
La Fondation Valmont porta a Venezia una mostra che non ha paura di fare domande scomode e le fa benissimo. E noi ve le raccontiamo in anteprima assoluta
Parliamoci chiaro: Venezia durante la Biennale è un circo. Centinaia di mostre che si aprono contemporaneamente, tutte che urlano guardami, tutte che vogliono un pezzo del tuo cervello già esausto. E poi cammini in un palazzo del Seicento a Santa Croce e succede qualcosa. Ti fermi. Senti qualcosa.
Penelope. Her Journeys, a cura di Francesca Giubilei e Valentina Secco, presentata da Valmont alla Fondation Valmont – Palazzo Bonvicini, è una di quelle mostre che si fanno strada nei pensieri perché pone una domanda semplice e devastante: e se avessimo raccontato il mito di Penelope completamente al contrario?
Penelope che aspetta. Penelope che tesse. Penelope che aspetta ancora. Quante volte ce lo hanno propinato come paradigma di virtù femminile? La fedeltà come identità. La pazienza come destino. Ma Giubilei e Secco ribaltano il tavolo con eleganza chirurgica: quella tela che si disfa ogni notte non è pazienza, è sabotaggio. È politica. È arte.
Tre artiste, tre risposte al mito, tre modi di dire: basta.

Gayle Chong Kwan entra in casa di Penelope e la trasforma in campo di battaglia. The Lotus Eaters mescola scultura, tessuti indossabili, realtà virtuale e processioni rituali, e il risultato è uno di quegli ambienti che ti cambiano mentre ci sei dentro, anche se non sai ancora perché. Chong Kwan capisce qualcosa che pochi artisti capiscono: lo spazio domestico non è neutro. Non lo è mai stato. È il primo territorio che bisognava conquistare, e Penelope lo sapeva benissimo.
Stephanie Blake fa la cosa più radicale di tutte: dice che Penelope è Omero. Che senza di lei non esisterebbe l’Odissea, che la narrazione ci è sempre arrivata dal lato sbagliato. L’installazione è scarna: una scrivania, un ritratto in bronzo, una macchina da scrivere. E proprio in questa scarnezza c’è tutta la forza. Dal ticchettio di quella macchina escono onde blu che invadono la stanza, il linguaggio che diventa paesaggio. La storia che si riscrive dall’interno. È un’opera che non ha bisogno di gridare per farti sentire l’urgenza di quello che dice.
Kimiko Yoshida lavora con l’attesa trasformata in rito. Après le Massacre, la Réconciliation mette al centro un lampadario in vetro di Murano rosa, delicato, sospeso sopra una tavola da pranzo, e poi costruisce intorno qualcosa che culmina in un vero banchetto, Le Dîner de Réconciliation, dove ospiti selezionati si siedono insieme e mangiano. La tavola come palcoscenico. Il cibo come gesto politico. L’assenza di Ulisse che finalmente smette di essere il soggetto della storia.

C’è qualcosa che unisce questi tre lavori e che le curatrici hanno capito prima ancora di iniziare: la femminilità non è un tema, è un punto di vista. E quando quel punto di vista prende il controllo della narrazione, le cose che sembravano immobili – come il mito, la storia, il ruolo – beh, cominciano a muoversi.
Palazzo Bonvicini fa il resto. Non è uno spazio neutro: è un palazzo veneziano che porta con sé secoli di storie di donne confinate in spazi domestici. Usarlo come palcoscenico per ribaltare esattamente quella storia ha una logica che si sente nelle pareti.
Aperto il 5 maggio 2026, resterà aperto fino al 31 gennaio 2027. Se siete a Venezia e se avete un briciolo di curiosità su come l’arte può fare le domande che il resto del mondo evita, andate.
Penelope ha smesso di aspettare. Finalmente.




