
Anne Redwan è il nome d’arte della prima giovane palestinese che ha disegnato i mandala per scaricare l’energia negativa
L’arte è più grande del cielo di Gaza e resiste alle ceneri dei bombardamenti, creando un invisibile collegamento tra i fili del tempo a partire dalla prima galleria personale, quella camera delle meraviglie della giovane Marah Kalhed al-Za’anin. Si è creato, così, un effetto matriosca dalla storia di questa giovane palestinese fino ad arrivare a un’altra testimonianza: la prima disegnatrice di mandala dall’inizio della guerra.
È stata lei a palesarsi, a farsi avanti per far conoscere il suo mondo artistico nello spazio smembrato della costa araba. Già dall’età di tredici anni ha iniziato a disegnarli spiegando che “vengono utilizzati dai palestinesi per scaricare l’energia negativa e i disturbi psicologici, nonché per riequilibrare mente e corpo grazie al riflesso dei loro colori e alla precisione della loro creatività”.

Il significato del termine “mandala”
Sebbene questi disegni siano associati all’Induismo e al Buddismo, il tema della circolarità è presente in diverse culture. Intanto, “mandala” è un vocabolo polisemico che deriva dal sanscrito e significa “cerchio” o “centro” e sembrerebbe che i più antichi mandala provengano dall’India, utilizzati nelle pratiche spirituali per rappresentare l’universo e il cosmo. Ma questo termine venne adottato dagli storici del XX secolo, anche nelle dottrine politiche, per evitare la parola “stato” nel senso convenzionale, indicando un diverso modello politico delle comunità del sud Est asiatico.
Geometrie circolari in diverse tradizioni culturali
In realtà, si riscontrano in altre culture come “la ruota della medicina” nei nativi americani che rappresentavano i cicli di vita e delle stagioni; oppure anche nel Cristianesimo sono tipici i motivi dei rosoni nelle cattedrali per rievocare l’armonia dell’universo e pure nel mondo celtico è frequente il tema della circolarità per rappresentare il ciclo continuo dell’eternità.

Non è esente da geometrie circolari neanche la cultura araba in cui si riscontra una delle prime immagini del labirinto unicursale che si trova nella prima opera, a stampa, di geografia araba – islamica, fatto stampare a Roma nel 1585 “Hortus rerum mirabilium”.
Inoltre, nel mondo occidentale, Carl Jung – noto pioniere della psicoanalisi – ha introdotto l’uso terapeutico del mandala, quale strumento per proiettare il proprio stato emotivo. Questi cerchi aprono la strada a una commistione culturale, tra simboli antichi di varie tradizioni, diventando riconoscibili anche a Gaza grazie a questa giovane palestinese che ha perso tutto, compresa la propria casa, e ha dichiarato come «l’arte è tutto ciò che fa parte della mia quotidianità».
Disegnare per resistere e pregare
Il suo modo di disegnare risente dell’urgenza di testimoniare ciò che vede: la fame, il dolore, la privazione, il sangue della guerra fino al drammatico dipinto di un bambino senza arti, elaborazione della foto scattata da Samar Abu Elouf che ha vinto il premio World Press Photo 2025. Ha spiegato anche che la sua più grande paura è quella di essere dimenticata e che nessuno possa accorgersi del suo disegnare, diventato un atto di preghiera e di resistenza.

Anne Redwan, questo il suo nome d’arte, suona l’oud (uno strumento musicale a corde simile al liuto), vive da sola nella casa della nonna paterna dove ha trovato il suo rifugio per creare questi mandala colorati – disegnati anche come pitture murali – affinché possano essere visti da tutti. Difatti, altri palestinesi hanno iniziato a creare altri mandala dopo avervi visto i suoi disegni “rotanti”.
l misteri della vita nei codici dell’arte
Nonostante non siano identificativi della tradizione araba, questi cerchi stanno misurando e testando la temperatura di quella parte di umanità che cerca radicamento e protezione davanti all’annientamento brutale e feroce imposto. Ed è questa forma simbolica circolare, un immaginario “Nostòs” alla vita: una preghiera di colori, un inno alla protezione come si fa nei codici dell’arte che poi sono gli stessi del mistero dell’esistere.





