
Una lettura speciale: l’artista Dario Ghibaudo commenta il libro “Speednews. L’arte scritta veloce” di Matteo Bergamini, recentemente pubblicato da Art-Frame Books, nuova casa editrice italiana dedicata all’arte contemporanea
Matteo Bergamini, in Speednews, srotola lentamente la matassa che ha avvolto in anni di militanza artistica. Appunti, pagine sparse che hanno trovato ordine e consistenza in questo libro. È giovane, Matteo, ancor giovane, ma immerso nel mondo dell’arte, mi piace pensare, sin da piccolo. Tanto per cominciare, lo voglio proprio dire: Speednews è un gran bel saggio. L’ho letto con attenzione crescente e questo perché mi ha preso e sorpreso. Leggendo mi sono scoperto complice e d’accordo, per esempio, sul disagio che spesso si prova di fronte all’ossessivo dilagare della rete. Il libro apre con una bella prefazione di Jacqueline Ceresoli ed è poi suddiviso in una trentina di brevi capitoli raggruppati in due parti, chiude con un’appendice, un compendio di scritti dell’autore.
Chi controlla i controllori? La rete, con poche regole ben confuse rimestate da quell’intelligenza artificiale che tutti aiuta e tanti illude, è controllata e si sa, ma…chi guida il gioco? Bergamini parla chiaro e chiude il capitolo con una riflessione potente. “Dice il detto: se non puoi combattere il tuo nemico, alleatici, ma c’è un’altra versione possibile: il nemico va riconosciuto per essere, anche, evitato o perlomeno si può scegliere di non abbassarsi al suo livello…“. La dice lunga questo “non abbassarsi al suo livello”. Il libro si srotola, pesco a caso: Artecrazia. Un vocabolo che grida forte, forgiato da Scotini. Bergamini ne sviluppa il senso e lo porge al lettore, all’arte e alla politicizzazione dell’arte per poi condurci ad altre faccende: Un p(r)ezzo per “La visibilità”. Dove si analizza con acume quel che Warhol aveva previsto: un “quarto d’ora di celebrità” che spetta, diceva, a tutti. Oggi, quel quarto d’ora, è un bisogno quasi fisico di emergere, si è fatto regola per sopravvivere, nel bene e nel male, l’importante è esserci.





“Dalle richieste di visibilità allo stalking – per usare una parola molto forte – il passo non è così lungo.” È la vastità ad esser contenuta in questo libro e nella vastità mi perdo, lo sfoglio, torno e ritorno sui miei passi tra riflessioni colte e citazioni, un saltellare che trae energia dall’energia che riceve. Di tanto in tanto mi fermo, respiro e trovo… “Che cos’è questo giornalismo“. Un capitolo che prende spunto, ancora, dal pensiero di Marco Scotini: “… non è l’immaginazione al potere come si sognava nel ’68, oggi l’arte è piuttosto usata dal potere per ottenere forme di legittimazione e, quindi, di sfruttamento.” Eh sì, l’immaginazione proprio non è andata al potere ma piuttosto è finita tra le sue fauci, quelle del potere e ora è lui che la immagina e ce la offre, rimasticata a suo uso e consumo. Bergamini scrive: “Al di là delle immagini e delle reti sociali, la lotta che si ingaggia tra autore e linguaggio alla ricerca di una narrazione che non sia una mera comunicazione è forse l’ultimo atto di resistenza, l’ultima sfida all’interpretazione dell’arte rapportata a una dimensione più estesa rispetto a quella dove avviene – e si consuma – il suo stesso svolgimento: mostre, manifestazioni, eventi e, perché no, fiere“.
Matteo, sono d’accordo, sì, è avvenuta una mutazione, una specie di tsunami che sta inesorabilmente modificando il dna della comunicazione mettendo in crisi la carta stampata. Eppure la carta è bella, coinvolge i sensi, l’olfatto, per esempio, che permette di viaggiare alla velocità della luce riportandoci in un luogo dove eravamo stati tanti anni prima e il tatto che si attiva quando le dita carezzano un foglio, come l’invito alle mostre: era un impegno che stringevi tra le dita, ne sentivi l’odore. Eppure, come ben ci racconti, la carta stampata appartiene sempre meno al contemporaneo. È ben tracciato, in questo libro, il disegno dei social che invadono inevitabilmente l’atto di scrivere e anche le conseguenze della loro ingombrante presenza che trasforma tutto in un brodo primordiale nel quale, il critico d’arte, gli artisti e gli addetti ai lavori, stentano a districarsi.
Il libro si chiude con una “Appendice” e ci porta in una terra che Bergamini ama molto: il Brasile. Ci parla di quel che accade in quel continente e così mastichiamo un poco il loro fare arte, ne respiriamo l’aria perché Matteo è bravo a raccontare, così come è bravo a scegliere chi intervistare e come. Senza tanti fronzoli e riferimenti altrui, tutto diretto. Verso la fine, un attimo prima della conclusione troviamo una citazione tratta da “Pollok e Rothko, Il gesto e il respiro” di Gregorio Botta: “Possiamo decidere deliberatamente che l’arte non serve a nulla, ma allora smettiamola di definirla “arte” e diamole nomi più adeguati alla sua nuova identità“. Al seguito, Bergamini chiude il saggio con una domanda: “Come può svilupparsi un pensiero quando cade la conoscenza diretta, l’esperienza tangibile, la pragmatica e anche le passioni che bruciavano gli spiriti di Rothko e Pollock?“. Pulito, niente AI, solo dieci dita e una testa per dar forma a un pensiero rivolto a un’umanità sempre più social e conseguentemente, sempre più facilmente governabile.




