
Perché non ci sono artisti italiani alla Biennale Arte 2026? È la domanda che i professionisti del settore si pongono in queste ore. E noi abbiamo chiesto ad alcuni di loro una riflessione. In questo appuntamento ci rispondono Lorenzo Canova, Loredana Longo e Davide Rondoni
Dopo la presentazione della 61. Mostra Internazionale d’Arte di Venezia e dell’elenco dei 111 artisti selezionati dalla curatrice Koyo Kouoh per il suo progetto In Minor Keys, ha suscitato non poco clamore nel sistema dell’arte nazionale la totale assenza di nomi italiani. Abbiamo chiesto un’opinione a riguardo allo storico e critico d’arte Lorenzo Canova, all’artista Loredana Longo e al poeta e scrittore Davide Rondoni.
Lorenzo Canova

L’assenza dell’arte italiana alla prossima Biennale è l’ultimo capitolo di una lunga storia, iniziata almeno dagli anni Sessanta, segnata dalla svalutazione della nostra produzione contemporanea italiana, figlia di una esterofilia profondamente provinciale. Prima di corretti recuperi più recenti, qui in Italia, in anni passati, è stata troppo spesso praticata una sottovalutazione sistematica, ad esempio, di Burri, de Chirico, Sironi, ma anche di Schifano o Pascali, condannati, da troppi, alla subalternità rispetto ad altri autori internazionali, spesso oggettivamente inferiori. Oltre alle note carenze del nostro sistema contemporaneo, tra le tantissime cause, questo è anche l’esito di una vicenda legata al Padiglione Italia della Biennale di Venezia, negli ultimi trent’anni progressivamente marginalizzato e oggi relegato nello spazio periferico e inutilmente troppo grande e complicato dell’Arsenale.
Loredana Longo

In nessun altro luogo al mondo potrebbe accadere che, proprio nel Paese che ospita la più grande kermesse d’arte al mondo, non vi sia traccia di un solo artista nazionale. Non siamo bravi? Non siamo bravi a dimostrarlo probabilmente, né noi artisti, né chi ci sta intorno. Forse la giustificazione risiede nella nostra stessa natura: una disposizione antica alla resa, come se un destino opaco ci sovrastasse e noi, pur avvertendone il peso, scegliessimo di non contrastarlo. Ci raccontiamo che è inevitabile. Abbiamo sempre l’alibi/scusa pronto. Noi italiani siamo tolleranti rispetto alle ingiustizie, raramente ci ribelliamo in un gesto collettivo, e se non lo facciamo per ciò che è vitale, come potremmo farlo per l’arte?
Davide Rondoni

È un problema della Biennale? È un problema dei curatori? È un problema dell’arte contemporanea italiana? Di certo è un problema. E far finta di non vedere significa essere idioti. Credo che qualche domanda debbano farsela sia in Biennale sia i curatori italici sia gli artisti. L’arte italiana non esiste? O forse non interessa al circo della Biennale? E siamo sicuri che sia peggio? Non è che l’arte è altrove da quel luogo ormai ridotto a scenografia glamour? Gli hangar, gli spazi, i danarosissimi marchi di moda hanno forse promosso arte mediocre e provinciale? Le accademie sono da chiudere in quanto luoghi di banalizzazione? Nell’epoca della finanza forse gli artisti italiani sono fuori epoca? È un male? O forse Venezia è ormai come Sanremo – non una rappresentazione della realtà artistica ma manifestazione di interesse di natura economica attraverso prodotti medi e standardizzati? Una risposta ce l’ho. Non ve la dico. Rosicate artisti e curatori italiani.
Leggi l’inchiesta “Biennale di Venezia senza italiani” su ArtsLife
1 – Umberto Croppi, Alessandra Mammì e Daniele Capra
2 – Bianco Valente, Alberto Dambruoso e Ludovico Pratesi




