
Il persistente amore per l’oggetto prezioso, fra raccoglitori, collezionisti e amatori, fra possesso e memoria
Il calendario delle aste di ArtsLife mi appare interessante perché dimostra quanto sia persistente l’amore per l’oggetto prezioso – il gioiello, il dipinto antico, la rarità d’arte. Cambiano le epoche e i mercati, ma resta intatto il desiderio del possesso, della scoperta, della contemplazione. E allora parliamo di loro, dei raccoglitori, che a mio avviso si dividono in due categorie: i collezionisti e gli amatori.
I comportamenti e i metodi di ricerca possono apparire simili, ma sono differenti le motivazioni che li guidano. Il collezionista desidera possedere tutto ciò che appartiene a un determinato settore; per soddisfare questo bisogno si affida alle pubblicazioni specializzate e all’andamento del mercato; possiede il fiuto del cacciatore, l’attenzione del poliziotto e l’obiettività dello storico.
L’amatore ha invece bisogno di una storia; non cerca soltanto il raro e il bello, ma di custodire qualcosa di irripetibile e irrinunciabile; dietro ogni oggetto egli cerca una memoria, un frammento umano, un destino; vive fuori dalla moda e dopo l’acquisto instaura con il suo tesoro una sorta di sensuale intimità.

Accade poi che molti raccoglitori cadano in preda a una vaga stanchezza: le loro acquisizioni sono costate troppo in termini di tempo e di denaro. È anche possibile che, con l’avanzare dell’età, collezionisti e amatori non abbiano trovato i degni eredi del loro patrimonio. Nasce allora il bisogno di disfarsene, ed è in questo momento che entra in scena l’asta, corridoio di passi perduti, territorio di desideri transeunti, e repertorio di entusiasmi conclusi.
Narrazioni, soliloqui, bandiere e proclami
Si tratta di un mondo che frequento da più di mezzo secolo, e che credevo fosse immutabile. Non è più così. Con amarezza vedo che oggi è la provocazione a proporsi come nuovo valore estetico; cosa del resto già prevedibile da quando, nel 1917, si è celebrato il funerale dell’Arte con Fontana di Marcel Duchamp. Un lutto rinnovato, negli scorsi anni ’60, con Merda d’artista di Piero Manzoni; nel ’72, con l’orrida concettualità del ragazzo down esposto alla Biennale veneziana da Gino De Dominicis – e qui è stato forse raggiunto il punto più basso della storia dell’arte del XX secolo.

Ma qualcuno, nel nuovo millennio, sembra persino andare più giù: è Maurizio Cattelan, con le sue mirabili e miliardarie invenzioni.
Francisco Goya ci aveva avvisato: il sonno della ragione genera mostri; e dunque negli spazi espositivi non si propongono più visioni d’artista, ma narrazioni, soliloqui, bandiere e proclami; i nuovi critici d’arte officiano il requiem sul cadavere dell’estetica; quelli vecchi come me, colpevoli di nostalgia, sono più solo statue di sale.E allora sorge inevitabile una domanda: che fine faranno i raccoglitori, i collezionisti e gli amatori? Mangiatori di frutti? Eroi delle piattaforme digitali? Cultori dell’insulso? Alchimisti dell’equivoco? Ma basta, per favore!

Infine, a titolo di conforto per tutte le statue di sale che ancora popolano il nostro deserto, propongo qui l’immagine di copertina dell’imperdibile saggio sulla stupidità di Carlo Cipolla, che vivamente consiglio di leggere, rileggere, e divulgare.




