29 Settembre 2026 08:59

Scaccabarozzi: la “zona-limite di forze contrapposte” in laguna

Antonio Scaccabarozzi, Diafánes, Museo Fortuny, Foto Irene Fanizza
Quando si visita il Museo Fortuny succede una cosa strana: non sei più sicuro dove finisca l’aria e dove cominci l’opera. Venezia fa la sua parte (l’umidità, la luce che non si decide, le superfici che sembrano sempre sul punto di dissolversi) ma qui la sensazione è più precisa, quasi intenzionale. È come se qualcuno avesse progettato un luogo dove le cose non devono essere guardate soltanto, ma attraversate

Antonio Scaccabarozzi non ti chiede di capire. Ti chiede di stare. Di fermarti quel mezzo secondo in più in cui l’occhio smette di cercare una forma e inizia a misurare una distanza. “Diafanés”, la personale dell’artista al museo veneziano, mostra che non alza mai la voce, eppure insiste. Ti segue. Scaccabarozzi (1936-2008) attivo per oltre quarant’anni, è stato uno di quegli artisti che hanno deciso molto presto di non concedersi scorciatoie, di non raccontarsela. Negli anni Settanta ha messo il calcolo dentro la pittura, come se il colore avesse bisogno di una disciplina per diventare davvero libero. Ma qui, al Fortuny, quello che emerge non è la freddezza dell’analisi: è la sua conseguenza poetica.

Antonio Scaccabarozzi, Diafánes, Museo Fortuny, Foto Irene Fanizza

Le membrane traslucide (acetati, polietileni, superfici che non vogliono essere muri) non si comportano come quadri, non stanno al loro posto: piegano la luce, la rimandano, la trattengono per un istante e poi la lasciano andare. Ti costringono a muoverti a capire che vedere è un’azione, non una posizione. Il dialogo con Mariano Fortuny non è un gioco di somiglianze: è un incontro tra due persone che hanno preso molto sul serio l’idea di tessere. Entrambi hanno lavorato sulla soglia: tra interno ed esterno, tra visibile e invisibile, tra progetto e sorpresa. Il titolo “Diafanés” è una promessa mantenuta, tutto è attraversabile: la luce, lo sguardo, il tempo. Le opere non si offrono mai come immagini definitive, ma come condizioni: cambiano a seconda di dove ti metti, di quanto resti, di come respiri.

Antonio Scaccabarozzi, Diafánes, Museo Fortuny, Foto Irene Fanizza

Alcune sono sospese, altre adagiate, tutte sembrano consapevoli della presenza del visitatore. Non lo ignorano, anzi, lo includono, e questa è forse la sensazione migliore della visita. Scaccabarozzi diceva di voler collocare l’opera in una “zona-limite di forze contrapposte” e qui quella zona è ovunque. È tra l’opera e l’architettura di Palazzo Fortuny, tra il passato della città e il suo presente, tra la misura e l’emozione. Venezia non fa da sfondo: entra nel lavoro, lo completa, lo rende instabile nel modo giusto. Camminando tra queste opere capisci che non stanno cercando di rappresentare qualcosa ma stanno cercando di accadere. E quando esci, con quella sensazione leggera di aver visto qualcosa che non si è lasciato possedere del tutto, capisci che è proprio questo il punto. Qui la pittura non finisce sulla superficie continua, attraversa e in qualche modo rimane con te.

Antonio Scaccabarozzi, Diafánes, Museo Fortuny, Foto Irene Fanizza