01 Ottobre 2026 23:38

Pierangelo Sapegno

Ho cominciato facendo qualche sceneggiatura di modesto successo, prima di essere assunto da una televisione privata, Rta, come cronista. Da lì sono passato a La Stampa. In pratica ci ho fatto una vita in questo giornale, ma se dovessi scegliere gli anni più belli da ricordare non avrei dubbi: quelli di Bologna quando ero solo un pischello che cercava il suo spazio. È che amo Bologna come si ama una mamma (lo cantava Guccini che Bologna è come una madre) e la sua gente come se fossero tutti miei fratelli. Ho succhiato il lavoro da Bologna, ho imparato ad aprirmi alla gente e ho appreso l’arte dell’ironia, sempre da Bologna. Poi il mio mestiere mi ha portato dappertutto, a Torino a Milano e anche in giro per il mondo. Ho visto qualche guerra, ho scritto qualche libro, ma la cronaca è la cosa che mi è rimasta più dentro. Racconta la vita che non è né bella nè brutta. Può essere terribile lo so. Ma è la nostra storia, quella di tutti i giorni, quella che guardi con i tuoi occhi. E che paghi con il tuo sangue. Bisogna conoscerla. Anche per andare da un’altra parte.
David Seymour, Bernard Berenson osserva la statua di Paolina Borghese di Antonio Canova alla Galleria Borghese di Roma. Roma, 1955 – © David Seymour

Due libri col senso del viaggio dentro alla vita. Uno di Sottsass, l’altro su Berenson

«Ho passato tutta la vita a correre, a correre, a correre dietro a qualcosa che non ho mai saputo che cosa fosse, come fosse, dove fosse. Potevo correre, potevo stare fermo tanto sarebbe stato lo stesso, come diceva il pestapietre viennese Thomas Bernhard, “tutto sarebbe stato lo stesso”. E non ho neanche mai capito perché ho scelto di correre. Anche quando ero piccolo continuavo a correre

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