
I tre artisti di origine somala che rappresenteranno il Paese per la prima volta a Venezia sono tutti residenti all’estero. E da Mogadiscio affermano: «Chi tiene in vita l’arte nel paese è stato escluso»
Mancano tre settimane all’apertura della Biennale di Venezia e i tra i debutti dei Paesi che non hanno mai partecipato c’è, tanto per cambiare, aria di tempesta. Stavolta è il caso della Somalia, che avrà la sua sede a Palazzo Caboto. Il problema, secondo la Somali Arts Foundation con sede a Mogadiscio, è che nessuno dei tre artisti scelti vive e lavora in Somalia. Ayan Farah è a Stoccolma, Asmaa Jama a Bristol, Warsan Shire a Londra: hanno origini somale, ma operano tutte all’estero.
Il titolo del padiglione è “SADDEXLEEY”, che riprende una forma di poesia somala, ma la curatela è svedese, affidata a Mohamed Mire, curatore del museo Fotografiska di Stoccolma, e a Fabio Scrivanti, project manager italiano.
La fondazione somala non usa mezzi termini: «Questo padiglione non parla per noi. Il settore artistico in Somalia è stato ricostruito con impegno da artisti e operatori locali, spesso senza aiuti istituzionali e senza soldi del governo. È davvero deludente che, quando si è presentata una vetrina così importante, chi ha tenuto in vita l’arte qui sia stato messo da parte» affermano da Mogadiscio nove artisti somali, tra cui la poetessa e fotografa Bushra Mohamed e l’artista Shamso Mohamed Jeylaani. Anche Ladan Osman, poetessa e regista di origini somale che vive a New York, ha detto no all’invito. «Ho rifiutato perché gli organizzatori non hanno voluto ascoltare due richieste ragionevoli: dare spazio agli artisti somali e rimuovere il curatore italiano Fabio Scrivanti, per rispetto delle violenze coloniali che abbiamo subito». Osman si riferisce alla colonizzazione italiana della Somalia, durata dalla fine dell’Ottocento a gran parte del primo Novecento.
Osman ha anche spiegato di aver detto no perché la Biennale «Persiste nel cancellare la Palestina, normalizzare il genocidio e violare la visione curatoriale di Koyo Kouoh spostando il padiglione israeliano». Ha citato anche il caso di Gabrielle Goliath, l’artista sudafricana che avrebbe dovuto portare un’opera sulla guerra a Gaza e poi è stata esclusa, definendo il caso un abominevole dietrofront. E ancora: «L‘iniziativa è una opportunità privata», hanno dichiarato gli artisti, mettendo in dubbio anche i finanziamenti. Aggiornamenti in corso, ancora una volta.





