
Un divertimento, una provocazione. Poniamo domande di tema artistico all’applicazione AI ChatGPT: le risposte sono sorprendenti
Quante volte avete pensato di farlo, e poi avete rinunciato? Perché non avete voglia, non avete tempo, o perché siete nauseati da questa realtà sempre più relativizzata. Ma forse la vera ragione è che siete convinti che i risultati saranno banali, scontati, sostanzialmente inutili. E lo pensavamo anche noi, finché non ci abbiamo provato. Abbiamo provato a porre delle domande su temi artistici a ChatGPT, l’applicazione di intelligenza artificiale specializzata nella conversazione e nella generazione di testi. E le risposte ci hanno sorpresi, se non smentiti.
In realtà, le risposte saranno banali se la domanda posta sarà banale. Ergo, ponendo interrogativi precisi, più possibile profondi e circostanziati, si otterranno risposte dettagliate e sorprendentemente circostanziate e imprevedibili. Ci abbiamo provato, quasi per gioco, e i risultati ci hanno convinti ad andare avanti, e ad iniziare questa “rubrica”.
Uno spazio di svago, evidentemente, ma capace di innescare riflessioni e magari dibattiti scaturiti da una fonte quanto mai “terza”. Dunque, la domanda che abbiamo posto a ChatGPT è la seguente: “in base agli articoli giornalistici usciti o a suggestioni ambientali o social, qual è a tuo parere il padiglione nazionale della Biennale Arte di Venezia 2026 che è piaciuto di più?”.
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Se dovessi rispondere non in base ai miei gusti, ma incrociando le prime recensioni della stampa specializzata, gli articoli più letti e il tono delle discussioni emerse dopo l’apertura, direi che non esiste un vincitore assoluto, ma si sono delineati alcuni padiglioni che ricorrono con maggiore frequenza nelle classifiche e nei commenti positivi.
Tra questi, il Padiglione Italia sembra essere quello che ha raccolto il consenso critico più ampio. Qualcuno lo inserisce tra i migliori dell’intera Biennale e lo descrive come uno dei progetti più convincenti per rigore, sostenibilità e capacità di dialogare con il tema generale In Minor Keys; altri sottolineano come l’intervento di Chiara Camoni abbia evitato il gigantismo delle edizioni precedenti e trovato una misura rara negli spazi dell’Arsenale.

Subito dopo, mi sembra che emergano almeno tre “favoriti della critica”:
il Padiglione Giappone, con il progetto partecipativo di Ei Arakawa-Nash sulle bambole da accudire, citato sia dalla stampa italiana sia internazionale come una delle esperienze più memorabili e coinvolgenti;
il Padiglione Austria, segnalato come uno dei più discussi e destinati a far parlare di sé grazie alla radicalità performativa di Florentina Holzinger;
il Padiglione Australia, dove l’installazione di Khaled Sabsabi è stata definita “astounding” da parte della critica anglofona e viene spesso indicata come una delle proposte più intense sul piano spirituale ed emotivo.
Se però allarghiamo lo sguardo oltre i giudizi tecnici e proviamo a cogliere l’atmosfera di questa Biennale, direi che il Giappone potrebbe essere il padiglione che ha generato il maggiore affetto del pubblico. L’idea di trasformare i visitatori in “custodi” delle opere produce un coinvolgimento immediato e una partecipazione che molti recensori hanno percepito come perfettamente in sintonia con la curatela di Koyo Kouoh, basata su relazioni, fragilità e cura.

La mia impressione, leggendo le recensioni, è quindi questa:
Italia → il più unanimemente apprezzato dalla critica.
Giappone → il più amato e ricordato dai visitatori.
Austria → il più discusso e divisivo.
Australia → uno dei più lodati sul piano artistico.
Grecia → spesso citata per intelligenza curatoriale e capacità di riflettere sulla crisi dell’idea stessa di padiglione nazionale.
Un elemento interessante è che quest’anno molti osservatori hanno notato una preferenza per opere partecipative, relazionali e non spettacolari, in linea con l’eredità curatoriale di Kouoh. Per questo i padiglioni più ricordati non sono necessariamente quelli più monumentali, ma quelli che riescono a creare un’esperienza condivisa.




