
Palazzo Attems Petzenstein mette in relazione arte, moda e design degli anni Settanta. In un decennio di tensioni e di riforme, la creatività diventa un modo per reagire
Nel 1973 la crisi petrolifera mette l’Italia di fronte all’austerity. Gli anni Settanta sono anche questo: un decennio che porta insieme violenze e riforme e in cui il lavoro creativo non si ferma. A Palazzo Attems Petzenstein, a Gorizia, Italia Settanta mette insieme arte, moda e design di quegli anni in un unico percorso, che si apre con una timeline di fatti storici e politici. Tra gli artisti e opere esposte ci sono Michelangelo Pistoletto con l’installazione Le stanze – Padre, figlio, creatività, l’abito da sera di Valentino e il completo di Giorgio Armani, la Poltrona di Proust di Alessandro Mendini e le poltroncine di Gae Aulenti per Kartell.
Le opere sono accostate senza separare i linguaggi, e il confronto mostra quanto si influenzassero. La mostra, promossa dall’ERPAC FVG, è il terzo capitolo di una serie avviata nel 2023 con Italia Cinquanta e proseguita con Italia Sessanta. La curano in quattro: Raffaella Sgubin, Carla Cerutti, Lorenzo Michelli ed Enrico Minio Capucci. Cerutti ha partecipato a tutti e tre i capitoli curando il design. Proprio di design e di arti decorative del Novecento scrive anche per Il Giornale dell’Arte, dove segue le aste e il mercato, dai risultati internazionali alle ceramiche e ai vetri d’autore.
Nel 2005 ha collaborato alla mostra Thayaht, futurista irregolare al Mart di Rovereto, nel 2009 ha co-curato con Sgubin Futurismo. Moda. Design e nel 2015 Giacomo Balla – Moda Futurista al Filatoio di Caraglio insieme ad Andreina d’Agliano, con la quale aveva anche curato In nome della rosa. La rosa tra Liberty e Déco a Roma nel 2010. Alle domande che le sono state rivolte ha risposto partendo dalla mostra e arrivando al design fuori dalle sale: la storia, il mercato, le riscoperte.

Il percorso si apre con una timeline che ripercorre gli avvenimenti storici e politici degli anni Settanta, un decennio segnato da tensioni e trasformazioni profonde. Alla luce di quel contesto, il sottotitolo La creatività come antidoto richiama una forma di evasione da una realtà difficile oppure uno strumento per reagire alle tensioni del periodo e immaginare nuove possibilità?
Il sottotitolo La creatività come antidoto, suggerito con efficace intuito da Enrico Minio Capucci, richiama senza dubbio uno strumento per reagire alle tensioni del periodo e immaginare nuove possibilità. Gli anni Settanta sono stati in Italia un decennio percorso da traumi, violenze, contraddizioni ma anche ricco di riforme importanti, che hanno cambiato il volto del nostro paese, e di una pluralità creativa straordinaria in molti settori, compresi, ovviamente, quelli dell’arte, della moda e del design.
Lei ha partecipato alla curatela di tutti e tre i capitoli del progetto, dedicati agli anni Cinquanta, Sessanta e Settanta. Come è cambiato, da una mostra all’altra, il modo di raccontare il rapporto tra arte, moda e design? Questo percorso ha modificato anche il suo sguardo su queste discipline?
La mostra sugli anni Cinquanta considerava solo moda e design, mentre nelle successive è subentrata l’arte per dare un quadro più completo dei decenni. La prima mostra puntava a rilevare il ruolo importante svolto dal design e dalla moda nella rinascita dell’Italia dopo la guerra e i due settori erano presentati separatamente, mentre nella mostra successiva, grazie anche all’ingresso del settore Arte, abbiamo cambiato approccio cercando di illustrare al meglio le relazioni possibili tra i tre settori, relazioni spesso molto evidenti, come quella tra la Pop Art e il Pop Design negli anni Sessanta e ancora all’inizio dei Settanta. Questa ricerca è stata più impegnativa negli anni Settanta, vista la complessità stessa del periodo, ma credo che lo scopo sia stato in gran parte raggiunto.

La mostra riunisce quattro studiosi con competenze diverse. Quale metodo di lavoro ha permesso di ricondurre linguaggi così eterogenei a un unico racconto?
Il confronto continuo è stato fondamentale. La sinergia tra Enrico, Raffaella, Lorenzo e me è sempre stata alla base del nostro lavoro.
In mostra la ricerca pittorica e concettuale, da Burri a Griffa e Pistoletto, entra in relazione con la moda e il design del decennio. Quale accostamento espositivo restituisce con maggiore efficacia lo spirito degli anni Settanta o rivela un legame che potrebbe sfuggire a una prima lettura?
All’interno del percorso espositivo ci sono più accostamenti che rendono lo spirito del decennio: i Tappeti Natura di Gilardi con gli arredi in poliuretano di Gufram, come il celeberrimo Cactus, e gli abiti di Ken Scott stampati con grandi rigatoni, piuttosto che il ritorno all’uso del legno con i mobili-scultura di Ceroli e l’influenza dell’Arte Povera accostati alle creazioni innovative di Roberto Capucci, il cui cappotto a motivo di “cretto” del 1969 anticipa sorprendentemente il “Cretto bianco” di Burri del 1971 esposto accanto.
A Bassano del Grappa si è tenuta la mostra Olivetti. L’arte di comunicare, dedicata al rapporto tra design, identità aziendale e linguaggi visivi. A Gorizia, la presenza della calcolatrice Divisumma 18 richiama questo legame. Quale ruolo ha avuto il design della comunicazione negli anni Settanta e quanto sono state importanti le collaborazioni tra arte, moda e design nella sperimentazione di nuovi linguaggi?
Il rapporto del Design, dell’Arte e della Moda con la comunicazione meriterebbe una trattazione a parte e, infatti, data la sua estensione (che coinvolge anche il settore della pubblicità e dell’editoria) e particolarità, noi abbiamo preferito non includerlo nel percorso espositivo. La calcolatrice Divisumma è infatti presente nella sala dedicata a Spazio 1999, serie televisiva cult inglese andata in onda sulla Rai dal 1975 al 1977, dove compariva, insieme a molti altri arredi di design italiano, nella veste non di calcolatrice ma di “traduttore universale”, per esigenze sceniche.

Tra i nomi del design in mostra compaiono Gae Aulenti, con la poltroncina 4794 disegnata nel 1970 per Kartell, e Gabriella Crespi, autrice di arredi d’alto artigianato. Che cosa raccontano questi due percorsi, così diversi, della presenza femminile nel design degli anni Settanta?
Per quanto ridotta rispetto alla presenza maschile, negli anni Settanta aumentano le presenze femminili nel campo del design: da Gae Aulenti, Cini Boeri e Nanda Vigo, apprezzati architetti che hanno contribuito notevolmente al successo e all’innovazione del design industriale, a designer e artiste come Elsa Peretti, autrice di gioielli rivoluzionari in argento, o Gabriella Crespi, che s’impone rapidamente con le sue raffinate creazioni, di produzione limitata, sul mercato internazionale con un successo che continua ancora oggi. Questi percorsi diversi, ma altrettanto validi, sono anch’essi specchio del cambiamento che ha caratterizzato il decennio.
Su Il Giornale dell’Arte ha raccontato Eileen Gray e Gianfranco Frattini, figure che hanno conosciuto percorsi diversi di riconoscimento e riscoperta. Che cosa determina l’ingresso di un progettista nella storia del design e quanto incidono le scelte della critica, dei musei e dei curatori?
Credo che l’ingresso di un progettista nella storia del design dipenda da vari fattori: certamente la critica, i musei e le mostre hanno importanza ma possono essere determinanti anche il successo di mercato e i committenti, sia pubblici che privati. Non a caso i nomi di valenti architetti e designer sono spesso strettamente legati a quelli di importanti aziende del settore che hanno investito sulla loro creatività e professionalità.
Nel maggio 2026 ha scritto che Parigi guida il mercato del design, mentre le aste italiane risultano meno eclatanti. A che cosa attribuisce questa differenza? E quanto le dinamiche del mercato contribuiscono a determinare la riscoperta di autori e opere?
La differenza tra il mercato internazionale e quello italiano è legata a fattori sia culturali che economici. La maggior parte dei collezionisti facoltosi di Design risiedono all’estero e, infatti, quando un pezzo raggiunge in un’asta italiana quotazioni rilevanti di solito il compratore è straniero. Inoltre sul mercato internazionale girano opere, come quelle attualmente molto ambite dei coniugi Lalanne o dei fratelli Giacometti, che raramente compaiono sul mercato italiano. Le dinamiche di mercato, come ho già avuto modo di rilevare, possono indubbiamente contribuire alla riscoperta di autori e opere. E’ il caso, ad esempio, di Eileen Gray, riscoperta grazie al successo riscosso nelle aste internazionali dai suoi arredi all’avanguardia che all’epoca della loro creazione erano apprezzati da un ristretto nucleo di persone per poi finire nell’oblio.

Tra gli oggetti esposti, ce n’è uno a cui si sente particolarmente legata, oppure che considera emblematico del decennio?
Amo in modo particolare il tavolo Kyoto di Gianfranco Frattini, architetto di rara qualità per l’attenzione al dettaglio oltre che profondo estimatore del legno artigianale, che per la maglia strutturale del suo piano si è ispirato alle tecniche di lavorazione e all’estetica dell’alto artigianato giapponese.
La parete finale della mostra sembra già guardare agli anni Ottanta. Dopo Italia Cinquanta, Italia Sessanta e Italia Settanta, il progetto ha raccontato tre decenni di arte, moda e design a Palazzo Attems. I visitatori possono aspettarsi un nuovo capitolo dedicato al decennio successivo?
Speriamo ardentemente di sì! Ne saremmo molto felici. Questa formula, da noi inaugurata nel 2023 con gli anni Cinquanta, ha riscosso e continua a riscuotere l’apprezzamento del pubblico, sia giovane che meno giovane, e, debbo dire, anche della critica, quindi ci piacerebbe continuare a raccontare la storia del nostro paese attraverso quest’ottica.
Per Cerutti gli anni Settanta hanno risposto alle tensioni con nuove idee, non con la fuga. Lo si vede nei confronti proposti in mostra, dalla Pop Art al design in poliuretano, dai mobili-scultura di Ceroli alle creazioni di Capucci. Poi lo sguardo va avanti. I curatori sperano di raccontare anche gli anni Ottanta, con una formula che a loro dire ha convinto pubblico e critica. Il prossimo capitolo, per ora, è una speranza.
Italia Settanta. La creatività come antidoto
Fino al 29 novembre 2026
Palazzo Attems Petzenstein, Piazza Edmondo De Amicis 2, Gorizia
FVG Settanta. Arti visive in Friuli Venezia Giulia negli anni ‘70
Galleria Regionale d’Arte Contemporanea «Luigi Spazzapan»
Via Marziano Ciotti 51, Gradisca d’Isonzo (GO)







