
Una Biennale terzomondista e primitivista, conclamazione definitiva di un conformismo diffuso. Migliore performance: il Padiglione Russia
In principio anche alla Biennale c’erano Pablo Picasso, Paul Gauguin e Georges Braque, che contribuirono a ridefinire radicalmente il linguaggio dell’arte moderna facendo irrompere sulla scena occidentale Les Demoiselles d’Avignon, le maschere africane, le figure indonesiane e dell’Oceania. Chissà cosa penserebbero oggi di queste biennali terzomondiste e delle derive delle loro intuizioni primitiviste: la conclamazione definitiva di un conformismo diffuso che va dal blackwashing all’art washing, passando per gli effetti persistenti di una globalizzazione che fatica ancora a produrre uno sguardo postcoloniale davvero rinnovato.
Anche quella linea che per secoli aveva separato arte e artigianato oggi non appare più così netta, in questa relativizzazione estrema dove tutto è possibile e nulla sembra più significare davvero qualcosa. D’altronde, questo campionario di “genialità africana”, a leggere biografie e curriculum, passa quasi sempre attraverso università occidentalissime, costosissime e perfettamente integrate nei circuiti dell’élite globale: una riprova di come l’afflato anticapitalista sia spesso ipocrisia di facciata, e di come molti di questi artisti appartengano comunque a classi transnazionali privilegiate, funzionali anche ad aprire il mercato dell’arte alle ricchezze dei paesi emergenti.
Così, anche questi new rich finiscono per autorappresentarsi attraverso una sorta di neo-folklorismo strategico: un recupero calibrato e quasi performativo di localismi, tradizioni popolari, iconografie vernacolari e memorie ancestrali che spesso non appartengono più a un’esperienza vissuta, ma sopravvivono come repertorio simbolico da riattivare meccanicamente perché perfettamente compatibile con le aspettative emotive e morali del sistema culturale globale. Più che radici, diventano texture identitarie; invece di memoria, packaging.

Sistema dell’arte e realtà
In questo scenario si inserisce una Biennale cacofonica anche dal punto di vista simbolico, segnata dalla morte prematura della curatrice designata, Koyo Kouoh: un nome impronunciabile per molti, già emblematico della distanza tra sistema dell’arte e realtà. Una Biennale attraversata da tensioni istituzionali e da un impianto curatoriale esposto alle critiche, anche per alcune scelte percepite come eccessivamente identitarie o poco equilibrate nella rappresentanza.
Mio figlio di dieci anni, con me nei giorni della vernice, mi ha ricordato come nell’antica Grecia, durante i giochi olimpici, venisse proclamata l’ekecheiria, la tregua sacra: le guerre si sospendevano per consentire lo svolgimento delle competizioni. Un’idea semplice e potentissima, che oggi suona quasi anacronistica e che riapre una domanda più ampia sul rapporto tra cultura, conflitto e spazio simbolico condiviso. Inevitabilmente si affaccia allora Socrate, condannato proprio per aver interrogato le storture della democrazia: il pensiero critico come elemento scomodo, irriducibile, mai addomesticabile.
In questo contesto si impone anche la figura del presidente Pietrangelo Buttafuoco, presenza solitaria e controcanto costante, con la calma ferma e teatrale di chi sembra appartenere a un’altra epoca. Andando alle opere, tra le molte ambiguità, si è imposto il ritorno – dopo sei anni di assenza – del Padiglione India, curato da Amin Jaffer. Un insieme costruito con materiali semplici e al tempo stesso profondamente contemporaneo, caratterizzato da una fluidità quasi immersiva, vicina a una sensibilità da realtà virtuale, e da una riflessione sul rapporto tra tecnologia e tradizione in un paese che porta con sé una stratificazione temporale millenaria.

Ci ha incuriosito Faig Ahmed, al Padiglione Azerbaigian – una sorta di Aladino 3.0 con turbante, piedi nudi e tappeti volanti che si dissolvono in geometrie liquide e percettive – che fonde la tradizione tessile con derive tecno-organiche e cosmiche, lavorando su una tensione ancora poco esplorata tra hurufismo, matematica e suggestioni scientifiche contemporanee, in un’inedita osmosi tra codice simbolico e linguaggio della fisica quantistica. Tra le partecipazioni individuali più significative va almeno citata la ricerca visionaria e quasi metafisica di Dawn DeDeaux. In cui movimento, materia e cosmologia diventano riflessione sul tempo, sulla catastrofe e sulla trasformazione.
Vodka gratis
Anche gli spazi “fuori Biennale” di quest’anno apparivano sorprendentemente deboli. Se si pensa alla forza dirompente di Monte di Pietà di Christoph Büchel alla Fondazione Prada durante la precedente Biennale, Helter Shelter di Arthur Jafa e Richard Prince risulta una prova derivativa, quasi da principianti. Restano sempre magnetici Anish Kapoor e Marina Abramović, ma la vera sorpresa è stata soprattutto il nuovo spazio espositivo della Dries Van Noten Foundation a Palazzo Pisani Moretti, The Only True Protest Is Beauty, concepito con un rigore sofisticato e lirico, di una caratura che si è distinta nettamente in questa edizione.
Nel mare di mediocrità diffusa, alcuni padiglioni chiacchieratissimi erano, per usare un termine d’uso molto corrente, “cringe”: quello austriaco e quello greco sono i migliori rappresentanti di questa nuova categoria ontologica che va oltre il trash. Ma è soprattutto il Padiglione Giappone – normalmente sinonimo di rigore formale e precisione concettuale – a scavare oltre il fondo del barile. Il dispositivo relazionale proposto solleva interrogativi etici e simbolici sulla rappresentazione dell’infanzia e sulle dinamiche di scelta e interazione con i corpi esposti, sfiorando apertamente il tema dell’exploitation e della mercificazione dell’essere umano senza sembrare davvero consapevole delle implicazioni che mette in scena.

La vera sensazione della Biennale 2026 è stata però il paradosso del Padiglione Russia. Complici involontarie le coreografie colorate delle Pussy Riot all’esterno e, all’interno, la calca quotidiana per la vodka gratis, con cui gli indignati di tutto il mondo non hanno avuto alcuna remora a ubriacarsi ogni sera, ribaltando continuamente il senso stesso dell’esperienza e la distanza tra teoria e pratica. E tornando a Buttafuoco: assolutamente sensazionale mentre canzonava il ministro Alessandro Giuli con quei suoi gargarismi aulico-barocchi. Sospesi tra il dandy siciliano e il sacerdote bizantino, spesso incomprensibili ai più, ma irresistibili nella loro liricità. Più che commentare la Biennale, l’ha incarnarta lui stesso.
Ne emerge una riflessione non conclusiva, quasi orale: una Biennale che oscilla continuamente tra visione e disordine, tra ambizione teorica e cortocircuiti simbolici. E che forse proprio in questa instabilità rivela la sua verità più profonda.
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Notes on the Biennale
Global cringe, neo-folklore and Byzantine priests. Best performance: the Russian Pavilion
In the beginning there were Pablo Picasso, Paul Gauguin, and Georges Braque, who radically redefined the language of modern art by bringing onto the Western stage Les Demoiselles d’Avignon, African masks, and figures from Indonesia and Oceania. One wonders what they would make today of these “Third World” biennials and the afterlives of their primitivist intuitions: a diffuse conformism stretching from blackwashing to artwashing, sustained by a globalization still unable to generate a genuinely postcolonial gaze. Even the long-standing separation between art and craft no longer holds; everything is permissible, while meaning evaporates.
The Biennale appears cacophonous even at a symbolic level. Marked by the premature death of its appointed curator, Koyo Kouoh: a name already revealing the distance between system and reality. Institutional tension and curatorial exposure to criticism-above all for choices read as identity-driven or structurally unbalanced.
My ten-year-old son, with me during the preview days, reminded me that in ancient Greece, during the Olympic Games, the ekecheiria-the sacred truce-suspended war itself. A simple idea, now almost unthinkable. Culture, conflict, shared space: the question remains open. Socrates returns as a shadow-condemned for interrogating democracy’s distortions. Critical thought as fault line.

Pietrangelo Buttafuoco stands slightly aside, a solitary counter-figure, composed, theatrical, as if from another historical register altogether.
The return-after six years-of the Indian Pavilion, curated by Amin Jaffer, stands out. Sparse materials, immersive effects, a VR-like fluidity. Tradition and technology layered rather than reconciled.
Faig Ahmed in the Azerbaijan Pavilion: a 3.0 Aladdin dissolving carpets into liquid geometries. Textile becomes code; Sufism brushes against mathematics and speculative physics in a disquieting osmosis of symbol and system.
Dawn DeDeaux remains one of the most compelling presences: cosmology, catastrophe, and matter folded into a single temporal field.
The off-site exhibitions are unexpectedly weak. Compared to the force of Christoph Büchel’s Monte di Pietà at Fondazione Prada, Helter Shelter by Arthur Jafa and Richard Prince feels almost procedural.
Anish Kapoor and Marina Abramović remain magnetic constants. The real surprise is the Dries Van Noten Foundation at Palazzo Pisani Moretti, The Only True Protest Is Beauty: precise, restrained, unexpectedly lucid.
Much of the Biennale discourse collapses into what can only be described as global “cringe”-a new ontological category beyond trash. The Austrian and Greek pavilions embody it fully. But it is the Japanese Pavilion that goes further. A relational device that raises ethical questions about childhood, exposure, and consent, without appearing fully aware of its own implications.

The Russian Pavilion becomes the inadvertent center of gravity. Outside, Pussy Riot’s chromatic choreography; inside, crowds lining up for free vodka. Moral posturing dissolves in practice. Theory and behavior drift apart completely.
Buttafuoco, again: baroque vocalizations aimed at Minister Alessandro Giuli, suspended between Sicilian dandyism and Byzantine priesthood. Less commentary than embodiment.
A non-conclusive, almost oral note emerges: a Biennale oscillating between vision and collapse, ambition and symbolic short-circuit. Where instability may be the only remaining form of coherence.




