29 Settembre 2026 13:10

L’osservatorio del presente. La forza dell’opera

Mircea Cantor, The Seven Guardians, Palazzo Altemps, Museo Nazionale Romano. Photo: Giorgio Benni 

Da Roma a Pereto, l’Osservatorio del Presente ci racconta di due mostre estive che portano con sé due modi di vedere speciali, dove il contemporaneo incontra il tempo

Palazzo Altemps è uno dei musei romani più accoglienti e raffinati, forse perché non ha mai perso il fascino domestico delle residenze gentilizie, dove l’assenza di arredi preziosi è compensata dall’esposizione di una delle più importanti collezioni di antichità della Roma barocca. Per questa particolarità risulta una sede molto efficace per le mostre di arte contemporanea, posta in dialogo con un contesto così speciale, che ha visto negli anni gli interventi di Matthew Monahan, Alfredo Pirri, Sergio Sarra, Elisabetta Benassi e Gabriele Gianni. L’ultimo arrivato è un protagonista della scena internazionale, il rumeno Mircea Cantor (1977), con la mostra personale Costellazioni dell’antico, curata da Pier Paolo Pancotto e Federica Rinaldi e inserita nell’ambito delle relazioni culturali tra Italia e Romania. Attraverso un percorso espositivo nelle sale del primo piano, in dialogo con la collezione, Cantor ha collocato una quindicina di opere – tra sculture e installazioni – che riflettono su temi centrali nel suo lavoro: la memoria, l’archeologia, il simbolismo, la tradizione e la forza degli archetipi. “Per me, in quanto artista, il contatto diretto con i reperti del passato, attraverso visite a musei e siti archeologici, è una fonte inestimabile di interrogativi, informazioni e ispirazioni“, spiega l’artista, che ha trovato nelle sale di Altemps una situazione ottimale per presentare l’essenza della sua ricerca. L’opera più suggestiva è I sette guardiani, composta da una serie di colonne scolpite nel legno di pino e intagliate da artigiani del nord della Romania. Ognuna è sormontata dal tradizionale cappello di pelliccia, evocando così le figure dei “pileati”, gli aristocratici dell’antica Dacia, in dialogo ideale con gli affreschi della Sala delle Prospettive. L’installazione più complessa della mostra è il Murus dacicus, un’opera realizzata con materiali diversi che crea un corto circuito tra la memoria dei muri che i Daci costruivano per proteggere le proprie città dai Romani e i materiali tratti dai ricordi privati dell’artista, riproposti in una chiave intima e simbolica.

Palazzo Maccafani, Pereto (AQ) Flavio Favelli, Bologna Centrale, 2026, video 20 minuti. (Foto Giorgio Benni) Courtesy Galleria Monitor

A questo proposito vorrei spendere una parola di elogio per Bologna Centrale (2026), il primo video realizzato da Flavio Favelli e presentato alla Straperetana, la mostra curata da Paola Capata e Annalisa Inzana a Pereto fino al 16 agosto. Proiettato su un muro scrostato della Cisterna sotto il palazzo Maccafani, il video ci proietta in un racconto in prima persona ambientato nel centro storico di Bologna, tra via Guerrazzi e via Fondazza, dove Flavio abitava da bambino, circondato da personaggi particolari, dal barista ai professori di scuola, dai dentisti ai barbieri, descritti dall’artista con un tono monocorde, non privo di ironia. “Ogni tanto mia nonna mi portava dal barbiere; avevo timore, ero timido, mi vergognavo, la vetrina mi infastidiva, chiunque mi avrebbe visto mentre mi tagliavano i capelli. Chi vuoi che ti guardi? ribatteva mia nonna. Mi guardavano tutti“, racconta Favelli, mentre sullo schermo scorrono inquadrature molto lente degli stessi luoghi visti oggi, ripresi dal regista Daniele Quadrelli. Come un Flaiano del XXI secolo, Favelli incanta lo spettatore con un distillato di ricordi che compongono un puzzle tra passato e presente, storia e attualità, senza mai ricorrere a scorciatoie visive o strategie narrative. La Bologna di Favelli è un luogo sospeso, attonito, dove androni, serrande, portici e mattoni si nutrono dell’indifferenza di un tempo immobile, al quale l’artista ha saputo dare una voce intima e viva nella sua profonda verità.