25 Settembre 2026 23:59

I semi dell’arte. A Savona torna il festival CONNEXXION

Martina Fontana, Cocoon, installation view Pinacoteca Civica di Savona, courtesy CONNEXXION, Ph Michele Alberto Sereni
Martina Fontana, Cocoon, installation view Pinacoteca Civica di Savona, courtesy CONNEXXION, Ph Michele Alberto Sereni
Intervista alla curatrice di CONNEXXION Livia Savorelli, che parte dall’edizione 2026 per una riflessione su identità e obbiettivi del festival

Elegia della fragilità. È questo il titolo di CONNEXXION, il Festival Diffuso di Arte Contemporanea curato da Livia Savorelli, che fino al 26 settembre celebra a Savona la sua quarta edizione. Un evento che diventa punto di partenza per una riflessione sull’umano e sulle sue vulnerabilità, in un presente segnato da conflitti, trasformazioni tecnologiche e nuove forme di isolamento. Installazioni, performance, talk e progetti partecipativi attraversano diversi luoghi della città, dall’ex Carcere Sant’Agostino alla Pinacoteca Civica, dal Santuario a Villa Cambiaso, coinvolgendo artisti e comunità locali.

Al centro non c’è però una fragilità da compatire, ma una condizione connaturata all’essere umano da cui può nascere una diversa idea di forza, relazione e cambiamento. Anche di questo abbiamo parlato con Livia Savorelli, per capire come questa visione abbia preso forma nell’edizione 2026 e quale ruolo possa ancora avere l’arte nel costruire nuovi spazi di ascolto e partecipazione…

 

Opening CONNEXXION, Pinacoteca Civica, Savona, da sinistra Valentina Frascarolo, Direttrice Musei Civici di Savona, Livia Savorelli, curatrice del Festival, Matteo Mandelli, artista
Opening CONNEXXION, Pinacoteca Civica, Savona, da sinistra Valentina Frascarolo, Direttrice Musei Civici di Savona, Livia Savorelli, curatrice del Festival, Matteo Mandelli, artista

“Elegia della fragilità” è il titolo e il tema dell’edizione 2026. Da dove nasce l’esigenza di mettere proprio la fragilità al centro della riflessione del festival?
Da un forte senso di smarrimento personale per la preoccupante situazione geo-politica internazionale, dal peso ininfluente del singolo individuo, banale pedina nello scacchiere mondiale e dalla volontà di cercare di attivare il pubblico con delle scintille di senso critico, attraverso una visione che inglobi il mio “stare nel mondo” con quello di altre persone che condividono una presa di posizione comune. Voci che vogliono emergere nel rumore assordante della nostra contemporaneità. La fragilità, in questa visione, non è rassegnazione ma capacità di trarre, da una condizione intrinseca della natura umana, la forza per opporsi a questo stato di cose e ricercare la strada di un cambio di rotta, ormai indispensabile per immaginare lo stesso futuro dell’umanità.

Quest’anno il festival affronta anche il rapporto tra cybercultura, tecnologia e umanità. Qual è, secondo te, la domanda più urgente che l’arte contemporanea può porre oggi su questo rapporto?
Lo sviluppo del tema, di stringente attualità, è nato – come accade in ogni edizione del Festival – da una suggestione letteraria che apre le porte alle mie riflessioni critiche e alla scelta degli artisti/e la cui poetica sia in linea con lo sviluppo della tematica. Si tratta del volume di Roberto Gramiccia (Teoria della Fragilità. Alla ricerca di un potere nascosto – Diarkos, 2026), in particolare uno dei capitoli che più mi ha colpito è stato quello dedicato al rapporto tra fragilità e tecnica o techne, ossia quello strumento che ha permesso all’umanità di superare alcuni limiti della sua fragilità ontologica ma che ha ben presto contribuito ad amplificare quella stessa fragilità. In una società, in cui il capitalismo ha da tempo mostrato il suo volto più mostruoso, sono fragili tutti coloro che non raggiungono gli standard di efficienza, assoggettando l’umano a macchina di produzione.
La domanda che mi piacerebbe attivare, in relazione a questo rapporto, è semplice. Vale davvero la pena sacrificare la propria identità “reale” nel mondo per un’esistenza “digitale” che rende l’individuo un frammento e lo isola dalla collettività? Credo che questo, soprattutto nelle nuove generazioni, sia un quesito fondamentale.
In generale, per tutti/e noi credo che il “lasciarsi fecondare” da questo confiltto sia l’inizio di un percorso che possa trasformare questa fragilità in forza e strumento di cambiamento.

 

Fabio Bix, WOR(L)DS - frammenti di un discorso amoroso, installation view ex Carcere Sant'Agostino, Savona, courtesy CONNEXXION, Ph Michele Alberto Sereni
Fabio Bix, WOR(L)DS – frammenti di un discorso amoroso, installation view ex Carcere Sant’Agostino, Savona, courtesy CONNEXXION, Ph Michele Alberto Sereni

La quarta edizione amplia ulteriormente la dimensione “diffusa” di CONNEXXION, coinvolgendo luoghi molto diversi tra loro. Quanto è importante, nella tua idea di curatela, che siano anche i luoghi a contribuire al significato delle opere?
Il Festival si basa su una rilettura dei luoghi della città di Savona e ricerca volutamente spazi con cui innestare un dialogo (con l’architettura e la sua destinazione d’uso come nel caso dell’ex Carcere Sant’Agostino, con la storia secolare come nel caso di Villa Cambiaso, con la memoria in essa custodita testimoniata dalle sue collezioni pensando alla Pinacoteca Civica di Savona). La dimensione diffusa è favorita dalla conformazione della città, con una oggettiva vicinanza di tutte le sedi espositive.

Un elemento caratterizzante di CONNEXXION è la partecipazione. Che cosa può accadere a un’opera quando il pubblico, gli abitanti o una comunità non sono semplicemente spettatori, ma diventano parte del processo creativo?
Nel momento in cui il pubblico non è più solo spettatore, ma diventa protagonista del processo partecipativo, si crea la grande magia dell’arte, che testimonia il suo grande potere trasformativo.

 

Max Magaldi, Vainglory, installation view Cappella ex Carcere Sant'Agostino, courtesy CONNEXXION, Ph Michele Alberto Sereni
Max Magaldi, Vainglory, installation view Cappella ex Carcere Sant’Agostino, courtesy CONNEXXION, Ph Michele Alberto Sereni

Nel progetto Moire, di Martina Fontana, sono coinvolti alcuni ospiti di una RSA, mentre Le Luci di Zinöa, di Francesca Catellani, nasce dall’incontro con gli abitanti storici del quartiere. C’è un’idea di fragilità legata anche all’ascolto di chi normalmente rischia di avere meno spazio nella narrazione pubblica?
La nostra società vive nel rumore costante e non sente, così come nell’ambito visivo è bombardata da centinaia di immagini ogni giorno perdendo così il grande potere della visione. Essere predisposti all’ascolto è la condizione fondamentale per chi progetta e per chi crea un progetto che vuole essere realmente partecipativo.

CONNEXXION è arrivato alla sua quarta edizione e nel tempo ha costruito una relazione sempre più forte con il territorio e con associazioni e gruppi locali. Che cosa è cambiato nel rapporto con Savona e con il suo pubblico rispetto alle prime edizioni?
Ancor prima di venire ad abitare a pochi km da Savona, frequentavo la città durante le mie vacanze estive. Quindi ho potuto vivere il cambiamento della città, sia dal punto di vista della turista sia da quello della residente. Il Festival mi ha permesso di approfondire e studiare la sua storia, di creare collegamenti, di conoscere un’infinità di operatori che operano ogni giorno per custodirne la memoria. Quello che ho avuto l’onore di fare è entrare nel tessuto comunitario della città, supportata professionalmente ed umanamente dall’Amministrazione che, sin dalla prima edizione, ha creduto nel Festival e lo ha sostenuto.

 

Matteo Mandelli, The Algorithm Creed, installation view Pinacoteca Civica di Savona, courtesy CONNEXXION, Ph Michele Alberto Sereni
Matteo Mandelli, The Algorithm Creed, installation view Pinacoteca Civica di Savona, courtesy CONNEXXION, Ph Michele Alberto Sereni

Guardando oltre questa edizione, quale tipo di esperienza vorresti che CONNEXXION lasciasse a chi lo attraversa? E che cosa pensi possa ancora diventare questo festival nel rapporto tra arte contemporanea, territorio e comunità?
Credo che il Festival abbia nel suo piccolo ridefinito il rapporto tra arte contemporanea e grande pubblico. Oltre agli addetti ai lavori e agli appassionati, CONNEXXION coinvolge gli abitanti della città, straordinariamente permeabili all’ascolto e all’approfondimento ad ogni edizione e affezionati a questo format. Molto spesso dialogo con persone che ricordano le opere o le performance della precedenti edizioni e hanno voglia di approfondire determinate progettualità.
Quello che ho sempre desiderato compiere è di dimostrare che l’arte contemporanea per essere apprezzata dal grande pubblico non deve essere necessariamente facile, pop o immersiva. Deve essere presentata con le giuste parole, dando il tempo alla persone di entrare in dialogo con lei. Dalla prima edizione, nel 2022, ho iniziato ad installare piccoli semi che iniziano a dare rigogliosi frutti…