
Fino al 7 marzo 2027 cinque sezioni con oltre 150 opere ripercorrono le principali fasi della vita e della carriera di Edward Hopper
La quotidianità figurativa di Edward Hopper, fatta di spazi privati, strade, vetrine, uffici, stazioni di servizio, donne in stanze d’albergo, diner con silenziosi avventori, donne che indugiano a letto, sembra appartenere ad una scontata umanità. Ma la sua è una rappresentazione simbolica. La vita comune è traslata. Diventa un’esperienza sospesa. Con le sue inquadrature dal taglio cinematografico che mediante l’uso tagliente e geometrico della luce, catturano l’attesa il silenzio la solitudine.
I due elementi dell’arte
L’idea di Nietzsche era che l’arte ha bisogno di due elementi: il realismo e l’irrealtà. Elementi che troviamo a pieno titolo nella pittura di Hopper. Da un lato l’America reale, anche se priva di grattacieli e delle pluricorsie autostradali, con le stazioni prive di treni, le case isolate vicine alle ferrovie, caffè illuminati da una luce artificiale. Meste camere d’albergo, donne nude smarrite in stanze d’appartamento. Dall’altro il distacco dalla realtà con la messa in scena di luoghi disabitati immersi in un’atmosfera metafisica. Strade che non portano da nessuna parte. Negozi chiusi la domenica mattina.

Il realismo-irreale
Ci si è chiesti da dove derivi questo realismo-irreale. Il non farsi compromettere dalla realtà pur essendo un pittore realista. Quest’aria sospesa dove tutto è immobile, inquieto, alienato; dove sembra che la vicenda umana sia giunta al capolinea. Dove domina la solitudine. Per rispondere agli interrogativi bisogna considerare Hopper l’artista che sa vedere: in una pompa di benzina che delimita una strada periferica, come in Gas (1940); nella spazialità rigorosa orizzontale sospesa di Early Sunday Morning (1930) utilizzando schemi lineari che rimandano a Mondrian; nell’atmosfera triste di un albergo periferico come in Hotel Room (1931), “un canto tutto americano alla vita dei singoli esseri, alle loro malinconiche storie, all’universale fragilità degli individui”.
Si può così spiegare l’ambientazione metafisica, prima citata, delle sue rappresentazioni liberate da ogni interferenza temporale. Allora Hopper ci fa sperimentare quel momento particolare dove la quotidianità, un uomo che richiama il suo cane o un tramonto sulla ferrovia, si trasforma in un segno che rimanda ad “una condizione di straniamento”, avvolto in una luce destinata a non mutare.

Il de Chirico americano
Il de Chirico americano, com’è stato definito, nel cercare di rendere la spiritualità del visibile non ha fatto ricorso ai grandi fatti o alle figure consacrate dalla storia. Ha chiamato in causa un faro, una donna che legge, un passaggio a livello, una casa. Realtà in sé umili ma grazie ad uno stile semplificato, essenziale, lontano dallo sfaldamento formale degli impressionisti, acquistano una connotazione che va oltre il percepito. Interrogato sul significato da attribuire ad uno dei suoi oli più conosciuti, Nighthawks (Nottambuli 1942), Hopper risponde: “ho semplificato molto la scena e ho ingrandito il ristorante. Probabilmente inconsciamente ho dipinto la solitudine di una grande città”.
I quattro personaggi chiamati alla ribalta sono il barman che serve i due ultimi avventori, una coppia chiusa che non comunica, e un uomo solitario inquadrato di spalle. Si respira un’atmosfera di estraneità resa dalla gelida luce artificiale che invade il locale. In Morning Sun (Sole di mattina 1952), c’è una donna, come sempre la moglie Jo, che seduta sul letto con le mani incrociate sulle ginocchia piegate, si offre al sole. Sembra non si voglia difendere dalla grande finestra aperta proiettata sullo scorcio azzurro del cielo che fa da cornice al tetto di una costruzione dai mattoni rossi, costellato di finestre e comignoli. Una vera e propria dichiarazione di poetica.

La mostra
La mostra è curata da Kim Conaty, Nancy e da Steve Crown Family Chief Curator del Whitney Museum of American Art, e da Barbara Haskell, curatrice presso lo stesso museo. Il progetto riunisce oltre 150 opere provenienti dalle collezioni del Whitney Museum of American Art, tra dipinti a olio, disegni, acqueforti, acquerelli e altri lavori che documentano le diverse fasi della ricerca dell’artista.
Il progetto espositivo costruisce la narrazione della carriera di Hopper attraverso il rapporto con i luoghi che hanno segnato la sua formazione e il suo immaginario: New York, Parigi e il New England. New York è il centro dell’attività artistica dell’autore, nella quale vive per quasi sessant’anni. Parigi ha un ruolo fondamentale nella fase iniziale della sua formazione. Hopper si fa coinvolgere dalla capitale francese in tre diverse occasioni, confrontandosi con la modernità europea.
Il New England diventa poi un luogo di osservazione e sperimentazione, soprattutto attraverso i paesaggi di Gloucester, del Maine e di Cape Cod. Territori nei quali l’artista concretizza una parte importante della propria ricerca sulla luce, sullo spazio e sulla composizione. E sono proprio i luoghi della sua formazione, fra l’altro, a scandire le cinque sezioni del percorso. Compreso il ruolo della relazione tra Edward e la moglie Jo Hopper.




