
Venezia, si sa, è città di labirinti non soltanto di pietra e acqua, ma anche di riflessi e di silenzi che custodiscono l’eco di storie innumerevoli. Al civico 1830 di via Garibaldi, quasi un numero che già di per sé suggerisce una progressione inattesa, la galleria 10 & zero uno aveva dischiuso una soglia verso quelle che venivano designate come “Unexplored Realms”.
Non si trattava, beninteso, di nuove terre emerse dalle lagune, né di arcipelaghi celati da nebbie perenni. Piuttosto, Anna Bochkova e Andrea Luzi, attraverso la congiunzione delle loro opere, avevano tracciato una cartografia interiore, un atlante di possibilità latenti che attendevano lo sguardo del visitatore per manifestarsi.
Ogni tela, ogni scultura, era come una pagina strappata da un libro mai scritto, o forse da un libro che si scriveva nel momento stesso in cui veniva letto. I segni tracciati, le cromie giustapposte, non ambivano a una rappresentazione univoca, bensì a suggerire costellazioni di senso, frammenti di un linguaggio primigenio che precedeva la definizione.
Si percepiva, in quell’allestimento, una tensione dialettica tra l’ordine e il caos, tra la linea definita e la vibrazione incerta del colore. Come se gli artisti avessero voluto catturare quel preciso istante in cui la forma sta per emergere dal fondo indistinto, o in cui, al contrario, sta per dissolversi nuovamente nell’informe.
Domenico de Chirico, nel suo testo critico, aveva evocato uno “stato liminale”, una zona di confine dove la realtà e l’immaginazione danzano una “sinfonia euritmica”. Era come se la mostra stessa si proponesse come un esperimento di fisica metafisica, dove le leggi consuete della percezione venivano temporaneamente sospese, lasciando spazio all’affiorare di connessioni inattese.

Si potevano cogliere echi di un sapere ancestrale, frammenti di mitologie sommerse che riemergevano attraverso un gesto pittorico ora delicato, quasi esitante, ora impetuoso, come un’improvvisa folgorazione. La giustapposizione di elementi riconducibili a una “cultura alta” e a una “cultura bassa”, come notava Andrea Luzi stesso, non era un tentativo di sincretismo forzato, ma piuttosto la constatazione di un continuum sotterraneo che lega le espressioni più elaborate dello spirito umano alle sue radici più oscure e viscerali. E Venezia, con la sua stratificazione di epoche e di storie, con la sua capacità di riflettere tanto la gloria quanto la decadenza, si offriva come scenario ideale per questa esplorazione dell’ignoto. Camminando tra le opere, il visitatore poteva avvertire un senso di straniamento familiare, come se i “realms” inesplorati non fossero poi così distanti dalla trama stessa della realtà quotidiana, ma semplicemente celati da una diversa angolazione dello sguardo. “Unexplored Realms” non si configurava come un’esposizione di oggetti conclusi, ma come un invito a proseguire un viaggio, un’esortazione a varcare quelle soglie invisibili che separano ciò che conosciamo da ciò che ancora ci attende, in un perpetuo gioco di rimandi tra il visibile e l’invisibile, tra la parola data e il silenzio eloquente delle forme.




