
Massa candidata a Capitale della Cultura 2028 riscopre Bernardino del Castelletto, pittore da riscoprire e approfondire
Tra le dieci capitali finaliste per il titolo di Capitale della Cultura 2028 c’è Massa, la città apuana nota per il suo marmo, la scultura, la lunga storia legata ai Malaspina, la letteratura, il teatro. Una città di confine tra Toscana, Liguria, Lombardia, piena di ricchezze artistiche nascoste, tutte da scovare e presentare al mondo: sculture lignee, oggetti di oreficeria, tavole d’altare, dipinti del ‘600, opere anche dei primi anni Mille, dislocate in altre terre.
Un esempio? Il Portale di scuola di Biduino, seconda metà del dodicesimo secolo, capolavoro della scultura romanica, oggi al Metropolitan Museum of Art di New York e ora al centro di un importante progetto di rifacimento attraverso una copia in marmo e ricollocazione in loco, in San Leonardo al Frigido, la chiesa dei pellegrini che andavano a Roma.
Incuriosisce la pittura del ‘400, quando a Firenze sbocciava il Rinascimento e Lucca e Siena brillavano di riflesso, ma anche di originali forme autonome. Perché se i centri spiccano, le aeree periferiche non mancano di fascino, con forme fresche ed estrose. Ancora più affascinanti le periferie delle periferie, le terre più lontane, ma ambiziose, che chiamano i maestri da fuori, ma intanto sviluppano un loro linguaggio. È il caso di Massa, che, tra l’altro, oltre ai contatti con la Toscana, Lucca in particolare, ne aveva con la Liguria e con la Lombardia. Così nella seconda metà del ‘400 troviamo un maestro di pittura lombardo, che intorno agli anni settanta del secolo, stabilisce a Massa la sua attività e la sua bottega, diventando cittadino di Massa.
Si tratta di Bernardino del Castelletto, pittore “a Massa”, che nel 1490 si firma “Bernardinus. De Castelletto. Massae. Pinxit. A.D. M. CCCC.XXXX” in una tavola con Madonna col Bambino in trono tra i Santi Pontefici Pietro e Sisto, e due angeli. Nella lunetta un Padre Eterno e angeli molto riccioluto. Una tavola, oggi conservata al Museo di Villa Guinigi di Lucca, un tempo nella chiesa di Pomezzana, frazione del comune di Stazzema (Lucca) in Alta Versilia.
Una delle tante tappe di lavoro del pittore e una delle rare firme, insieme ai pochi documenti tramandati dagli storici otto-novecenteschi. Ne conosciamo due ufficiali: un rogito notarile in cui il pittore è testimone di una vendita effettuata nel 1481 a Massa (da cui si apprende che il nome del padre era Giovanni) e un atto conservato nell’Arciconfraternita e Spedale dei Santi Iacopo e Cristoforo (oggi Chiesa parrocchiale dei Santi Giacomo e Cristoforo) di Carrara, dove si fa riferimento a un dipinto di Bernardino del 1483, raffigurante una Pietà.
A Massa Bernardino lascia due belle tavole d’altare, conservate nel Museo Diocesano cittadino: il Trittico di Sant’Elisabetta, Madonna in trono con il Bambino e i santi Ludovico di Tolosa, Francesco, Elisabetta e Girolamo, già nella cappella vescovile del Vescovado, ma dipinta per l’antico convento di Sant’Elisabetta a Massa e la Madonna in trono col Bambino, angeli e i santi Pietro, Paolo, Nicola da Bari e Giovanni Battista, già nella cappella del Santissimo Sacramento in Duomo. Due tavole, nate in loco, che rivelano come dipingesse Bernardino, a fine ‘400: guardava alle novità fiorentine, Ghirlandaio, Filippo Lippi, Filippino Lippi, che gli giungevano attraverso Lucca, ma anche agli stessi maestri lucchesi come il più giovane Ansano Ciampanti, già Maestro di San Filippo.

Amava caricare i contorni delle figure, fare volti espressivi, morbidi e turgidi. Sentiva i tempi nuovi, la prospettiva e i volumi, senza dimenticare il tardogotico con le sue preziosità, l’oro, le capillari decorazioni e i motivi fiamminghi assimilati in Lombardia. E amava mettere sempre un globo trasparente in mano a Gesù Bambino.
Aveva un suo linguaggio, che doveva piacere agli Operai delle chiese, viste le commissioni che gli arrivano, dalla Garfagnana alla Versilia. A cominciare dalle preziose tavole a fondo oro della Garfagnana, come il trittico di Vallico di Sotto con Madonna e santi, predella e pilastri laterali, datata 1471 (data forse ritoccata), dove quel magnifico fondo oro parla di tardogotico. Si tratta certamente di una delle prime opere, molto curata nei dettagli iconografici, dove non mancano pesci e fiori. Più o meno contemporaneo il Trittico di Sant’Anastasio, borgo sull’Appennino, che ha preso il nome dalla sua chiesa. Un grande complesso, con predella, pinnacoli, pilastri, lunette, in cui l’oro brilla insieme alle decorazioni tardo medioevali, in cui il Rinascimento fa breccia con la Madonna in trono e il suo Bambino, ma è ancora molto timido.
Opere che riflettono il gusto della committenza, lontana dalle novità. Più moderna la tavola per la parrocchiale di San Pietro a Vico in Lucchesia, con Madonna allattante il Bambino tra quattro santi, della metà anni novanta. Il gesto del Bambino che succhia vorace il latte ricorda ancora modelli precedenti di Masolino da Panicale, ma nel complesso la tavola appare in linea con la pittura lucchese di fine secolo. Bernardino del Castelletto, artista massese, tra gotico e Rinascimento, tutto da riscoprire e approfondire.





