02 Ottobre 2026 18:21

Da Casa a Museo. A Treviso riaprono i Carraresi

Carraresi. Veduta generale, foto Andrea Avezzù
Carraresi. Veduta generale, foto Andrea Avezzù
Casa dei Carraresi a Treviso si trasforma in museo con oltre duecento opere. Il nuovo allestimento diventerà presto un museo diffuso

Il lento placido assolato scorrere del Sile, immortalato da Dante nel canto IX del Paradiso, dove Sile e Cagnan s’accompagna, è lo sfondo appropriato per immedesimarsi nello spirito del nascente Museo diffuso che ha il punto di riferimento a Treviso a Ca’ dei Carraresi di proprietà della Fondazione Cassamarca. Fra le duecento opere del percorso permanente curato da Silvia Burini e Giuseppe Barbieri, che riempiono le pareti di tre ampi corridoi, si consiglia di soffermarsi inizialmente nella sezione Spazi, di cui si dirà più avanti, e cercare i colori a cera dell’Albero, un piccolo quadro di Armando Pizzinato del 1968.

Il soggetto rappresentato, se da un lato sembra trafiggere il terreno, dall’altro tende a strapparsi, a sollevarsi assumendo una forma obliqua come se fosse sferzato da un vento che dispone le foglie secondo un vorticoso dinamismo. E quindi lì vicino, guardare l’Isola di San Giorgio del trevigiano Ezzelino de Zottis. Non è semplice dire qualcosa di nuovo su di un contenuto stravisto d’ambientazione veneziana. L’artista ci riesce, in un certo senso. L’impatto materico/onirico configura l’Isola incastrandola tra l’acqua con il suo perenne schiumoso moto ondoso e un cielo verdastro solcato in verticale da strisce opalescenti.

La progettazione

Nel progettare il percorso, che prende vita da una attenta selezione delle opere appartenenti alla Fondazione Cassamarca, acquisite nel corso del tempo e in particolare mediante il lascito di monsignor Gino Bortolan tra cui figurano opere di Baj, Cagli, Fontana, Manzoni, Plessi, Vedova, Tancredi, i curatori hanno escluso la scelta rigorosamente cronologica e lineare a favore di un dialogo tra forme, colori, linguaggi. Anche attraverso un’attenta impostazione delle pareti e del sistema di illuminazione. Sollecitando in tal modo il visitatore a proiettare lo sguardo su dipinti lontani per stile e poetica diversi, captandone analogie e corrispondenze. Libero da vincoli troppo storicizzati. Rispondendo soltanto alla propria sensibilità culturale ed estetica.

Grisha Bruskin, veduta dell’installazione L’ora X (2012), foto Andrea Avezzù
Grisha Bruskin, veduta dell’installazione L’ora X (2012), foto Andrea Avezzù
Le tematiche

Riguardano la ricerca artistica del XX secolo e si articolano in tre macro-sezioni: Spazi, paesaggio urbano e rurale; Figure per analizzarne i diversi impianti; Forme che esaminano i codici visivo/percettivi della modernità. Con particolare attenzione agli artisti del contesto veneto come Vedova, Tancredi. Tra i lavori più rilevanti di quest’ultimo troviamo il Ritratto maschile realizzato nel 1945 anno in cui l’artista appena diciottenne, è all’inizio del suo percorso formativo (prima del suo trasferimento a Venezia e del successivo incontro con lo Spazialismo e la mecenate Peggy Guggenheim).

L’opera è una preziosa testimonianza della sua fase figurativa iniziale; Venezia canale (fine anni ’40) che testimonia il passaggio dell’artista dalla figurazione espressionista all’astrazione geometrico-spaziale. In questo periodo giovanile l’acqua e la fisicità di Venezia non sono rappresentate fisicamente ma frammentate e riformulate mediante linee e riflessi. Sono momenti creativi che annunciano il Tancredi artista inquieto e visionario.

Con la sua pittura dettata da un’ansia interiore, da una discontinua pulsione esistenziale che si esprime mediante un linguaggio segnico febbrile filamentoso fitto minuzioso intricato che mantiene tuttavia un misurato equilibrio formale. Mediante un costante ronzio cromatico, in mostra ci sono nove Composizioni astratte, che aggrega e disaggrega le particelle di colore rispettando una scansione originale che nasce da profonde introspezioni.

Grisha Bruskin, veduta dell’installazione In bilico (2001-2003), sullo sfondo gli affreschi di Giovanni Cavazza, foto Andrea Avezzù
Grisha Bruskin, veduta dell’installazione In bilico (2001-2003), sullo sfondo gli affreschi di Giovanni Cavazza, foto Andrea Avezzù
Il concetto di tempo

Il carboncino su carta del 1949 (catalogato storicamente come Senza titolo) di Emilio Vedova, è un altro lavoro significativo per entrare nella sua poiesis. Non riduce il carboncino ad un semplice studio preparatorio. Lo considera un lavoro autonomo. Nella cui immediatezza guidata da una fitta trama di linee nere, graffianti e vigorose trova quello spazio per registrare le proprie reazioni emotive e morali di fronte alle tensioni del suo tempo.

In una sala a parte ci sono le sculture dell’artista russo Grisha Bruskin, assemblate sotto il titolo Sull’orlo del tempo, voluto dallo stesso autore, per analizzare temi diversi ma in relazione fra loro: la memoria, l’infanzia, l’amore, la vita nell’arte, la morte e la fama postuma, la configurazione ironica e disincantata della società sovietica. Il concetto di tempo che si materializza nell’attesa, nel declino, nella memoria.

La collezione principale inoltre, è affiancata dalla sala che comprende Il volto femminile raccontato secondo declinazioni diverse: dai visi stralunati di Virgilio Guidi, al puntinismo di Mario Tozzi, ai colori marcati di Carlo Levi, Saverio Barbaro, Salvatore Fiume, Bruno Cassinari; da quella dedicata a Dante e il suo visibile parlare; a chiudere i significati simbolici e religiosi de Lo zodiaco di Corrado Cagli.