
Da Firenze all’Aquila, fino a Roma: tour nelle mostre d’autunno nel centro Italia, in una nuova puntata de “L’osservatorio del presente“
È considerato uno dei maggiori pittori internazionali della sua generazione, e vederlo protagonista di una mostra a Firenze, la culla della pittura rinascimentale, la rende un evento da non perdere. Un’antologica che riunisce 25 capolavori dell’artista rumeno Victor Man (1974), realizzati tra il 2008 e il 2026 e selezionati dall’artista insieme a Sergio Risaliti, direttore del Museo del Novecento, sede della rassegna. Eseguiti secondo le antiche tecniche pittoriche, i quadri di Man “sono viaggi nelle pieghe dell’animo umano, in cui si insinuano zone d’ombra e sentimenti malinconici, illuminati dal balenare di sentimenti di bellezza e di innocenza” spiega il curatore. La mostra è allestita in quattro sale, in una narrazione legata a temi carichi di una sottile tensione tra la vita e la morte: la procreazione e la maternità, i dipinti “neri” e le figure femminili. Molti i capolavori, dove l’artista riprende antiche iconografie per trasferirle nel mondo attuale, aggiungendo un alone di misteriosa suggestione resa ancora più ambigua da una tecnica pittorica eccelsa. Antichi e contemporanei allo stesso tempo, questi dipinti conferiscono alla pittura di Man una qualità intemporale, legata alla capacità di attraversare il tempo e collegare idealmente maestri come Giovanni Bellini, Antonello da Messina e il primo Tiziano con un artista come Man. Lo dimostrano opere come Self Portrait with Ancestors (2024), Gypsy Girl with Tooth (2023), Untitled (From Wounds and Starry Dreams) (2023) e Maiden with Skull (2024), dove l’artista esplora il tema della “vanitas” e la pittura annulla il tempo per rivelare tutta la sua potenza visiva.

Da Firenze ci spostiamo al Maxxi L’Aquila, dove ha appena inaugurato Fabio Mauri. Gli anni dell’Aquila: una rilettura, ad opera di Maurizio Cattelan e Marta Papini, del lavoro di Fabio Mauri (1926-2009), professore di Estetica della Sperimentazione all’Accademia di Belle Arti de L’Aquila dal 1979 al ’99. La mostra si concentra soprattutto sulle opere realizzate durante quel ventennio, di sapore marcatamente politico, che tornano di grande attualità in questi tempi tumultuosi. Allestita “non in ordine cronologico ma come una sequenza di immagini” spiegano i curatori, sottolineando la “domesticità” di palazzo Ardinghelli. La sede del museo è stata interpretata da Cattelan e Papini secondo una scrittura curatoriale che arricchisce il valore di ogni singola opera all’interno di un insieme strutturato e rigoroso, soprattutto nella sequenza di sale dove è allestita l’opera Arierweige (1995), a simulare un appartamento “ariano” con pareti e arredi dipinti in verde arsenico, quasi a ricordare alcune scene del film La zona d’interesse (2023) di Jonathan Glazer. Perfino i fregi dei pavimenti sembrano disegnati da Mauri, ad indicare un mimetismo che amplifica la potenza del messaggio dell’artista, sottolineato anche dalla riproposizione, dopo molti decenni, di una delle più complesse performance di Mauri, Che cosa è il fascismo. Festa in onore del generale Ernst Von Hussel di passaggio per Roma (1971). Un’operazione culturale lodevole, condotta dal Maxxi con precisione e consapevolezza, trasformando un’iniziativa che poteva essere letta come una rievocazione nostalgica in un momento di riflessione sui pericoli della dittatura, attraverso il pensiero di uno degli artisti italiani più lucidi e impegnati del secondo Novecento.

La riattivazione della memoria è il filo rosso che ha ispirato Archivio, la mostra dell’artista indiana Dayanita Singh, curata da Andrea Anastasio, che arriva al Museo Nazionale Etrusco di Villa Giulia dopo essere stata presentata quest’estate all’Archivio di Stato di Venezia. Si tratta di 16 strutture lignee verticali che racchiudono 350 immagini scattate dall’artista prevalentemente all’interno degli archivi italiani, e collocate in diversi punti del museo, sia all’interno che all’esterno. All’ingresso del ninfeo l’artista ha posizionato una nuova struttura con immagini di rose a colori, scattate all’Orto Botanico. “Roma mi ha regalato il colore” sottolinea l’artista. “Il rapporto con gli archivi – aggiunge il curatore – costituisce una presenza costante nella sua ricerca. Singh li osserva non tanto come luoghi deputati alla conservazione di documenti eccezionali, quanto come organismi complessi, fatti di spazi, oggetti, classificazioni, relazioni e gesti quotidiani“. La nuova direzione del museo, che fa capo all’archeologa Luana Toniolo, si dimostra sensibile all’arte contemporanea, anche attraverso l’acquisizione dell’opera permanente di Diego Cibelli Il cielo si ricorda degli Etruschi, composta da una serie di elementi in ceramica sospesi alla volta dell’ingresso di Villa Giulia, come una costellazione di motivi iconografici legati al mondo etrusco che creano un paesaggio sospeso di notevole suggestione.

L’Istituto Centrale per la Grafica accoglie un interessante progetto del pittore rumeno Adrian Ghenie, con la mostra Capricci Romani, ideata da Alessandra Borghese e curata da Fabio De Chirico e Pier Paolo Pancotto. Una serie di opere su carta esplorano il tema iconografico del capriccio, lanciato nel Settecento da Piranesi, partendo dalle rovine dell’Appia Antica, dove Ghenie ha uno studio, per riflettere sul rapporto tra archeologia, paesaggio e arte contemporanea. All’interno del percorso, che si apre con un gruppo di immagini in bianco e nero della strada romana, scattate da Alessandra d’Urso, spiccano i ritratti disegnati dall’artista, che combinano elementi diversi in un equilibrio inquietante ma efficace, mentre i paesaggi danno vita ad una narrazione sempre stimolante, anche se alcuni appaiono poco leggibili.

Il nostro tour del contemporaneo si conclude a Francavilla al Mare dove si è da poco concluso il 77° Premio Michetti, Cosmovisions, curato da Nicolas Bourriaud e Massimiliano Scuderi e vinto dagli artisti Eva e Franco Mattes con l’opera Are You Still There? (2025), un video generato tramite intelligenza artificiale. Ognuno dei due curatori ha invitato dieci artisti delle ultime generazioni, italiani ed internazionali, a presentare un’opera legata al tema della mostra. Si tratta della «cosmovisione» dei popoli indigeni dell’Amazzonia, che si traduce nella consapevolezza che la vita formi un sistema unico che comprende tutti gli organismi. Tra le opere esposte spiccano le installazioni di Agnes Questionmark, Carola Bonfili, Federica Di Pietrantonio ed Eva Gold, oltre alle opere a parete di Benni Bosetto, Irene Fenara, Viola Leddi e Lorenza Longhi. Pur nella differenza di qualità tra le proposte, il Premio Michetti si conferma come uno dei rari osservatori istituzionali italiani sul lavoro degli artisti delle ultime generazioni, assai poco presenti nella programmazione delle strutture museali nazionali.




