
Fino al 14 febbraio 2027 lo spazio di Piazza Venezia accoglie oltre settanta capolavori di Kandinsky dal Centre Pompidou
La Capitale attendeva da oltre un quarto di secolo il ritorno del maestro che scardinò le regole della visione per dare corpo e colore all’invisibile. Dal 15 settembre al 14 febbraio 2027, le sale di Palazzo Bonaparte ospitano la grande retrospettiva monografica intitolata Kandinsky, dedicata a Vassily Kandinsky (Mosca, 1866 – Neuilly-sur-Seine, 1944), padre fondatore dell’astrattismo moderno.
Curata da Angela Lampe, conservatrice delle collezioni moderne al Musée national d’art moderne – Centre Pompidou, con la consulenza scientifica ed editoriale di Francesca Villanti, l’esposizione è prodotta e organizzata da Arthemisia in stretta collaborazione con il Centre Pompidou di Parigi.
La prestigiosa istituzione francese, temporaneamente chiusa per importanti interventi di restauro, ha reso possibile un eccezionale prestito di opere raramente concesse all’estero. Provenienti in larga misura dallo straordinario fondo donato dalla moglie dell’artista, Nina Kandinsky. Il progetto vanta come main partner la Fondazione Terzo Pilastro – Internazionale ed è patrocinato dall’Ambasciata di Francia in Italia, dalla Regione Lazio e da Roma Capitale (Assessorato alla Cultura).

Articolata in cinque capitoli cronologici e tematici, la rassegna mette in scena l’avventura umana e intellettuale di un uomo che a trent’anni scelse di abbandonare una solida cattedra universitaria in legge ed economia a Mosca per inseguire la pittura a Monaco di Baviera.
Una sinfonia
Due folgorazioni biografiche segnarono in modo indelebile il distacco dal canone accademico: i celebri Covoni di Claude Monet e la rappresentazione del Lohengrin wagneriano al Bol’šoj, che suggerì al maestro russo la possibilità di far dialogare le tinte esattamente come gli accordi di una sinfonia. Tra le oltre settanta creazioni esposte risaltano pietre miliari assolute: dal celebre dipinto L’Arco nero (1912), vertice della tensione lirica prebellica, alla complessa architettura visiva di Gelb-Rot-Blau (Giallo-Rosso-Blu, 1925), dove geometrie primarie e gradazioni cromatiche si orchestrano in una rigorosa partitura dell’anima.
Il percorso romano non isola il maestro nel mito, ma ne esplora la densa rete di dialoghi estetici e affettivi. Emerge con forza la complicità intellettuale con il compositore Arnold Schönberg, incontrato all’inizio del 1911. Anno in cui Kandinsky diede vita con Franz Marc al gruppo d’avanguardia Der Blaue Reiter (Il Cavaliere Azzurro). E diede alle stampe il celebre trattato Dello spirituale nell’arte.

Accanto alla fedele custode della memoria Nina Kandinsky, trova finalmente un meritato risalto Gabriele Münter. Compagna di vita e di sperimentazioni per un intero decennio a Murnau. E figura cardine dell’Espressionismo tedesco, le cui opere giungono per la prima volta in una mostra nel nostro Paese. Dalla Russia della Rivoluzione all’esperienza cruciale come docente al Bauhaus di Weimar e Dessau – la cosiddetta “fase fredda” culminata nel saggio Punto e linea sul piano del 1926 –, fino agli ultimi anni dell’esilio parigino a Neuilly-sur-Seine tra forme organiche e la durezza della Seconda guerra mondiale, la mostra restituisce un ritratto totale del maestro.
Un viaggio completato da preziosi documenti d’archivio della Bibliothèque Kandinsky. Oggetti di studio e una sala immersiva studiata per far dialogare ritmo, forma e colore con la sensibilità dello spettatore contemporaneo.




