01 Ottobre 2026 23:26

Il tempo della lumaca. Elena Mazzi

Elena Mazzi, Poç, film, 22’, 2023, produced by Ephemera festival
Elena Mazzi, Poç, film, 22’, 2023, produced by Ephemera festival
La Lumaca come modello per artisti che scelgono la lentezza in risposta a un sistema che impone la velocità

Dati mobili e fibra ottica scandiscono i ritmi della società attuale e resta spesso marginale, e meno “cool”, una connessione profonda con la natura nei suoi aspetti anche urgenti oltre che microscopici, per una visione ampia e inclusiva. Per questo motivo, guardare l’arte contemporanea con gli occhi di una gigantesca lumaca con guscio – la cosiddetta chiocciola – può fornire punti di vista e scorci lasciati ai margini, dal sistema dell’arte.

Di questa marginalità, ne parliamo con l’artista Elena Mazzi: la prima artista donna di questo spazio lumacoso. Nata nel 1984, a Reggio Emilia, con una notevole prospettiva eterogena ed olistica, legata anche alla sua formazione allo Royal Institute of Art di Stoccolma. Le sue opere sono state esposte in diverse mostre personali e tante esposizioni collettive, di carattere anche istituzionale in tutto il mondo: Norbottens Biennale di Lulea (2022); Museo de Antropologia con IIC di Cordoba (2022); Museo MADRE di Napoli (2021); Udaondo Museum di Buenos Aires (2021); Istituto Italiano di Cultura, New York, Bruxelles, Stoccolma, Johannesburg e Cape Town (2019); Biennale di Instabul (2015). Ha preso parte anche a residenze artistiche ZK/U a Berlino (2019); Skaftfell Center for the Arts a Seydisfjordur in Islanda (2018); HIAP a Helsinki (2016-2017).

 

Elena Mazzi, Poç, film, 22’, 2023, produced by Ephemera festival
Elena Mazzi, Poç, film, 22’, 2023, produced by Ephemera festival

La sua ricerca artistica è l’esempio di una tessitura olistica-antropologica, di carattere analitico e sperimentale. Ne è un’ulteriore testimonianza un suo progetto di residenza artistica, nel 2023, in una piccola comunità montana sulle Alpi. L’artista ha coinvolto la comunità locale che ogni anno, con dedizione e cura, si riunisce per la pulizia di una piscina scavata nella roccia, risalente al periodo della Prima Guerra mondiale. Ha realizzato un video, Poç, prodotto da Ephemera Festival, di ventidue minuti, per raccontare questo tempo lento e sospeso dentro un rito che fa incontrare le persone del luogo, rinnovando la storia e la tradizione orale nel legame ombelicale con quel contesto naturalistico, volutamente tutelato dai circuiti turistici di massa.

Mazzi misura il rapporto con l’ambiente in ogni latitudine del mondo; riesce ad analizzare la storia dei luoghi per proporre visioni sincretiche, ad ampio spettro: dalle loro carenze alle loro virtù. Dimostra che l’arte è una prospettiva seria, un’azione politica per rilanciare tematiche impellenti e provare ad appianare conflitti irrisolti. Agli eccessi di questo mondo, lei risponde con opere, dal carattere essenziale e minimale, che intendono far ritrovare il respiro del mondo, offuscato e taciuto. Ne è un esempio la mostra “Routes”, commissionata dal Museo Novecento di Firenze, nel 2020.

L’arte non è un orpello: è una necessità ed è una testimonianza. Elena Mazzi lo sa bene e ce lo ricorda in maniera organica e puntuale anche dalla prospettiva della lumaca!

 

Elena Mazzi ph credits Giulio Lapone
Elena Mazzi ph credits Giulio Lapone

Nilla Zaira D’Urso: Hai mai incontrato una lumaca?
Elena Mazzi: Certo, per mia fortuna ne incontro tante. Mi aiutano a rallentare, è un esercizio costante. Spesso durante le mie ricerche sul campo, quando cammino in luoghi che non conosco e devo imparare a osservare invece che attraversare. La lumaca in quei momenti diventa quasi un promemoria fisico: mi ricorda che il tempo dell’osservazione non è tempo perso, è tempo necessario.

Cosa sai di questo mollusco che si chiama “chiocciola” se ha con sé la sezione aurea?
Amano la birra. Mio padre lasciava piccoli piattini per loro nell’orto quando ero piccola, per farle ubriacare ed evitare che mangiassero tutta la nostra insalata. Funzionava. E poi, sono più veloci di quanto pensiamo, e strisciano davvero in ogni direzione, non solo in orizzontale ma anche in verticale. I loro movimenti sono affascinanti, tanto quanto la perfezione del guscio e della sezione aurea in esso incarnata. Mi colpisce che una forma così semplice, quasi primitiva, contenga già una geometria che noi umani abbiamo impiegato secoli a formalizzare e a inseguire nell’arte e nell’architettura. È come se la natura ci avesse anticipati, senza bisogno di teorizzare nulla.

Se tu fossi una chiocciola avresti un guscio. Per tanto, ti chiedo cosa porteresti sempre con te?
Ci sono cose che porto sempre con me, in tutti i miei viaggi, vicini e lontani. Un buon libro, un taccuino per appunti, il mio astuccio con un accurato misto di matite, pennarelli, penne dai colori selezionati. Quando mi sposto in barca un piccolo binocolo che ho dall’infanzia. E dei vestiti che intendo lasciare in quel luogo, per poter portare qualcosa di nuovo con me. Un guscio come una valigia di chi viaggia per lavoro: ciò che conta non è accumulare, ma saper scegliere cosa serve davvero in quel momento, in quel luogo.

Ma se il sistema dell’arte contemporanea avesse un guscio e fosse una grande chiocciola: cosa non dovrebbe mai dimenticare?
Di redistribuire le sue risorse in maniera quanto più equa possibile. Di srotolare il filo della sezione aurea e creare percorsi quanto più trasversali possibili, e di provare a farlo in maniera chiara, non nebulosa. Di andare passo dopo passo, con cautela, così come fa la lumaca, altrimenti il peso di quel guscio schiaccia il corpo su cui si regge. Penso spesso a quanto il sistema dell’arte confonda velocità con rilevanza, come se solo chi corre più forte meritasse attenzione. Ma una chiocciola sa che la sua forza sta proprio nel non avere fretta, nel costruire il proprio guscio strato dopo strato: se lo facesse tutto in un colpo, si spezzerebbe.

Invece, qual è il tuo rapporto con la lentezza?
Vorrei farla più mia. Negli anni ci ho lavorato molto, anche se sento di non aver ancora trovato l’equilibrio ottimale. È una tensione costante tra l’urgenza che il mio lavoro a volte richiede – scadenze, produzioni, viaggi – e il bisogno, altrettanto reale, di lasciare che le idee si sedimentano nel tempo giusto. Ho imparato che la lentezza non è passività, è una forma di attenzione. Ma restare fedele a questo principio, in un contesto che premia la produttività, è una lotta quotidiana.

Con la metafora della bava della lumaca che lascia una scia, passando, cosa pensi del fatto che non tutte le opere di questo secolo stiano lasciando un segno?
“Lasciare un segno” è una questione molto personale. A chi lasciamo un segno? In quale tempo? Non c’è una risposta univoca, l’arte non è univoca. Le opere a volte lasciano segni per alcuni, meno per altri. Il sistema esiste per decidere chi è autorizzato a lasciare un segno e chi no nelle linee della storia, ma il segno personale nei corpi, nelle persone, non possiamo definirlo con certezza. La scia rimane sempre.

A questo punto, elenca quali opere hanno lasciato, negli ultimi trent’anni, un loro segno e quale opera/e hai visto recentemente.
Sono infinite le opere che a mio avviso hanno lasciato un segno negli ultimi trent’anni, se ne nominassi alcune finirei per lasciare in secondo piano le altre. Vorrei però raccontarvi di un libro che ho letto negli ultimi mesi, e che calza bene in questa conversazione: il testo Slow Violence dell’autore sudafricano Rob Nixon, che ci racconta di come gli impatti ambientali amplificati dal capitalismo sulle classi emarginate vengono spesso ignorati, proprio perché si tratta di una violenza lenta, dispersa nel tempo, difficile da rappresentare con l’urgenza a cui siamo abituati.

In conclusione, se ci fosse una “lumaca” parlante, cosa le faresti dire?
Le darei solo modo di esprimere a parole quello che già esprime con il corpo, con i suoi gesti. “Non c’è bisogno di rincorrere una preda, basta muoversi nello spazio e nel tempo con lo stretto necessario, alimentandosi di quanto abbiamo intorno, e arrivando con il giusto tempo alla nostra meta”.