30 Ottobre 2026 11:55

La fiera 1:54, e molto altro. Reportage da Marrakech


M'barek Bouhchichi, Ce que je suis, ce que nous sommes, 2025, Mixed media on rubber, 160 x 270 cm. Courtesy of L’Atelier 21.
M’barek Bouhchichi, Ce que je suis, ce que nous sommes, 2025, Mixed media on rubber, 160 x 270 cm. Courtesy of L’Atelier 21.
L’arte contemporanea africana invade Marrakech con la settima edizione della fiera 1.54 fondata da Touria El Glaoui

“Wild horses couldn’t drag me away”. I cavalli selvaggi non si lasciano trattenere. Non dalle frontiere, non dai mercati, non dalle narrazioni già scritte. L’arte contemporanea africana è oggi una forza in avanzamento. Si muove attraverso continenti, circuiti e istituzioni. È un movimento fatto di velocità diverse, di pratiche autonome, di relazioni transnazionali: in questo scenario, Marrakech diventa uno dei luoghi in cui questa corsa si rende più visibile. Ed è con questa energia che ha inaugurato ieri nella Citta Rossa la settima edizione di 1:54, la fiera di arte contemporanea africana fondata e diretta da Touria El Glaoui.

Ospitata negli spazi dell’hotel La Mamounia, la fiera riunisce oltre venti espositori provenienti da dodici Paesi, con una particolare attenzione alla scena marocchina. La presenza di otto gallerie basate in Marocco – tra cui Loft Art Gallery, MCC Gallery e La Galerie 38 – restituisce l’immagine di un ecosistema locale sempre più strutturato, consapevole del proprio ruolo all’interno delle dinamiche globali del contemporaneo. Accanto a queste realtà, l’arrivo di quattro nuove gallerie internazionali – ELLEPHANT (Montréal), Imvelo Art Studios (Lusaka), The Art Affair (Luanda) e The Lobster Edition (Londra/Tunisi) – rafforza l’idea di una scena che si costruisce attraverso reti mobili, non gerarchiche, capaci di collegare Africa, Europa e Nord America in modo fluido e continuo.

 

Touria El Glaoui, La Mamounia ©Emmanuel Andre
Touria El Glaoui, La Mamounia ©Emmanuel Andre

Gli artisti presentati tracciano una mappa in costante trasformazione. Le sperimentazioni tessili e scultoree di Samuel Nnorom (Nigeria) dialogano con le ricerche fotografiche di Girma Berta (Etiopia); le indagini simboliche e identitarie di Aïcha Snoussi (Tunisia) si affiancano ai lavori di Khanyi Mawhayi (Sudafrica), mentre figure storiche come Roland Dorcély (Haiti) introducono una prospettiva diasporica che amplia ulteriormente l’orizzonte. Ne emerge un panorama plurale, che rifiuta ogni lettura monolitica dell’arte africana per restituirne la complessità contemporanea.

La prima impressione, entrando in 1:54, è la complessità. Dimenticare l’idea di un’Africa artistica, compatta, leggibile, riconducibile a una sola estetica. Qui convivono astrazioni urbane e tradizioni legate al patrimonio culturale ancestrale, sperimentazioni digitali e ricerche materiche radicate nel territorio. Le gallerie presentano artisti che lavorano tra Lagos, Dakar, Johannesburg, Parigi, Londra, New York: la geografia è fluida e stratificata. E proprio questa mobilità diventa uno dei fili conduttori non dichiarati della fiera, dove identità e appartenenza non sono categorie fisse ma processi in divenire.

 

Karim Bennani, Untitled, 1976, Acrylic on canvas, 100 x 100 cm. Courtesy of AA Gallery
Karim Bennani, Untitled, 1976, Acrylic on canvas, 100 x 100 cm. Courtesy of AA Gallery
Identità in movimento

Molte opere si muovono su un crinale: tra visibile e invisibile, tra archivio e futuro. Fotografie che mettono in discussione i codici della rappresentazione del corpo nero. Pittura che assorbe graffiti, tessuti, simboli rituali e cultura pop in un unico campo visivo. Non c’è rivendicazione gridata, ma una presa di parola ferma. Gli artisti non spiegano l’Africa allo spettatore: parlano dal proprio centro, e semmai è il pubblico a dover fare un passo in avanti, accettando di non avere sempre le coordinate giuste.

La fiera diffusa: quando Marrakech diventa spazio espositivo

1-54 si estende oltre gli stand attraverso un programma di talk, incontri e Progetti Speciali, sviluppato in collaborazione con istituzioni locali e internazionali come la Fondation TGCC e DADA. Per alcuni giorni, la città stessa diventa un territorio attraversato da questo movimento: hotel storici, fondazioni e spazi indipendenti si trasformano in luoghi di confronto, scambio e produzione culturale.

 

Lo studio di Amine El Gotaibi
Lo studio di Amine El Gotaibi

Il laboratorio come territorio. Lo studio di Amine El Gotaibi tra materia, lignaggio e trasformazione La pratica di Amine, voce di spicco nei movimenti artistici contemporanei marocchini e africani, esplora la tensione tra natura e industria attraverso materiali come lana, terra e acciaio Corten. Fondendo forme organiche e artificiali, le sue opere riflettono sulla trasformazione, su come il conflitto tra elementi, idee e storie possa generare rinnovamento.

Radicata nel panorama culturale e politico del Maghreb e del continente africano, l’arte di El Gotaibi affronta questioni di identità, progresso e appartenenza. Lo studio funge sia da laboratorio che da nucleo creativo, ospitando strutture specializzate per i diversi materiali, dall’antica tecnologia della lana alla precisione industria del metallo, fino al mezzo primordiale della terra.Amine e sua moglie Amy raccontano del nuovo e importante progetto a cui stanno lavorando, il loro nuovo studio che aprirà intorno alla fine di aprile sulla Route de F es, a pochi minuti di strada dalla magica Farasha Farnhouse dove l’artista è in residenza con le sue opere da due anni.

 

Margaux Derhy a Jnane Rumi
Margaux Derhy a Jnane Rumi
Il giardino come luogo d’incontro. The Garden of Encounters a cura di Samy Snoussi a Jnane Rumi

In un’epoca in cui il lusso tende ad assomigliarsi ovunque, Jnane Rumi propone qualcosa di più raro: la possibilità di incontrare davvero Marrakech – e forse anche una parte nuova di sé – in modi che sorprendono, ma che sembrano allo stesso tempo naturali e inevitabili.

L’avvocato olandese Gert-Jan van den Bergh, specializzato in diritto dell’arte, e sua moglie Corinne, terapista somatica e scultrice, hanno scoperto questo gioiello architettonico, originariamente progettato dal leggendario architetto tunisino Charles Boccara, e ne hanno riconosciuto il potenziale come ponte tra le culture. La loro visione ha trasformato quella che un tempo era una residenza privata in una galleria vivente dove l’arte contemporanea nordafricana convive con opere europee, tutte curate dall’artista marocchino e consulente creativo Samy Snoussi.

In occasione della fiera, Jnane Rumi presenta The Garden of Encounters, la collettiva a cura di Samy Snoussi che trasforma i suoi tranquilli giardini in un vivace palcoscenico di sperimentazione artistica. La mostra riunisce un mix dinamico di artisti internazionali affermati e talenti marocchini emergenti, creando un dialogo tra scultura, installazione e performance. I visitatori sono invitati a vagare in uno spazio immersivo dove opere monumentali incontrano interventi effimeri e dove i confini tra spettatore e opera d’arte si confondono. La mostra celebra la curiosità, la creatività e l’interazione, offrendo un’esperienza unica nel giardino dove ogni angolo nasconde una nuova scoperta.

 

Rita Alaoiu, The Inner Garden
Rita Alaoiu, The Inner Garden

Il paesaggio interiore come soglia. The Inner Garden di Rita Alaoiu al Riad El Fenn

Allestita all’interno dei corridoi d’ingresso e degli spazi della reception del Riad El Fenn, l’installazione di Rita Alaoiu, The Inner Garden, si sviluppa su quattro pareti contrapposte ed è un progetto immersivo concepito come un passaggio tra la vita reale e paesaggi immaginari. I murales e i dipinti su larga scala della serie Garden (2023-2025) guidano i visitatori attraverso un’esperienza stratificata che fonde pittura, architettura, colore, movimento e luce. I mondi terrestri e acquatici si intrecciano, dissolvendo i confini tra interno ed esterno, sogno e realtà. Mentre gli spettatori si muovono attraverso lo spazio, navigano in una sequenza di ambienti mutevoli, come se attraversassero un paesaggio interiore dopo l’altro. Motivi vegetali ricorrenti, forme sommerse e la presenza di una sedia vuota suggeriscono tracce di vita umana all’interno di un ambiente naturale straordinariamente ricco.

La natura è al centro di questo lavoro, non come rappresentazione letterale, ma come forza rigenerativa plasmata dall’esperienza vissuta, dall’immaginazione e dalla conoscenza ereditata. In questa settima edizione di 1:54, l’arte africana contemporanea corre libera, senza confini né etichette. Attraversa città, culture e storie, inseguendo strade proprie e sorprendendo chi la osserva. Come quei cavalli selvaggi, gli artisti tracciano traiettorie inattese, portando con sé la forza della memoria, la vitalità del presente e la promessa di nuovi orizzonti. Marrakech diventa così non solo cornice, ma complice di questa corsa: un luogo dove l’arte non si limita a esistere, ma vive, sfida e invita tutti a seguirne il passo, con lo sguardo aperto e il cuore pronto a lasciarsi sorprendere. “Wild horses, we’ll ride them someday” .