”, come campeggia nel manifesto strappato da un Rotella che sì, appare concentrato sulla star di Hollywood in quanto simbolo sovrapposto a Bambi, ma anche sulla prurigine di un’epoca (mai finita in realtà) interessata a sapere tutto e di più del mito stesso, comprese “Le scene inedite del film incompiuto”, frase che l’artista ha lasciato ancora perfettamente decifrabile. Nella stessa sala c’è ovviamente John Kennedy, ma anche degli irresistibili Ritz, una lussuosa Lancia Flaminia come premio in palio e l’iconicità mitica de Il punto e mezzo. Il tutto giustamente senza soluzione di continuità, tra immagini lanciate come un continuo ready made e manifesti che, alterati dall’artista, implementano – anziché perdere – la propria funzionalità, spostando l’interesse sul salto narrativo compiuto da Mimmo: dall’individualismo massmediatico all’universalismo valoriale di un’epoca. Ovviamente senza peli sulla lingua (o meglio, sugli occhi). Pop Art alla Rotella maniera.

Mimmo Rotella, Il martire, 1980, riporto fotografico su tela, 105,5 x 75,5 cm, Fondazione Mimmo Rotella

Gli ultimi anni e alcune considerazioni

Ci guadagniamo l’uscita con qualche considerazione, partendo dalle tautologiche (e un po’ ready made fané) liquirizie Haribo mutate in Rotelle di Rotella del 1994, assieme agli orologi Swatch dello stesso anno, operazione dove non capisci il confine tra arte e merchandising (forse perché non esiste). Tornando indietro nel tempo, una sezione Anni di piombo che meglio non si poteva allestire, dove Rotella mostra tutta una padronanza del linguaggio visivo e della sua portanza mediatica (da Aldo Moro alla lettera ai rapitori scritta da Papa Paolo IV); e poi i già citati Blank, con un Brown Blank del 1980 che è tra i punti più alti raggiunti dall’artista. Anche perché poi ci saranno le Sovrapitture e altre esperienze non particolarmente brillanti – a parere di chi scrive – rispetto alle precedenti. Opere come Cinemascope 3 presentano un strato di anacronismo che già nel 2003 si tagliava col coltello; così come, nella sezione dedicata a Genova (quella che include la pagina del Corriere Mercantile da cui abbiamo iniziato), le istantanee dalla performance per Arti e Architettura – mostra curata da Germano Celant a Palazzo Ducale, era il 2004 – danno la sensazione di un artista ingabbiato nella sua stessa maniera. Chiudiamo questa infilata di considerazioni con un contributo video, che vede un Rotella degli ultimi anni nella creazione dei suoi lavori: sì, tutto perfetto, ma anche tutto ammantato da una dimensione tra il manierato e il casalingo non di rotelliana memoria. Proprio in quel video, l’artista afferma che «L’arte è un impulso erotico». E caspita se aveva ragione.

MIMMO ROTELLA 1945-2005, installation view, MIMMO ROTELLA, Palazzo Ducale Fondazione per la Cultura, Sottoporticato, 2026, Ph Mattia Meirana, Courtesy Fondazione Mimmo Rotella