
Questa è una storia che potrebbe sembrare uscita da un episodio dei primi Duemila, quando le serie adolescenziali credevano ancora nella formazione e nei gruppi, e gli sceneggiatori erano convinti che crescere insieme fosse una faccenda seria. Invece è tutto vero e l’anno di nascita, più o meno, è il 2008. A raccontarla mentre siamo per le strade di Bologna è Daniele Capra, che quella scena l’ha vissuta da dentro: testimone neutrale, ma soprattutto come chi sa che certe promesse bisbigliate in un atelier, prima o poi, possono davvero prendere forma. Pare che a un certo punto Nebojša Despotović abbia detto a Capra, a Thomas Braida e ad altri: «Quando saremo diventati importanti, faremo una mostra insieme». Il titolo era già lì, pronto: “More Than This”, come una nota canzone di quegli anni.
Conosco abbastanza bene gli attori di questo racconto da non dubitare nemmeno un secondo che sia successo davvero. Il resto è cronaca, ma cronaca dal passo lungo: dal 31 gennaio al 6 aprile 2026, nel Salone degli Incamminati della Pinacoteca Nazionale di Bologna, va in scena una super-collettiva che riunisce oltre cinquanta opere di dodici artisti formatisi all’Accademia di Belle Arti di Venezia, dentro e attorno a quello che negli anni è diventato il mitologico Atelier F. Una scuola senza manifesto, una palestra senza slogan, una faccenda di lavoro quotidiano. Per alcuni, una setta votata al potere straordinario della pittura: disciplina, attriti, immagini che resistono. A Bologna, durante Arte Fiera, di progetti espositivi ce n’è fin troppi, e non sempre di qualità memorabile. Qui, invece, la questione è un’altra: “More Than This” si visita per un motivo semplice e non negoziabile: è pittura fatta sul serio, spesso migliore di quanto se ne dica in giro.

Ci sono Thomas Braida, Chiara Calore, Francesco Cima, Nebojša Despotović, Jingge Dong, Beatrice Gelmetti, Chiara Peručh, Paolo Pretolani, Adelisa Selimbašić, Danilo Stojanović, Aleksander Velišček e Maria Giovanna Zanella. Dodici storie diverse, un metodo condiviso. La mostra – voluta e prodotta da Fondazione Coppola in collaborazione con i Musei Nazionali di Bologna e l’Accademia di Venezia – non prova a uniformare nulla, semmai mette in tensione le differenze: pitture surreali che sfiorano il metafisico, figurazioni emotive, derive astratte, immagini che sembrano nate da una lotta diretta con la tela. Qui l’opera non è l’esecuzione di un’idea già decisa, ma il risultato di una negoziazione continua, a volte feroce, con il fare pittorico. Il cuore dell’Atelier F sta proprio lì: nel rapporto paritetico tra artista e lavoro, e in un metodo collaborativo che rifiuta la competizione come valore fondante. In questo paesaggio, le opere restano visibili, si discutono, si mettono in crisi. Il risultato individuale diventa patrimonio comune, una sorta di intelligenza collettiva costruita a colpi di immagini.

Non è un caso che l’allestimento funzioni come un organismo vivo, più che come una sequenza ordinata di pezzi. Le opere si guardano, si disturbano, si rafforzano a vicenda. Ne esce un tessuto fitto, stratificato, dove la pluralità non esplode ma tiene. Come succede nei gruppi veri, quelli che resistono al tempo.

“More Than This” allude a qualcosa che va oltre la somma dei singoli. È una mostra che parla di lavoro, nel senso più concreto e meno retorico possibile, ma anche di formazione, di tempo speso insieme, di una scuola che non si fonda su uno stile ma su un metodo. Ed è anche, senza nostalgia, una storia che arriva dal passato per ricordarci che certe promesse fatte in atelier, prima o poi, trovano una sala museale dove essere mantenute.
Attenti a ciò che dite o volete: potrebbe succedervi per davvero.




