
Marcello Carriero riprende alcuni temi trattati da Gian Maria Tosatti nell’articolo segnalato ieri, fra arte, critica e identità
Mentre scrivevo la recensione dell’ultimo libro di Luca Bertolo Qui era tutto mare. Nuovi scritti sull’arte e sugli artisti (Quodlibet, Macerata, 2026), Gian Maria Tosatti mi ha segnalato un suo articolo uscito sul domenicale del “Il Sole 24 Ore” del 20 settembre. L’articolo, dall’eloquente titolo L’indicibile stato dell’arte (Italiana), riprende in maniera lucidamente riassuntiva una discussione già da tempo in atto sulla visibilità internazionale dell’arte contemporanea italiana.
Più volte Tosatti m’ha invitato a partecipare a questa Vexata quaestio, ma io sono sempre stato restio poiché, in un certo qual modo, mi associo alla risposta che diede Cecilia Canziani in un’intervista. Cecilia rispose all’intervistatore, che la incalzava sulla questione della presenza degli artisti italiani alla biennale, con una domanda: “Cosa s’intende per artisti italiani?”. L’indicibile è proprio questo: definire l’artista italiano. Sorvolando sulla banale questione anagrafica, sarebbe al contempo opportuno tralasciare la dimensione puramente identitaria già invischiata con l’ambiguità del termine “Genius Loci” (S. Chiodi, 2021) o con quello che i tedeschi chiamano “Heimat”, l’identità italiana degli artisti resta difficile da definire almeno quanto l’arte italiana.
La responsabilità della critica
L’articolo di Giammaria Tosatti ha fornito comunque una visione retrospettiva veritiera. Per quanto sofferente dell’inevitabile economia giornalistica che ne condensa lo sviluppo in poche righe, la disamina di Tosatti si è dimostrata puntuale e chiara. La sua storia dell’arte contemporanea rimanda sovente alla connessione tra pensiero filosofico e produzione artistica nella misura in cui il primo resta idealmente il terreno teorico su cui la seconda si dovrebbe radicare. Tosatti segnala pure quanto quel terreno teorico sia da anni incolto dal momento che molti artisti hanno preferito i più fertili pascoli della comunicazione spettacolare e solleva un’altra questione, che troviamo, guarda caso, anche nel libro che mi stavo apprestando a recensire.
Si tratta della presunta assenza della critica d’arte in questo dibattito identitario, la responsabilità della critica. Luca Bertolo cita al riguardo proprio Tosatti quando in Come siamo silenziosi sullo stato dell’arte (Il Sole 24 Ore, 3 settembre 2023) lamentava una certa volatizzazione della critica. Dato lo “stato gassoso” della critica, Bertolo indica, forse come una singolare reazione a questo vuoto, la proliferazione di commenti di artisti, le cui opinioni non solo rispecchiano una evidente frustrazione, ma che spesso diventano gli unici appigli nella palude in cui sembra sprofondare la critica d’arte.

Bertolo, forse per smarcarsi dal gregarismo corrivo, indica quali sarebbero i deleteri caratteri della critica d’arte degli anni Venti (del XXI Secolo, s’intende). E così dice: “Negli ultimi anni il côté culturale occidentale è diventato istericamente sospettoso verso ogni valutazione e persino interpretazione (da quale pulpito? Non puoi capire una certa estetica se non sei tu stesso) a una donna afroamericana; non puoi giudicare quella tale performance ignorando le opinioni dei pastori di renne Sami)”. Sta segnalando, in pratica, come una rivalutazione del gradiente assiologico si appoggi a una precondizione ideologica in cui, i parametri secolarizzati dell’estetica, stanno per essere rivisitati alla luce di nuovi orizzonti culturali i cui criteri maturano per convergere, in modo definitivo e coerente, in un nuovo stile dell’arte contemporanea.
Coscienza morale e sociale
Alla ridefinizione dell’oggetto della critica corrisponde però una ridefinizione del soggetto critico che rischia, in veste di opinion leader, di cedere al populismo facendo diventare coscienza morale e sociale quelle che dovrebbero essere scelte estetiche. Forse è per questo che Bertolo, citando Arthur C. Danto, denunciando lo sviamento dal giudizio di valore e dell’interpretazione, si pone in favore di un raffinamento dell’esegesi.
L’indicibilità dello stato dell’arte italiana non sarebbe però dettata solo dalla inadeguatezza del dire quanto, al contrario, dall’eccesso. Senza cedere alla noia non possiamo negare però che dalla querula litania emergono talvolta voci dissonanti. Per esempio, setacciando con cura i punti di vista sul fenomeno dell’italica apousía dalla Biennale di Venezia, ne troviamo alcuni interessanti. Andrea Bruciati, ad esempio, su queste pagine, interpellato sull’affaire biennale, dichiarava: “Ci vuole il coraggio per un atto di rottura. Non una generica ‘valorizzazione del nazionale’, ma l’elaborazione consapevole di un paradigma alternativo. Una progettualità capace di produrre dialettica, di introdurre discontinuità epistemiche, di ridefinire le sue stesse condizioni”.
Bisogna, però precisare alcuni caratteri di questo paradigma alternativo. Per la critica sotto accusa, bisogna per correttezza distinguere tra i capi d’imputazione, cioè se il reato ascritto sia quello di non favorire un prodotto sistemico oppure quello di tradire un genere letterario concentrato sull’ontologia dell’arte e non sulla sua tautologia o persino sulla sua patologia. Sempre su questa rivista Marco Tonelli, che sull’argomento osò porsi in polemica con l’ineffabile Achille Bonito Oliva, ha cercato di risolverla così: “L’opera ad ogni modo doveva esistere prima per poter essere poi un elemento del sistema. In questo primo caso l’essere dell’opera riguarda la sua esistenza in quanto oggetto in sé, anche se sconosciuto a tutti”.

La logica del mezzo
Detto questo, torniamo all’articolo da cui siamo partiti. Qui si apprende che Tosatti, lamentando un mancato consenso internazionale intorno all’arte italiana, si riferisce all’argomento di dibattito del “Young Curators Residency Programme” che si terrà il 26 settembre a Guarene, a latere della mostra What about us (titolo autoreferenziale di malcelato, esclusivo, elitarismo). Pertanto, l’arte italiana di cui sembra si occuperà questo consesso sarà, ancora una volta, quella abilitata dalla vocazione sistemica prediletta dalla critica cosiddetta “curatoriale” e, proprio sull’oggetto di questa abilitazione, è interessante seguire come continuava Tonelli nell’articolo già citato: “Un conto ad esempio è parlare di un’opera come di un’opera d’arte, un altro è comprenderla come copertura per entrare nel sistema: sarebbe come collezionare dipinti per la loro bellezza o usarli come status simbol o speculazione. Lecite entrambe le azioni, ma la prima è un valore d’uso, il secondo di scambio”.
Questa riflessione, se pur espressa tre anni or sono, distingue ancora oggi i campi di ricerca della critica. Delineando la logica del mezzo, oltre che del fine, questa distinzione aiuta a metterci in guardia dalle derive della politica identitaria. Avvertendo che spesso, dietro l’aggressività della denuncia, si celano interessi di parte.




