25 Settembre 2026 23:44

Un’opera a settimana. “Com’è il cielo in Palestina?” di Giovanni Gaggia

Giovanni Gaggia, “Com’è il cielo in Palestina?” - La bandiera issata su una barca della Flotilla con la scritta in arabo "Restiamo umani"
Giovanni Gaggia, “Com’è il cielo in Palestina?” – La bandiera issata su una barca della Flotilla con la scritta in arabo “Restiamo umani”
Se chiedessimo agli artisti di scegliere un’opera della loro produzione e raccontarcela, cosa accadrebbe? Con “Un’opera a settimana” vi proponiamo un format di iconografia e iconologia incentrata sulle più interessanti espressioni del contemporaneo. Protagonista di questo sesto appuntamento è Giovanni Gaggia

Una rubrica di iconografia e iconologia che mette al centro la creazione artistica contemporanea. È questo il focus di “Un’opera a settimana”, format di ArtsLife che invita gli artisti a scegliere un’opera della propria produzione, e a raccontarla ai lettori svelandone ispirazione, processo creativo, significati reconditi, aneddoti che solitamente non vengono rivelati. Una riflessione sull’arte attraverso l’arte, per un’indagine che aspira a carpire l’universale per mezzo del particolare. E, forse, a conoscere più da vicino gli artisti, spingendosi oltre l’“usuale” contesto delle mostre.

Giovanni Gaggia, foto di Elena Tonelli
Giovanni Gaggia, foto di Elena Tonelli

In questo appuntamento, Giovanni Gaggia ci racconta “Com’è il cielo in Palestina?”.

Parlare di una sola opera è difficile: le immagini si affastellano l’una sull’altra, generando una stratificazione di forme, colori e segni, e inevitabilmente genera qualcosa di nuovo.

Sono un artista relazionale: mi occupo di tematiche politiche, ma ciò che mi interessa e mi intriga davvero è il percorso più che l’esito finale. Mi interessa il processo.

C’è un viaggio che si sviluppa dal 2023: è quello del mio “Com’è il cielo in Palestina?”. Una domanda che ho ricamato in arabo, in filo d’oro, su una coperta lisa. L’opera ha fatto il suo corso, è stata esposta più volte; ma, per quanto importante, questo aspetto è diventato sempre meno centrale rispetto a ciò che è accaduto dopo: la domanda è stata inoltrata fisicamente a chi vive in Palestina.

Nella primavera del 2024 è arrivata la prima risposta, quella di Mahmood. Mi raccontava di un dialogo tra lui e il padre, ancora a Gaza, che si chiudeva con una risposta disarmante alla domanda: “Perché continui a stare lì?” – “Perché siamo malati di speranza”.

Ancora oggi, dopo aver realizzato almeno 15 arazzi – sempre su coperte – quella parola ritorna con forza, nonostante la situazione drammatica e il fatto che anche l’ONU sia giunto alla conclusione che nell’area sia in corso un genocidio.

Mentre rifletto su come usare questa parola, “genocidio”, sono in treno, direzione Milano. La mia vicina di viaggio parla al telefono; indossa gli auricolari e, per un attimo, mi sembra quasi in dialogo con me. Dice che oggi bisognerebbe fare attenzione all’uso delle parole, soprattutto quando si affrontano questioni politiche così delicate.

Mostre, azioni, dibattiti, iniziative di volontariato – e adesso un libro. Il processo continua e si moltiplica in diverse regioni, tra cui Marche, Piemonte, Lombardia e Veneto.

Uomini e donne hanno ricamato parole in arabo: sono quelle della lettera che Khaled ha scritto a Silvia Severini mentre si trovava a bordo della prima Global Sumud.

Punto dopo punto, la traccia del filo d’oro va a coprire il segno sulla parte bianca della bandiera palestinese. Il componimento si è smembrato in cento parti ed è stato issato sulle barche dell’ultima flottiglia, tranne che una, dove c’era una bandiera con un mio ricamo: la frase “Restiamo umani”, tradotta in arabo.

Un omaggio a Vittorio Arrigoni, ucciso a Gaza quindici anni fa.

Oggi aggiungerei un grazie a Marco, Vittorio e Maurizio – i tre marchigiani a bordo della Flotilla – e a tutti gli arrestati. Tutto ciò è inaccettabile, e va detto.

Leggi “Un’opera a settimana” su ArtsLife

1 – La Conversione di San Paolo di Marcello Maloberti
2 – 1943 di Jacopo Benassi
3 – Il fazzoletto della vera icona di Luigi Presicce
4 – LA NUBE di Eleonora Roaro
5 – Succubi e Supplizi di Francesco De Grandi