
Dada è stata la rivoluzione artistica che ha demolito le certezze della cultura occidentale per ricostruire il linguaggio della libertà
Nel 1916 l’Europa vive il momento più drammatico della sua storia moderna. Le trincee della Prima guerra mondiale divorano un’intera generazione. La cultura che aveva celebrato il progresso, la ragione e la civiltà sembra aver prodotto soltanto cannoni, gas e distruzione. Mentre gli eserciti combattono, nella neutrale Zurigo accade qualcosa di nuovo e imprevedibile.
In un piccolo locale di Spiegelgasse nasce il Cabaret Voltaire. Fondato da Hugo Ball ed Emmy Hennings, il Cabaret diventa immediatamente un rifugio per artisti, poeti, musicisti e intellettuali provenienti da tutta Europa. Qui la parola viene frantumata, la musica perde ogni armonia tradizionale, il teatro si trasforma in provocazione e la pittura rifiuta ogni regola accademica. È la nascita del Dadaismo.

Questo giovane con l’occhialino ha trasformato l’assurdo nella più lucida protesta contro la guerra: Tristan Tzara, il profeta dell’anti-arte. Nato in Romania nel 1895 con il nome di Samuel Rosenstock, in una famiglia ebraica, ha compreso che la guerra non ha distrutto soltanto gli uomini, ma anche il linguaggio della cultura europea. Per lui non basta dipingere in modo diverso. Occorre pensare diversamente. Nasce così una delle rivoluzioni estetiche più radicali del Novecento. Dada non vuole costruire una nuova accademia. Vuole demolire tutte le accademie.
La provocazione diventa linguaggio. L’ironia sostituisce la retorica. Il caso prende il posto della logica. L’assurdo diventa una forma superiore di verità. Con Tzara l’arte smette di essere soltanto pittura. Una pagina di giornale può diventare un collage. Un oggetto trovato per strada può trasformarsi in opera. Una poesia può essere composta ritagliando parole da un quotidiano ed estraendole da un cappello. L’opera non rappresenta più il mondo. Lo mette in discussione. Questa intuizione cambierà per sempre l’arte moderna e contemporanea.

Il laboratorio delle avanguardie
Intorno a Tzara si raccolgono alcuni dei protagonisti destinati a rivoluzionare la cultura del Novecento. Hans Arp introduce il caso nella composizione. Marcel Janco costruisce le celebri maschere dadaiste. Richard Huelsenbeck diffonde il movimento in Germania. Francis Picabia porta il Dadaismo a Parigi. Marcel Duchamp ridefinisce il concetto stesso di opera d’arte con i “ready-made”. Poco dopo arriverà anche l’americano Man Ray, destinato a trasformare fotografia e cinema sperimentale.
L’incontro con Breton
Nel 1919 Tzara raggiunge Parigi. L’incontro con André Breton apre una stagione straordinaria. Per alcuni anni Dadaismo e nascente Surrealismo sembrano procedere nella stessa direzione. Entrambi rifiutano l’arte tradizionale. Entrambi cercano nuovi territori della creatività. Ma presto emergono profonde differenze. Breton desidera costruire un movimento disciplinato attorno all’inconscio e alla psicoanalisi. Tzara rimane fedele alla libertà assoluta dell’invenzione. La loro collaborazione si interrompe, segnando la separazione fra due delle più importanti avanguardie del Novecento.

Una leggenda chiamata Lenin
Fra i racconti più suggestivi della storia del Dadaismo vi è quello secondo cui Lenin, residente nella stessa via del Cabaret Voltaire prima della Rivoluzione d’Ottobre, avrebbe frequentato il locale. La vicenda è entrata nell’immaginario collettivo. Tuttavia gli storici non hanno trovato prove che Lenin abbia partecipato alle serate dadaiste, né che abbia suggerito il nome “Dada”. Rimane una delle leggende più affascinanti dell’arte del Novecento.
L’eredità di Tzara
Oggi il Dadaismo continua a vivere. Ogni installazione, performance, collage, provocazione artistica, ogni opera che mette in crisi le convenzioni, tutto porta ancora l’impronta di Tristan Tzara. Il suo messaggio conserva una sorprendente attualità: quando il mondo perde il senso della ragione, l’arte deve ritrovare il coraggio della libertà.




