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ARTE SENZA DUBBI, ARTE SENZA AVANGUARDIA. Note sull’antimodernismo

Davide Walter Pairone Nato a Torino nel 1980, è laureato in Filosofia e si occupa di estetica, sociologia e didattica dell’arte privilegiando letteratura, musica e arti visive del XX secolo. Collabora da anni con varie riviste e webzine del settore in qualità di editor e saggista. E’ curatore indipendente di progetti espositivi nel centro Italia ed in particolare a Perugia dove vive e lavora.

Apocalittici o integrati, si diceva un tempo. Ora il dubbio nemmeno ci sfiora. Alle soglie della post-modernità la critica rifletteva sulle strategie culturali del tardo capitalismo, studiava le pagine di Benjamin e Derrida, si interrogava sui limiti imposti all’arte dalla civiltà del consumo. Oggi cose del genere non interessano più   nessuno, l’attuale riflessione sull’arte tende a semplificarsi, forse banalizzarsi. Lo scopo ultimo è la restaurazione di un senso estetico apparentemente puro, digeribile dal pubblico perché svincolato dalla filosofia, dalla politica, più in generale dalla vita e dall’etica. Di riflesso, dall’agenda dei nuovi gatekeepers sono scomparse molte tematiche irrisolte, soppiantate con leggerezza da una cronaca frivola e inessenziale. La nuova critica gaudente opera in questo modo: identifica il perturbante con lo shock gratuito, il demenziale con il kitsch, il virale con il commerciale. Memorie, sensibilità e processi del contemporaneo vengono manipolati a piacimento e all’occorrenza. De Dominicis, Beuys, Abramovic, Barney, Hirst, Cattelan. Tutti già dimenticati, tutti fuori moda, perché narcisisti, pretenziosi, complicati e scomodi. Alla nuova critica deve corrispondere una nuova arte, senza spigoli e difficoltà, che sia user friendly, easy listening, customer care. Un’arte senza storia e memoria, nemmeno quella recente.

Tuffiamoci allora in pieno 2009, in un panorama dominato dalle celebrazioni per il centenario del Futurismo, che, com’è noto, nacque proprio con l’intenzione di unire etica ed estetica secondo un percorso tipico del modernismo. Non c’è angolo d’ Italia che non si riempia la bocca (e la pancia, ça va sans dire) di proclami, manifestazioni, tagli di nastro, spesso raschiando il fondo del barile. Intanto il prossimo Padiglione Italia della Biennale di Venezia si preannuncia, in tutta la sua fatale prevedibilità, come un paradosso. Omaggio a Effetì Marinetti, ci fanno sapere i curatori designati, proponendo una selezione di “tecnici dell’arte” che, tranne qualche sbiadita eccezione, sta alle avanguardie come il mare sta a Torino.

Ma il prossimo Padiglione Italia è solo un sintomo che ci spinge a rilevare un pregiudizio comune e diffuso che tende a liquidare l’eredità dei movimenti novecenteschi. Che si tratti di indicare un vicolo cieco del contemporaneo, o di sentenziare che i modernisti furono “vecchi cornuti” intenti a mordersi la coda, l’importante è svalutare i contenuti. Quindi privilegiare la forma e ancor più le tecniche e i materiali degradando il concetto stesso di poesia. Il vero vicolo cieco non potrebbe essere invece il dibattito su media e contaminazione? Paul Valery suggeriva che le muse non parlano tra loro, ma danzano insieme. E’ troppo semplice dire che la pittura degli anni ’90, ad esempio, è significativa in quanto filtrata attraverso fumetto, cronaca e video. Questo è sotto gli occhi di tutti, semmai è fondamentale elaborare bozze di una nuova estetica della percezione, accompagnata da una critica tematica e non solo ludica. Magari per scoprire che la creatività come indagine del mondo dialoga volentieri con le scienze, sia umane che fisico-naturali. Che la stessa creatività a volte rallenta, scarta, differisce per non lasciare il sopravvento a vuoti procedimenti formali. Che l’intersoggettività e l’apertura dell’opera sono strade ancora tutte da percorrere. Che l’estetica relazionale ha poco a che fare con la rubrica dei contatti vip. Ce ne occuperemo, ma ora torniamo a smontare le frettolose condanne antimoderniste che infestano il panorama attuale.

Citando il pretenzioso, “cornuto” e soporifero-assai-più-che-onirico Salvador Dalì, si da per buona una certa vulgata: le avanguardie sarebbero morte nella culla a causa degli stessi presupposti di partenza. “Mondrian non vale un peto”, e la discussione è chiusa definitivamente perché si sa, “Duchamp è un punto d’arrivo e non di partenza”, “l’arte deve essere piacevole, non può affaticare i pensieri del visitatore” e infine l’equazione abominevole implicita in tutto ciò: “sperimentale=arrogante”. Chi la pensa così probabilmente non dubita che il motore dell’arte, la genesi di un’opera degna di ammirazione sia nei processi materiali invece che nella complessità poetica, nell’elaborazione mentale. Lo zelo livoroso e improvvisato di chi stronca l’esperienza modernista può essere riassunto nella posizione di Zygmunt Bauman, che sommariamente riepiloga:

Prima o poi ci si è ritrovati a sbattere la testa contro il muro, la quantità delle frontiere da oltrepassare e delle barriere da infrangere non era infinita. Il limite dell’epopea avanguardista è stato la tela vuota o carbonizzata, il disegno di De Kooning cancellato con la gomma da Rauschenberg, la galleria deserta al vernissage di Yves Klein, il buco scavato sotto Kassel da Walter De Maria, il silenzio sul nastro di Cage, il foglio di carta senza niente sopra. Il limite dell’arte come rivoluzione è stato l’autodistruzione.

Sentenze di questo tipo sono all’ordine del giorno, sterili voci che si rincorrono e si convalidano a vicenda. Al bando, proclamano, i concettualismi dei cacasenno, viva il ritorno alla figurazione, la bella pagina, il virtuosismo. Bisogna però verificare se davvero il modernismo sia stato fallimento e impostura o se i suoi protagonisti non avessero già ben presenti certe problematiche. Fior di intellettuali, come Bauman, rilevano le aporie moderniste e gli zeloti seguono a ruota perché ignorano, ad esempio, che già nel 1914 Giovanni Papini gridava allarmi contro tali presunte degenerazioni. Schiamazzi che ci sono sinistramente familiari:

Per ora siamo al principio, ma se il metodo prendesse piede ne verrebbe che il miglior quadro di natura morta è una camera mobiliata; il miglior concerto l’insieme dei rumori di una città popolosa; la miglior poesia lo spettacolo d’una battaglia con la sua cinematografia sonora; la più profonda filosofia quella del contadino che vanga o del fabbro che martella senza pensare a nulla. A forza di allontanarci in cerca di sempre maggior novità le sue possibili novità autonome sembrano esaurite. Il mare dell’invenzione sembra tutto esplorato e si sta per sbarcare da un’altra costa sulla terraferma da cui si era partiti. Ci ritroviamo di fronte alla prima materia. Il cerchio si chiude.

E se queste sono anche le considerazioni degli antimodernisti contemporanei, davvero il cerchio si chiude. Ma proprio Umberto Boccioni, nel quale si rispecchiano le anime belle della restaurazione pittorica (perché vi intravedono a torto un’avanguardia meno furente e autodistruttiva, conciliante e conciliabile) ha lasciato un documento – ovviamente ignorato – che traccia chiaramente la strada:

Caro Papini, quando nella pittura, nella scultura, nelle parole in libertà, nell’arte dei rumori, trovi sostituite alla trasformazione lirica o razionale delle cose le cose medesime, non vuol dire che il cerchio si chiude. E’ proprio in quel momento che il cerchio delle possibilità creative si apre maggiormente. E’ il momento in cui l’artista, pur di sfuggire al procedimento imitativo che lo fa cadere inevitabilmente nelle più logore apparenze, vi sostituisce la realtà stessa. Ma appena questa realtà entra a far parte della materia elaborata dell’opera d’arte, l’ufficio lirico a cui essa viene chiamata, la sua posizione, le sue dimensioni e il contrasto che suscita, ne trasformano l’anonimo oggettivo e l’incamminano a divenire elemento elaborato.

Che dolceamara ironia, dunque, nel ritrovare presso Boccioni una tale presa di posizione, che ci invita a distanza di quasi un secolo a diffidare delle “logore apparenze” di certa arte asservita all’esigenza della retina, o peggio, alle esigenze di una pigrizia intellettuale che ha già dimenticato Beuys. Che, secondo una distorsione tipica, ricorda Warhol per i bei colori luccicanti e ne disprezza la filmografia. Il limite come sempre sta nello sguardo e nella prospettiva miope di chi vuole assegnare preventivamente un ruolo – innocuo e ancillare – all’arte. L’avanguardia è fallita solo nelle teste di chi fa confusione e non ci ha capito granché. Papini diceva che si torna sempre alla terraferma. In effetti alcuni non si sono mai mossi, altri sono in piena navigazione. Oggi è necessario rimpiangere chi aspirava prometeicamente all’opera d’arte totale, magari fallendo. Chi vagheggiava utopie e rivoluzioni, magari sbagliando. Chi ha tentato di inserire all’interno della logica del sistema il tarlo détournant del dubbio, magari venendo tradito. Mille di questi fallimenti, Effetì.

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